Pubblicato da: faustocolombo | 9, maggio, 2011

Habemus Papam!

Non sono un critico cinematografico (anzi, non sono un critico di nessun genere), e quindi è con qualche timore che spendo parole su un film. Ma ho visto finalmente – nel mio cinemino di paese, in mezzo a una decina di persone, in ‘un’atmosfera anni Sessanta che mi piace rivivere di tanto in tanto – l’ultimo film di Moretti, e vorrei spenderci qualche parola.

La storia è nota. Un cardinale viene eletto Papa nel Conclave. Accetta con timore, ma viene preso dal panico. La proclamazione resta a mezzo. La gente in Piazza San Pietro, i giornalisti, il mondo intero sono in attesa trepidante di capire cosa succede. Il Papa fugge, approfittando di una visita a una psicanalista. Gira per Roma, incontra degli attori. I cardinali e un altro psicanalista (marito della precedente, interpretato da Nanni Moretti, mentre Piccoli è il nuovo Papa) sono bloccati in Vaticano. Parlano, giocano a briscola e a pallavolo, si illudono che il Pontefice sia ancora nelle sue stanze, a causa dell’inganno di un addetto stampa, che copre la fuga.

Poi il fuggitivo rientra, si presenta finalmente alla Piazza e ai fedeli. Annuncia di non poter continuare. Lui non è l’uomo adatto alla Chiesa di oggi e alle sue sfide. Ha bisogno di essere guidato. Non sa guidare. Il film finisce così, su questo “gran rifiuto” che sorprende e getta nella disperazione il popolo di Dio.

Non so se l’ultimo lavoro di Nanni Moretti è un film sulla fede. Non credo. Il punto di partenza è un classico “che cosa succederebbe se”, in parte assurdo, in parte plausibile, per chi ricorda Celestino V, salvo che qui la “viltade” è un umanissimo dubbio, forse una malattia dell’anima, magari una più generale condizione di impotenza. Lo sviluppo della trama è semplice: il Papa, che si immagina chiuso in Vaticano, gira per Roma. Gli altri, che abitualmente stanno fuori, vi sono invece bloccati dentro, come ne L’angelo sterminatore di Bunuel. Una condizione assurda, ho detto, o meglio una condizione dell’assurdo, genere nobile cui forse andrebbe iscritto il film.

Ricordo un altro film – mi pare si intitolasse L’uomo del Cremlino – in cui un Papa usciva e girava per Roma, trovando nella gente comune la forza che dentro di sé non aveva trovato. Ma qui non c’è nessuna forza da trovare, perché la condizione di dubbio è senza sbocco, né umano né divino. E’ una condizione narrativa, che non evolve, ma si sviluppa fino alle estreme conseguenze.

Dunque il Papa di Piccoli rappresenta chiunque si senta impotente, chiunque viva la condizione esistenziale di “non saper guidare” ma di voler essere guidato. Una condizione che sperimentiamo tutti, e che nel film di Moretti tocca al Vicario di Cristo sulla terra. Perché mi sono riconosciuto in quel personaggio, davvero così umano, con i suoi occhi smarriti, il suo sorriso dolce, la difficoltà a spiegare se stesso? Forse perché vi ho letto il dono che Dio concede a tutti, credenti o no, e che mi è stato spiegato molti anni fa da un amico molto saggio.

Eravamo a un tavolino di un bar, e lui mi ha chiesto se sentivo mai la presenza di Dio. Gli ho risposto cosa intendeva. Mi ha detto che ci sono tre modi di sentirla: per qualcuno è la spada della convinzione, per altri il libro della verità. Ma nessuno dei due è davvero un dono divino, piuttosto una proiezione umana.

La terza, gli ho chiesto? La terza è il dono vero, mi ha risposto: una modica quantità di dolore.

Buon vento.

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Responses

  1. insomma, da vedere questo film… ero già rimasro incuriosito dai trailer, ora la curiosità sale..

  2. Credo che il dolore non si possa mai quantificare di modica entità. Tuttavia saper sentire la presenza di Dio nel momento del dolore, non è capacità di tutti per questo è il dono vero.
    In questo Papa smarrito, sofferente e debole, così umano e simile alla maggior parte dei comuni mortali si avverte l’amore di Dio più che mai.

  3. mi piace l’idea di ‘una modica quantita’ di dolore’,quella che ti permette di com-patire, di partecipare,ma che non ti puo’ sopraffare,distruggere…E’ il giusto,la giusta misura,la temperanza.E’ quella che ti permette di essere uomo tra gli uomini,ma che ti lascia intatta la fortezza.Non ti dissolverai,ma lascerai la tua impronta.


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