Pubblicato da: faustocolombo | 22, marzo, 2011

La guerra del Paese Incerto

Un giorno il Paese incerto si svegliò in guerra, anzi no. Il problema era che dall’altra parte del Mare, un dittatore senza scrupoli particolari aveva stancato il suo popolo, che si era ribellato. Il primo problema per il Paese incerto era questo: quel dittatore era stato invitato con tutti gli onori. Gli industriali ci facevano affari, i politici accordi per tenere in campi di concentramento i migranti anziché mandarceli, in generale insomma si sosteneva che era un buon diavolo un po’ strano, anche quando piantava qui le tende, teneva lezioni a una valanga di belle ragazze a gettone e faceva correre i cavalli sul nostro suolo. Ora, il dittatore rischiava di cadere, e il leader incerto del Paese incerto non sapeva che fare. Al punto che – durante la rivoluzione che cercava di farlo cadere – aveva pensato di non telefonare per non disturbarlo. Ma la rivoluzione andava avanti, l’incerta opinione pubblica pendeva dalla parte dei rivoltosi, il mondo intero sembrava incazzarsi con tutti quelli che non prendevano posizione, e quindi persino l’incerto governo si era deciso a dire parole forti. Nel frattempo, l’incerto destino delle guerre vedeva il dittatore risalire la china della guerra, e ricacciare indietro i rivoltosi. A quel punto l’incerto governo mondiale decideva che era ora di muoversi, e spingeva per un intervento di pace, che consisteva come al solito nel mandare aerei a bombardare, missili a colpire, navi a presidiare e sparare qualche colpo e così via. Il Paese incerto diceva sì anch’io, naturalmente, e dava le basi, mandava i propri aerei contro il dittatore terribile che adesso sembrava riconoscere (ma il leader diceva sempre che insomma un po’ gli dispiaceva, quel tale era così simpatico, gli aveva persino raccontato delle barzellette). Però gli aerei incerti non potevano sparare. I piloti, in caso di pericolo, potevano fare bum con la bocca e ricordare che gli italiani sono brava gente, sperando che bastasse. Intanto bisognava decidere chi comandava e qui erano casini, perché c’era un sacco di gente che faceva la voce grossa e non si capiva veramente una beata fava e il Paese incerto cominciava a dire accidenti sta a vedere che ho fatto la cosa sbagliata era meglio prima se lasciavo che il dittatore oltre a portare i cavalli, far lezione alle donne e massacrare gli oppositori stava in sella al suo Paese e si teneva gli immigrati clandestini che adesso cominciano ad arrivare e i nostri elettori cosa penseranno.

Così il Paese incerto faceva la guerra ma diceva che non era guerra; anzi, era decisamente in pace, solo che la pace non era più quella di una volta. Anche i dittatori non erano più quelli di una volta, e quindi poteva darsi che si fosse fatta una certa confusione. Dunque il Paese si proclamava pacifista, sostenitore della guerra, fedele alle alleanze senza condizioni e ostile agli alleati se decidevano di comandare loro. Tutte le mattine i governanti chiamavano il segretario o la segretaria e chiedevano loro di ricapitolare cosa avevano detto il giorno prima. E poi ripetevano la stessa cosa, anzi no.

Come si fa a augurare buon vento?

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Responses

  1. Grazie per questo post, perché può sembrare strano, ma mi ha veramente chiarito le idee sulla situazione.
    V.

  2. …TUTTO QUESTO CI SCIVOLA ADDOSSO, COME OLIO, CI UNGE UN Pò MA POI SI LAVA VIA…NON RIUSCIAMO, NON POSSIAMO, NON VOGLIAMO NEANCHE IMMAGINARE QUANTO DANNO FA INVECE A CHI TUTTO QUESTO PENETRA DENTRO, E NON SI LAVERA’ VIA….LA SOLIDARIETA’, LA TOLLERANZA, LA DEMOCRAZIA, PERSINO LA PACE, SONO SOLO OPINIONI…E LE OPINIONI NON SI USANO NEANCHE PIU’…

  3. Infatti risulta piuttosto difficile augurare un buon vento di guerra. In questo stato confusionale campeggia un’unica certezza: la guerra e la violenza hanno sempre la
    meglio su tutto il resto. Ma perchè ?


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