Pubblicato da: faustocolombo | 23, febbraio, 2010

Vita dura da barone 2

Pare che il post precedente abbia suscitato un vespaio, e mentirei se dicessi che non sono contento. Siccome da molti anni studio la serialità, ho pensato valesse la pena di un sequel, non un remake, naturalmente (aspettate qualche anno), ma chessò, un prequel, uno spin-off, insomma vedete voi. E’ che tra risposte in commento e commenti a voce o su FB mi sono frullate nella testa altre cose, e urge che le dica.

Di questi tempi torno continuamente sulle mie scelte. Soprattutto su quelle fondamentali. Mi interrogo sul perché le ho fatte, qual è stata la svolta della mia vita che mi ha fatto prendere una strada piuttosto che un’altra. E cosa farei se dovessi tornare indietro.

Mi capita anche di rivangare la mia carriera. So di aver avuto la fama del giovane talento. E’ un modo in cui ti guardano. Sono delle battute che senti dire. Uno che ha un futuro davanti. E’ un rischio bestiale. Ti fai delle aspettative e un giorno scopri che sei l’unico a pensare che saresti (che ne so?) un bravo direttore di dipartimento, o un bravo responsabile di certe commissioni publiche per la ricerca. Gli altri non sono d’accordo per niente. Anzi, propriamente non ti si filano affatto. Quindi, non saresti un bravo direttore di dipartimento o responsabile eccetera, appunto perché nessuno pensa a te in quella posizione. Ma questo non è nulla. La realtà è altrove, in una poesia di Edgar Lee Masters che tutte le persone che suppongono di avere talento dovrebbero leggere: racconta di un ragazzo che inventava oggetti, e a cui tutti predestinavano un grande futuro. Il ragazzo cresce, il futuro gli scivola dietro le spalle, ma lui non diventa nessuno di davvero importante. Il suo epitaffio dirà: “sprecò il suo talento”. Ma le sue parole sono: “non è vero: non avevo talento”.

Dunque, diffidare del giudizio altrui sul proprio talento. Invece, mi è stato molto utile recuperare il piacere del lavoro artigiano, sia nella ricerca che nella didattica. Nella ricerca, perché ti sporchi le mani, vai in biblioteca o navighi su internet, intervisti gente, osservi, scrivi e curi con attenzione maniacale la corrispondenza fra quello che fai e gli obiettivi che ti sei dato. E nella didattica, perché prepari le lezioni, ti dai degli obiettivi, eccetera.

La mia personale impressione è che questo lavoro artigianale paghi sempre in termini di soddisfazione nella ricerca, anche se non necessariamente in notorietà (ma questo va nella rubrica “chissenefrega”). Invece nella didattica tutto è così vago, i risultati si misurano in un tempo così lungo, che un minimo di risposta immediata ti è necessario, come l’aria per respirare. Ecco perché l’ottusità delle ultime file (nel senso barthesiano di ottuso) ti colpisce e ferisce. Però, al di là delle spiegazioni emotive, la questione è: se ho ragione nel dire che il lavoro del prof è un lavoro artigiano, non è che il principale errore della nostra università oggi è di avere scelto la strada della più brutale delle industrializzazioni? Pensate: classi enormi, standardizzazione dei percorsi, lezioni ed esami iperburocratizzate…. Come ricreare quell’atmosfera da scambio intellettuale autentico, in queste condizioni? E allora, che fare? Uscire nei chiostri? Organizzare piccoli seminari extra lezioni? lavorare su più piani diversi non più solo per frequentanti e non frequentanti, ma più specificamente per i diversi livelli di impegno che lo studente dichiara? Sono idee al vento, lo so. Ma se ci riflettiamo insieme magari riusciamo a mettere in piedi qualcosa di più, tipo un manifesto o una proposta. Ne parliamo?

Buon vento


Responses

  1. Da studente universitario, nonchè ragazzo di talento (ad altrui dire), leggo i suoi post e mi commuovo domandandomi della sorte mia e della mia generazione.
    Spero che possiamo trovare un giorno un punto di riferimento che ci indichi una direzione per la nostra vita.
    Intanto, grazie a lei per essere un sestante che che ci mostra la rotta giusta.
    Buon vento,
    C.
    Ps potrebbe perfavore darmi il titolo della poesia di Masters citata nel post?

  2. Rispondo qui ma estendo i contenuti della risposta anche al post precedente.
    Purtroppo temo che una delle parole d’ordine più in voga in questo periodo sia “vietato far fatica”. Vorrei che C. mi smentisse all’istante, perché non è mia abitudine fare di ogni erba un fascio e mi pare che, solo per quel che scrive, non faccia parte di questa deriva.
    Far fatica vuol dire andare a lezione per capire qualcosa di quella disciplina, per imparare, per rifletterci su, per crescere con lo studio, per formarsi, per… faticarci su.

    Per le facoltà umanistiche, in particolare, vale una sorta di sillogismo che quand’ero studentessa mi faceva impazzire per la sorprendente e geniale semplicità:

    “non vi siete iscritti a filosofia perché avrete chissà quali prospettive lavorative per il futuro;
    vi siete iscritti perché vi piace.
    Studiatela!”

