Pubblicato da: faustocolombo | 15, dicembre, 2009

Sulla violenza, la rete e il potere

Continuiamo a seguire questa terribile vicenda. Dal nostro punto di vista, che è quello di chi si occupa di media.

Prima di tutto, come era ampiamente prevedibile, si è scatenato un dibattito sulla repressione dei siti violenti (ho già scritto un post su questo argomento, a mio parere ridicolo: i siti violenti sono quelli con un titolo ritenuto violento, ma che a volte è solo paradossale, mentre magari ci sono articoli di giornali molto più violenti e istigatori, ma a quelli nessuno fa caso, soprattutto fra i terzisti). Del tema si occupano per esempio Stella sul Corriere (qui), o, con ben altra conoscenza dei meccanismi del web, Anna Masera su La Stampa (qui). Farò qualche breve considerazione: non risulta che l’aggressore Tartaglia frequentasse social networks… Inoltre – se si tratta come pare di un caso di disturbo mentale – sarà ben difficile reprimere questo tipo di rischio attraverso un attacco generalizzato. E dove mai si dovrebbe indirizzare questo attacco generalizzato? Perché non vi è ancora traccia di chi abbia trasformato slogan anche duri, anche di pessimo gusto, in azioni. 

Poi: quanto di quello che è avvenuto riguarda la politica politica, e non piuttosto la dimensione divistica della politica? Un servizio di un TG nazionale ieri riportava altri casi di personaggi politici vittime di attentati individuali: Togliatti, i Kennedy, Reagan… mancava per la verità il mite Olof Palme, o mancava Gandhi, sempre che lo si voglia trattare da politico. Ma i paragoni non si possono fare anche con John Lennon, Versace, e altri ancora? Non c’è in fondo al divismo e alla idolatria qualcosa che porta il disturbato mentale a esercitarsi con l’agnello sacrificale?

E tutto questo si spegne spegnendo i social networks, o peggio riducendo il diritto di manifestare? Non credo.

Infine: a cosa serve la registrazione ovunque dei media? Per esempio potrebbe servire, se la si usasse in tal senso, a far comprendere quella che potremmo definire la mitomania dei testimoni. Quanti hanno raccontato di aver visto il premier colpito come da un pugno con un oggetti contundente? Il video mostra che di lancio si è trattato, non di pugno armato. Non cambia niente sotto il profilo della violenza e della condanna che si merita. Ma dà l’idea di quanto persino gli occhi possano tradire (compreso quelli di qualche politico-testimone).

I media, i media: nostra croce e delizia. Responsabili di quanto avviene. Ma non più di noi, non è vero?

Buon vento.

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Responses

  1. Però, secondo me è arrivato il momento di mettere in campo un progetto serio e coraggioso di “educazione all’utilizzo dei mezzi di comunicazione”. Negli ultimi dieci anni, masse e masse di individui totalmente estranei alle dinamiche, alle regole, ai linguaggi e agli effetti della comunicazione hanno avuto accesso improvviso ai media digitali in un’infinità di forme. Non tutti, per forza di cose, sono in grado di sfruttare le opportunità della rete per una crescita complessiva della società. Abbiamo in mano “aggeggi” potenzialmente “esplosivi” e non sempre abbiamo gli strumenti culturali necessari per utilizzarli correttamente. Questo, per me, è un problema. Anzi, il problema.

    Il riformismo di inizio Novecento, si differenziava dal massimalismo rivoluzionario proprio perchè si proponeva di trasferire i mezzi di produzione dai capitalisti al proletariato attraverso un percorso graduale, evolutivo, in cui le masse venissero progressivamente educate e abituate a un uso consapevole dei mezzi che avrebbero “conquistato”.

    Attualizzando di molto il concetto, e depurandolo di ogni velleità ideologica originaria, penso che sia necessario uno sforzo analogo nel campo dei mezzi di comunicazione. Questo è il compito pedagogico della politica, oggi. Questa è una delle sfide della cosiddetta “sinistra riformista” a livello mondiale. Non credo naturalmente che questo vada fatto attraverso la repressione o la stretta regolamentazione, ma attraverso una seria educazione e pedagogizzazione che renda consapevoli gli individui degli strumenti che la scienza ha messo loro a disposizione per migliorare il mondo.

    Naturalmente, tutto questo non c’entra nulla con l’episodio di Milano.

