Pubblicato da: faustocolombo | 25, febbraio, 2010

Vita dura da barone: the end (si fa per dire, spero)

Ho ascoltato il suggerimento di Daniela, e ho letto il mio post in aula, prima della lezione, ieri. C’è stato un lungo, lunghissimo silenzio. Ho guardato gli studenti e sono tornato a dove sono stato sempre: sono belli, bellissimi. Hanno la luce del futuro negli occhi e non si può non farsene prendere, come da una parte di noi che non è mai morta, e che pulsa ancora. La lezione è stata una bella lezione, e lo stesso è accaduto oggi. Ma non posso imbrogliarvi, e quindi devo dire due cose. La prima è che ho dato l’anima, nelle mie lezioni, come forse non mi capitava da tempo, e ho ritrovato antichi gusti di domande e risposte (quindi magari c’era del mio la volta scorsa). La seconda è che non voglio dimenticare tutto quello che è accaduto e che ci siamo detti in questi giorni. Perché ho capito da studenti presenti e passati e da colleghi che il problema c’è, è forte, e va al di là delle piccole vittorie e sconfitte di ciascuno di noi. Dunque questo tema resterà nel blog con intensità e frequenza, d’ora in poi. Perché credo questo, che se ci raccontiamo scopriamo di non essere soli. Se non siamo soli, ci torna la voglia di andare lontano. E lontano possiamo arrivare, colleghi, studenti, naviganti vari. Non credete? Nelle mille cose che sto facendo ora c’è qualcosa di me che non sapevo di avere. La vita non passa invano. Oggi ho parlato del perché amiamo l’happy end, magari orrendo e pretestuoso della produzione in serie. Dicevo che dipende dalla capacità primigenia dell’industria culturale di raccontare di nuovo le fiabe, scritte per dire al bambino: ce la farai. Solo che, dicevo, la vita non è un happy end. Combattiamo, vinciamo, amiamo, siamo felici, certo. Ma anche siamo sconfitti, a volte vigliacchi che fuggono la prova e abbandonano i compagni. Tradiamo e siamo traditi. Tutti. La vita è questa. Non finisce dopo il vissero felici e contenti. Quello che dobbiamo imparare è che si può vivere, comunque. Si può trovare un senso anche nella nostra smandrippata università. Dobbiamo accettarci, perdonarci, e fare come la meravigliosa bambina protagonista del bellissimo film di Diritti, L’uomo che verrà, che ho appena visto: crescere quel piccolo uomo appena nato che abbiamo protetto a rischio di noi stessi: quel valore, quella convinzione, quel modesto e parziale sapere, quella memoria che lotta per non diventare un oblio. Difenderlo, sentirlo piangere e vederlo succhiare il biberon. E cantare, da muti che eravamo. Ci hanno dato questa vita, non potevamo scegliere. Ma possiamo farne qualcosa.

Un’ultima nota: proprio così ho detto agli studenti. Possiamo amare, ma anche tradire, o essere traditi. Ma possiamo anche essere meravigliosi. Era una parafrasi del discorso di Aragorn davanti alle porte del Male, ne Il signore degli anelli.

Era tutta la vita che volevo pronunciare quelle parole, come direbbe Woody Allen. Chissà se gli studenti le hanno riconosciute, e hanno pensato che fosse farina del mio sacco. D’altronde, glielo dico sempre. I prof mentono, o recitano. Ma si può sopportarli lo stesso, spero.

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