Pubblicato da: faustocolombo | 22, dicembre, 2008

Omaggio a Gaber…

Uno dei temi attorno a cui giro da un po’ di tempo, quando penso al mio libro nuovo, è riflettere sulle permanenze nella società italiana. Mi spiego: una certa vulgata vuole che fra il boom e il tempo della contestazione ci sia una frattura; stessa soluzione di continuità fra gli anni settanta e il riflusso. Poi fra la prima e la seconda repubblica. Io riesco solo a vedere una provincia italiana – la vera pancia del nostro paese – che prima tace e lavora; poi durante la contestazione elabora a modo proprio i temi dell’egualitarismo; poi li fa diventare orgoglio imprenditoriale (il popolo delle partite IVA) negli anni Ottanta e infine approfitta di tangentopoli per vedersi riflessa in un sistema che mostra tratti a volte sinceramente e genuinamente antidemocratici. Qualche osservatore terzista confonde questa italia di provincia con l’Italia dei grandi critici liberali, da Flaiano a Montanelli, da Pasolini a Gaber, per dire. Ma quella è un’intellettualità che sogna di riscattare l’italianismo con l’etica, e con la provincia di cui parlo io non c’entra proprio niente. Anzi, considera l’intellettualità per breve tempo utile, poi la rispetta anche se se ne sente annoiata; poi la snobba, e infine tenta di sostituirla con una subcultura pseudoimprenditoriale. Ci torneremo, come al solito. Per Natale (non che da qui in poi starò zitto, non illudetevi) vi omaggio di questa canzone di Giorgio Gaber, del 1984: parla da sola, e dice – alla fine della contestazione e verso il riflusso – di come certe etichette si siano svuotate. Eppoi ci dice qualcosa dell’oggi, non trovate?


Responses

  1. scollature, permanenze, apnea

    il libro che ho in mente, anzi, gli argomenti che alimentano la mia coscienza dell’oggi riguardano la scollatura tra una certa vulgata ufficiale della realtà che non coincide affatto con il quotidiano delle persone che ‘arrancano’, non so se sono di provincia. anche se il punto di vista della provincia ha sicuramente il suo fascino. tuttavia quello che mi convince nell’analisi della scollatura è che essa produce dei vuoti, che sono dei segni precisi, tracce di verità, di vita e non della sua rappresentazione. lo sguardo di un giovane contemporaneo vorrei guidasse questa analisi o ci raccontasse come reagirebbe di fronte ad alcuni segni emblematici che ci portano a questo stato di cose, italia dicembre 2008, solo apparentemente contradditorie e prive di senso.
    negli anni ’90 avevo ambientato una pre-sceneggiatura in provincia aveva un titolo molto altisonante, ‘il prato della libertà’ dove il punto di vista era di una ragazzina che da parigi torna in provincia e cerca di ripartire da lì, con il coraggio del fuori, per poter incidere sul dentro. ma la realtà avvampa. ricordo questo finale che mi convinceva del fatto che da quell’esperienza alla fine si rimpiobava nell’isolamento individualistico delle proprie personali esistenze.
    oggi la realtà è molto più stratificata e le scollature sono sicuramente aumentate. forse le tue permanenze, fausto, mi potrebbero aiutare.

    non vedo l’ora di leggerti di nuovo, nelle vacanze finirò boom, condito con qualche poesia, e chissà se rimetterò mano su Pavese e Pasolini. Meglio che mi dedichi a presentare una candidatura di direttore del settore scienza dell’Istituto Svizzero di Roma che prevede un prospetto di ricerca per gestire il settore scienza attraversi una presentazione dettagliata del progetto di ricerca che abbia possibilmente
    un’attinenza con l’Italia oppure con il Mediterraneo. cosa si fa per non rimanere inchiodati in apnea,

    buon vento e come sempre grazie per gli stimoli sempre molto graditi

    giuliana


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