  2. E’ vero Professore, forse in questo momento delicatissimo analizzare dal punto di vista che suggerisce Lei quanto sta succedendo e’ un modo per contribuire a svelenire in clima, anche se la vedo dura: ma proviamoci!
    L’articolo di Anna Masera mi sembra davvero intelligente e mi ha dato uno spunto di riflessione: la chat, la chiacchera nel mondo del web resta scritta, lascia traccia. E tutto cambia. Insomma, credo che il concetto derridiano di “traccia” e “scrittura” possa diventare (se non lo e’ gia’) un criterio ermeneutico fondamentale per leggere i media, il web in prima istanza (penso anche ai lavori piu’ o meno recenti di Searle e di Ferraris sull’ ontologia sociale). Non so cosa ne pensa. Altro spunto: ricordo che all’ inizio-meta’ degli anni 90 Radio Radicale, a rischio chiusura per problemi economici, lascio’ -come provocazione- i microfoni aperti per alcuni giorni: chiunque poteva telefonare, lasciare un messaggio che veniva trasmesso “live” senza alcuna censura alcune ore dopo. Tutti i messaggi vennero trasmessi e ovviamente si senti’ di tutto: lamentele, poesie, critiche cinematografiche, insulti terribili, politica, violenza, dichiarazioni d’amore… Insomma, a ripensarci oggi un primo esperimento di chat, un proto-forum on-line. Il fenomeno fu esattamente lo stesso e suscito’ quasi lo stesso dibattito su liberta’ e censura. Chissa’ se qualche navigante ha memoria e si ricorda.
    Buon vento!

  3. ciao fausto, ciao ai lettori del blog,

    ho seguito questa brutta storia soprattutto su internet: volevo capirci qualcosa in più – o almeno sentirmi parte di una comunità più ampia, un’insieme diramato di persone che nello stesso momento, invece di gettare benzina sul fuoco, come purtroppo ha fatta la televisione generalista nelle ultime ore, disinnescasse gli istinti peggiori, e rimettesse ordine alle cose.

    e così ho seguito testate online, blog, siti, e via dicendo, e questa storia che la rete sia il ventre molle della società, una sorta di piazza aperta in cui convergono le peggiori atrocità occidentali, mi sembra un’immagine che coincide in parte o pochissimo con lo stato delle cose, una realtà disegnata ad arte per stigmatizzare e demonizzare le forme del dissenso e la partecipazione al cuore del reale, per quanto tragico e doloroso sia.

    i giornali e le tv, dopo questa brutta storia, hanno immediatamente ripreso facebook – su quanto siano preda dell’emotività i social network, bisognerebbe pure indagare – ma sull’onda emotiva degli accadimenti si sono dimenticati di scandagliare cosa stava accadendo in altri punti della rete, punti in cui, seguendo le evoluzioni della lingua italiana, ci si stava sforzando tutti di capire.

    così vi lascio qui una piccolissima lista di interventi scritti a caldo poche o pochissime ore dopo che è successa questa brutta storia, in modo che anche voi possiate farvi un’idea (se vi va, date una lettura anche ai commenti, perchè alcuni sono davvero interessanti):

    http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/se-questo-e-duomo/

    http://www.nazioneindiana.com/2009/12/14/il-corpo-ferito-del-capo/

    http://www.ilprimoamore.com/testo_1657.html

    http://www.ilprimoamore.com/testo_1658.html

    a presto

    giuseppe

  4. Non essendo esperta in sociologia della comunicazione, e soprattutto di new media, le mie osservazioni generali, e un po’ alla rinfusa, sono queste:
    1) la rete non può essere accusata dell’aggressione, però è stato il luogo in cui, poco dopo l’accaduto, si sono riversati commenti indefinibili e indifendibili. La mancanza di umanità nonchè l’indignazione a senso unico descritta da Calabresi sulla Stampa mi hanno rattristata e spaventata;
    2) se la rete è in grado di promuovere manifestazioni politiche pacifiche, può essere anche in grado, purtroppo, di promuovere ed appoggiare manifestazioni e comportamenti non altrettanto pacifici. Probabilmente non è ancora stato provato che, sul piano della manifestazione politica, slogan sbagliati in rete abbiano poi causato comportamenti sbagliati nella realtà. Tuttavia, vi sono altre situazioni sociali, come quelle dei suicidi, che trovano in rete supporto e slancio per l’azione concreta. Quindi non mi sentirei di escludere che via rete si possano favorire nelle persone fragili sentimenti di morte da tradurre in realtà non solo contro sè stessi, ma anche verso gli altri.

    Ovviamente, questi aspetti negativi della rete, non dovrebbero portare a censure nè a demonizzazioni della rete. Ma le regolamentazioni servono.