    Ora, a tutti è capitato di assistere a una lezione noiosa, così come a tutti i professori è capitato di non essere sempre estremamente brillanti ma, soprattutto, di avere a che fare, a loro volta, con studenti noiosi. Quindi non drammatizzerei. Certo l’atteggiamento delle ultime file che lei descrive nel post precedente, racconta di qualcosa che si chiama maleducazione, semplicemente. In fin dei conti sono – dovrebbero essere – persone adulte: nessuno li obbliga a stare dove sono.

    Già quando ero studentessa io, infine (mi sono laureata 9 anni fa), si poneva il problema dell’uscita dalla burocrazia almeno nella didattica. Il seminario organizzato spontaneamente è stata, per alcuni suoi colleghi, la soluzione. E, mi creda, comunque vada (può darsi risulti troppo difficile per i più, o troppo banale, o che la seguano in pochi e magari non con la dovuta costanza) otterrà senz’altro riscontri positivi, credo anche in termini di soddisfazione personale. Di certo gli studenti, che non sono affatto stupidi, si sentono considerati alla stregua di interlocutori e non di numeri.

    Sintesi: questa sconosciuta. Scusatemi!

  3. Nello sprofondo delle aule romane c’è chi sente e si sente come te.
    Ne ho viste di tutte, in corsi ‘educazionali’ e poi anche ‘comunicazionali’ (cercando a ‘lettere e cartoline’, come dice la figlia di un amico, quello che non trovavo nel mio signorinesco fu magistero), e ho provato pure l’alienazione che viene dal fronteggiare situazioni del tipo di quella da te presentata, le due file di attenti, le intermedie di assenti ma composti, il resto presente ad altro e in modo variamente scomposto.
    Poi ho (in piccolo gruppo abbiamo) deciso di intraprendere la via dell’on line, contando di ricevere più interesse e voglia di discutere, dando loro l’occasione di misurarsi su temi pure molto personali ed esistenziali come quelli dell’educare ed educarsi dentro gli spazi mediali.
    Niente.
    Di dibbbbattere non gliene frega a nessuno, al di là della terza fila. Tantomeno di confrontarsi con quel che leggono.
    O meglio, fanno tutto quello che di esecutivo gli dici di fare, se c’è di mezzo l’esame: l’unica cosa che non gli puoi chiedere è di pensare.
    E difatti nessun docente, salvo pochissime eccezioni (eccoci qui a discutere), chiede loro di pensare, a scuola e all’università.
    E dunque, come ottenere da loro ciò che non viene loro dato?
    Non sono io a diventare sempre più descolarizzatore: è la realtà che stiamo vivendo che lo è, sempre più.
    Comunque, non demordo.
    E, finch’è possibile, mordo.

  4. grazie. come sestante mi sento impreparato, negli anni del GPS, ma grazie davvero. La poesia di Lee Masters si intitola Walter Simmons.

  5. @roberto: ecco, ben detto, né demordere né smettere di mordere. Già questa discussione mi mette di buon umore. Ben ritrovato a un vecchio (si fa per dire, of course) compagno di strada

  6. Può l’artigiano sopravvivere all’/nell’industria?L’artigiano cesella con cura pochi pezzi, non produce serialmente. L’università “di massa”, invece, è l’università del “mercato”, che misura i propri benchmark nella capacità di attrarre sempre più studenti. Studenti che vivono l’università come un obbligo, una formalità da espletare per “entrare nel mondo del lavoro” e non più come una conquista.
    Datemi il pezzo di carta e in fretta, anche perché da solo non mi servirà molto. Infatti dovrò poi pagarmi un bel master, che senza ormai dove vai, e finirò dritto verso la mia individuale precarietà che con pietosa bugia mi ostinerò a chiamare flessibilità.
    Stretto tra la “azienda università” (orientata al profitto se privata, alla perpetuazione se pubblica) che rifornisce di bassa manodopera intellettuale il sistema, e gli studenti nella loro apatica rassegnazione, stat magister.
    Eppure.. eppure anche se spesso la sensazione è quella di svuotare il mare con il secchiello, l’artigiano deve essere orgoglioso del proprio “piccolo manufatto”; dei semi che ha innaffiato e che, seppure non tutti sono diventati azalee, stanno lì nel prato della vita e lottano e crescono e si contorcono e non si arrendono.
    Educarne uno per salvarne cento.
    E, mi consenta, lei è sempre stato un sé-stante.

