Pubblicato da: faustocolombo | 23, marzo, 2011

Il volo del vecchio

Il vecchio è in bagno. Si sente stanco, e si lava la faccia nel lavandino. Ha voluto fare da solo, anche se in casa ormai non glielo consentono più, lo vogliono sempre accompagnare dappertutto. Ma lui è vecchio, mica svanito, o storpio, o chissà cosa. Lui può ancora arrangiarsi, non ha bisogno di nessuno. Ha sconfitto una guerra, due crisi economiche, un’ulcera, un cancro, un femore rotto, figuriamoci se non può andare in bagno da solo in casa sua. Ci mancherebbe, E’ vero che adesso è un po’ stanco. Ma fuori piove da giorni, lui cammina poco. E’ quello che lo debilita, è la disabitudine, lo scarso allenamento. Pensare che una volta, trent’anni prima, quando già gli altri pretendevano che dovesse cominciare a stare attento, aveva saltato un castello di sabbia lungo due metri ed era ricaduto in piedi, con una flessione. Perfetto. Comunque, visto che è stanco, si siede. Si siede sul bordo della vasca da bagno. Ma il bordo è stretto, e lui comincia a scivolare all’indietro. Slitta, come uno sci sulla neve quando si sgancia dallo scarpone, come la saponetta nel lavandino, come la vita nelle vene. Lo scivolare gli sembra infinito. Apre le braccia a le allarga sempre di più, senza sforzo. La breve preoccupazione lascia spazio a uno stato di sospensione. Poi si accorge, diventa consapevole che il suo corpo è leggero, e lui sta volando. Chiude gli occhi. Sente le ossa svuotarsi, i muscoli diventare sottili sottili. Se avesse letto Majakovski penserebbe di essere finalmente libero, con un paio d’ali che gli hanno squarciato le scapole per venire fuori. Ma è solo un vecchio, e come i vecchi, ricorda la vita, più dei libri. Ricorda quel volo per l’Africa, mille anni fa, per andare verso una guerra che avrebbe perduto. Era in una carlinga d’aereo per la prima volta e pensava dio fa che non ci buttino giù. Perché lui lo sapeva, lo sentiva come sarebbe andata a finire. Ma la vita – allora – se l’era salvata. E gli erano rimasti negli occhi il bianco delle nuvole, l’azzurro del cielo e la sensazione di leggerezza che gli faceva tenere a bada la paura. Prima ancora, quando era un ragazzino, aveva visto volare l’inventore del paese dov’era cresciuto. Un matto con il complesso di Leonardo che aveva costruito una macchina con due grandi ali montate sulle braccia e con quella si era buttato dal tetto di casa, annunciando che avrebbe sorvolato il lago e sarebbe atterrato incolume nel giardino di una grande villa romana sull’altra sponda. Lo avevano raccolto ridendo gli amici, una mezz’ora dopo, incastrato tra i rami del fico sotto casa sua, e il vecchio, che allora aveva aiutato a liberarlo, ricorda di essersi chiesto chissà cos’ha provato. Ecco, adesso lo sa. Sa anche cos’aveva sentito il Willy, l’inglese incongruamente adottato dal paese, il giorno del suo matrimonio, quando ubriaco fradicio aveva deciso di venire giù dal monte in bicicletta e aveva preso dritto un tornante ad era atterrato poco dopo quasi incolume in un terrapieno più in basso, ma per qualche interminabile secondo, aveva poi detto alla neomoglie stupefatta, aveva saputo come fanno gli uccelli. Volare, scivolare, sentirsi leggeri. Capire l’eternità. Ecco, lui, il vecchio, scivola e vola, e sente l’eternità aprirsi la strada attraverso la sua lunga vita e reggiungerlo e lui si pensa adesso capisco questa è la morte, d’altronde va bene è giusto così, nessuno vive per sempre, e se lo dice, mentre vola con le braccia aperte, in quel suo infinito scivolare all’indietro, e nonostante tutto prova una grande malinconia, un senso di perdita, anzi di smarrimento. Come il nonno di un film che ha visto dieci volte con suo figlio, che si perde nella nebbia e dice ma non sarà questa la morte, perché se è questa non è mica una bella roba. Allora chissà perché al pensiero del film e del figlio sorride, appena appena, increspando le labbra. Quando gli sembra di posarsi dolcemente, tiene gli occhi chiusi e non ha quasi voglia di aprirli. Si sente chiamare e sente dire cos’hai fatto, sei scivolato nella vasca, ti sei fatto male, te l’avevo detto di non andare in giro da solo. Ma lui chissà perché continua a sorridere e non ha voglia di niente. Tiene gli occhi chiusi, e il suo sorriso sulle labbra. Gli piacerebbe soltanto – pensa – continuare a volare, chissà per quanto, chissà dove.


Responses

  1. MAIS LES VRAIS VOYAGEURS SONT CEUX-LA’ SEULS QUI PARTENT POU PARTIR;COEURS LEGERS,SEMBLABLES AUX BALLONS,DE LEUR FATALITE’ JAMAIS ILS NE S’ECARTENT,ET,SANS SAVOIR PURQUOI,DISENT TOUJOURS:ALLONS!

  2. allora buon volo, malinconico vecchietto, lo vedo il tuo sorriso !

    ma “nostos” è riferito al film ?

  3. @alessandra. diciamo al titolo del film. è una piccola serie di esercizi su vicende personali, private, di gente comune. una piccola onda di ricordi. un ritorno a casa, doloroso, malinconico, ma anche bello e necessario…🙂

  4. un esercizio affascinante perchè nelle sue parole spesso ritroviamo anche
    noi stessi. grazie e resto in ascolto……….

  5. al vecchio sempregiovane, una compagna del viaggio

    Sensation

    Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
    Picoté par les blés, fouler l’herbe menue :
    Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
    Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

    Je ne parlerai pas, je ne penserai rien,
    Mais l’amour infini me montera dans l’âme ;
    Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
    Par la Nature, heureux- comme avec une femme.

    Arthur RIMBAUD


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