    Infine, un fatto che mi rincuora. Mentre nella pizza virtuale e nel parlamento si assiste alla lotta tra chi urla e grida di più, nella vita reale, per quello che posso percepire da lontano attraverso i giornali (grazie alla rete!!!),mi pare che i cittadini in carne ed ossa, non gli avatar, stiano dimostrando una grandissima civiltà. Mi riferisco soprattutto agli elettori del centro destra e sostenitori di SB, che senza dar fuoco alla piazza, e senza atti vandalici stanno dimostrando in modo civile, per esempio con striscioni d’affetto, la vicinanza al loro leader politico. Se solo i politici prendessero in considerazione e ad esempio i loro elettori … insomma, ancora una volta, il Parlamento dimostra di rappresentare ben poco l’Italia reale. E cosippure l’Italia virtuale, quella che sui social network ha mostrato un lato aggressivo, dimostra di non essere lo specchio dell’Italia reale. Solo una parte, che però come insegnano i vecchi funzionalisti, serve pure quella a tenere unita una società. E speriamo che tale parte resti virtuale.

  5. Sulla rete sta girando questa cosa.

    a me sinceramente fanno più paura i commentatori del video, che credono ciecamente alla prospettiva con la quale vengono loro mostrate le immagini.
    mi chiedo: c’è differenza nella veridicità delle immagini della televisione e questo video?
    Come si può dire “grazie per avermi aperto gli occhi” così, dopo aver visto un video di 4 minuti, e pensare che quella sia la realtà vera e definitiva, senza un minimo di controllo della fonte?

  6. Ho visto anch’io da poco questo video su youtube. Vale per ogni montaggio, ogni discorso, ogni nostra affermazione, che esprime una nostra prospettiva, motivata magari, ma propriamente nostra. E’ la discussione, la ricerca, la verifica che ci porta avanti nella scoperta di ciò che è vero e ciò che è falso (quando riusciamo a scoprirlo). Dunque, anche per questo video, vale la presunzione di parzialità. Anche se non pare che molti dei suoi commentatori ne vogliano sentir parlare.

  7. E’ interessante notare che nel video si ritrovano tanti dei diversi meccanismi tipici dei cospirazionismi della rete (scie chimiche, signoraggio, 11settembre organizzato dalla cia , allunaggio mai avvenuto etc etc).

  8. Paolo P. è vero, l’ho notato anche io.
    Trovo moltissime analogie in particolare con i video sull’undici settembre, per i trattamenti ai quali le immagini televisive sono sottoposte.
    se non erro, poi, la colonna sonora è la stessa (o comunque molto simile) a quella di September Clues.

    Probabilmente sono emerse delle regole non scritte per realizzare i video di argomento cospirazionista. Mi chiedo se tutto ciò non pregiudichi la credibilità e la reputazione di questo tipo di contenuti.

  9. Si, Esse, emerge un canone stilistico molto chiaro e netto che, per molti fruitori, assume la funzione di certificare che questa è la “vera verità” (bisognerebbe commissionare a qualcuno una tesi proprio sul questo 😉
    Il canone stilistico è però solo l’aspetto superficiale ed è spiegabile facilmente con l’armantario teorico dei sociologi della moda e con le tipiche dinamiche di rete che sono sempre esistite.
    Ma l’aspetto che più mi interessa (e nel contempo mi preoccupa) è la struttura profonda delle argomentazioni. Avrete sicuramente notato il rifiuto della coincidenza, le euristiche semplificatorie che dimenticano la complessità del mondo, la selezione cognitiva delle informazioni (solo quelle che confermano la tesi), l’utopismo tecnologico (che è sempre esistito, consiglio “Techgnosis: miti, magie e misticismi dell’era dell’informazione”, e. davis) e molto altro.
    Il combinato disposto di questi elementi configura un abito mentale PROFONDO, per capirci come il linguaggio macchina dei computer, che rende pressoché impossibile discutere con queste persone, in quanto distorcono fortemente qualsiasi prova empirica ristrutturandola cognitivamente.
    L’aspetto interessante è che attraverso i media questo abito si diffonde sui soggetti più vulnerabili e si sedimenta nella loro struttura profonda di pensiero (quello che in Programmazione Neuro Linguistica viene definito metaprogramma). Il cospirazionismo funziona come i virus dei computer e ha trovato nella Rete una dei più interessanti veicoli di diffusione.
    La domanda diventa: come potrà la Rete sviluppare gli anticorpi?
    Mi auguro di non essere stato troppo criptico (ma l’argomento è complesso e non siamo tutti bravi come il prof a dire cose difficili con parole semplici 😉

  10. 😉 magari…


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