  7. Se fossimo su Twitter, il post di davidecorallo meriterebbe un retweet.

  8. Che bello sto scritto. Al pari del precedente. Dura vita ai baroni. Lunga vita ai baroni.

    Scritto pieno di spunti, di riflessioni e di rimandi (d’altronde si scrive più per invitare a riflettere che per insegnare). Lavoro artigianale si diceva. E già, lavoro artigianale. Ripaga molto, è vero, in termini personali (d’altronde è questa l’unica paga per chi, come me, insegna da anni senza essere retribuito. Pardon i primi due anni percepivo 1000 Euro lordi l’anno e vivendo a Cambridge mi bastavano a mala pena per pagarmi il viaggio. Dura vita ai precari dell’Università. Lunga vita ai precari…ovvero quasi il 40% del mondo accademico italiano…altra anomalia tutta italiana…ma questa è un’altra storia…) non in notorietà. Anche questo è vero. Dannatamente vero. Insegni gratis, fai 10 appelli l’anno, concedi in media 20/25 tesi l’anno, segui e collabori ad altre cattedre (devi, punto e basta) e poi non hai abbastanza tempo per pubblicare (in più in Italia gli articoli destinati a riviste accademiche non vengono manco presi in considerazione se non hai lo sponsor [ci siamo capiti dai…] e allora passi ancora più tempo perchè li scrive in inglese, dove non contano gli sponsor….parlo per esperienza personale…). Certo la notorietà la raggiungi anche partecipando a convegni: e già i convegni. Lo fai una, due, tre e 5 volte e poi, visto che te li paghi di tasca e vivi in un’Isola (ah già, dimenticavo sono sardo) il budget si prosciuga. Piuttosto in fretta direi. E allora alzi bandiera bianca. Rimandi la notorietà.
    Ti concentri allora sulla soddisfazione personale, sull’insegnamento. La domanda, se non erro, era: come attirare l’attenzione dell’ultima ottusa (nel senso barthesiano dicevamo) fila?
    Tutto ciò che prospetta come soluzione alternative all’insegnamento monodirezionale, face to face e classico, nel mio piccolo (molto piccolo) provo a farlo. Piccoli seminari extra lezione, pizzata finale di fine corso, lezioni in ambienti meno austeri delle aule universitarie (quando si può, ovviamente), partite a calcetto con studenti, nomi gli studenti scritti sul tavolino dove siedono per chiamarli uno ad uno per nome (alla quarta lezioni li levo perché devo averli memorizzati già per la quinta lezione) e dulcis in fundo, tesina (dalle 6000 alle 9000 parole) da presentare sotto forma di lezione dinanzi agli altri studenti. Per questa cosa all’inizio ti odiano, ti guardano in cagnesco, senti i mormorii e tu li raggeli con un sorriso: lo hanno fatto gli altri perché non voi. E le prime lezioni è tutto un continuo battere il tasto dello stimolo, della motivazione. Alla fine ti ringraziano (e qui si annida la più bella soddisfazione, anche per chi insegna gratis….). Perché ti ringraziano? Perché hai dato loro uno stimolo portandoli a fare/dire/pensare, in una parola scrivere, cose che manco loro credevano di saper fare/dire/pensare, insomma scrivere.

    Mi colpisce l’idea di lavorare per i diversi livelli di impegno che lo studente dichiara: anche questo cerco di fare. Pur mantenendo (o cercando di farlo) un livello di valutazione s/oggettiva (ho elaborato un mio metodo matematico per valutare le relazioni finali, ma non è luogo e modo di parlarne…), vado incontro alle necessità, la passione (se non si trasmette questa, beh, come dire, le cose si complicano) e la voglia/capacità/interesse degli studenti/esse. Dal basso della mia brevissima esperienza, mi accorgo che chi interessato (o semplicemente adeguatamente stimolato, ed è qui che si annida il lavoro artigianale), perché sufficientemente motivato (stessa cosa succede nella stesura delle tesi finali…) produce sempre molto, ma molto di più. Ma molto di più. Va, come dire, oltre quanto richiesto. E per loro la più bella soddisfazione (un po’ come per noi altri) è, oltre al voto più alto, una stretta di mano e un bravo/a. In quei momenti ci si guarda e ci sente sulla stessa barca (con il vento che non sempre soffia…). Succede tutto in quello sguardo di fine corso, in quella stretta di mano, in quel bravo/a.
    Soddisfazioni di un lavoro artigianale.
    Ah, già però il punto era: come riuscire a motivare quelli dell’ultima fila? In realtà non mi ero mai posto il problema, forse perché, ingenuamente, ancora non vedo differenze tra le diverse file e chiamandoli tutti per nome, mi dimentico dove sono seduti…e poi passeggiando per l’aula avanti e indietro, prima e ultima fila diventa una questione di prospettiva o angolo visuale dal quale osservo l’aula…

  9. @massimo: che dire. Grazie di aver ricordato tanta gente che tiene in piedi l’università con il suo impegno e la sua (ahimé) gratuità. Per tutti quelli che lavorano davvero, naturalmente, non ci sono differenze. Ma capisco che fare fatica è dura, e non si deve essere troppo romantici o si smette di lottare perché le cose cambino. E la lotta riguarda tutti noi, sia chiaro, senza distinzioni. Oggi ho proposto ai miei studenti di specialistica di farci insieme una giornata fuori. A un certo punto ho pensato che si mettessero a ballare dall’entusiasmo. Grazie anche a loro. Hai ragione massimo: non è questione di file. La trave è nell’occhio di chi guarda, come la vergogna.


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