Pubblicato da: faustocolombo | 3, maggio, 2011

Bin Laden non è mai esistito

Niente paura: il titolo è una citazione di Baudrillard, che prima durante e dopo la Guerra del Golfo scrisse una serie di articoli sul tema Perché la Guerra del Golfo non sta avvenendo. Erano articoli provocatori, ma anche molto intelligenti sul fatto che ciò che vedevamo non necessariamente significava l’esistenza in vita della guerra, perché la grande macchina del simulacro poteva benissimo simulare tutto, senza bisogno di morti e distruzioni reali. Purtroppo i morti e le distruzioni reali c’erano davvero, ma la questione posta dal vecchio Baudrillard rimane in qualche modo di attualità.

A cosa abbiamo assistito ieri? Un annuncio: Bin Laden, la mente della strage dell’11 settembre, è stato ucciso. Il suo cadavere sepolto in mare. La sua identità provata dall’esame del DNA. A New York la gente festeggia, con le stesse immagini in realtà vagamente spaventose che mostravano alcune vere o presunte popolazioni antiamericane esultare dopo la caduta delle due torri. Foto dei pompieri, gli eroi del nine eleven, con il pollice alzato in segno di esultanza.

Nel frattempo (sono passati dieci anni) la storia è cambiata. Il regime talebano è caduto, anche se il nuovo Afghanistan non si sente tanto bene. Cose analoghe sono successe in Iraq. Nuove potenze sono sulla scena mondiale. Il mondo arabo sta mutando rapidamente. Abbiamo una crisi economica spaventosa, che mette a dura prova i mercati e la produzione di quasi tutto il mondo.

Ma in qualche modo la narrazione americana ci dice che una parabola si è compiuta. L’azione terribile dell’11 settembre ha trovato la sua vendetta. La lunga mano americana (il bene) ha colpito la mano di chi l’aveva percossa (il male). Nel frattempo, sempre per dire, Al Qaeda è cambiata molto dal 2001. E’ sempre più una galassia di elementi parzialmente autonomi, a volte imitatori. Gli stessi osservatori internazionali ci ricordano che sono possibili ritorsioni, nuove azioni dimostrative da parte di schegge impazzite del terrorismo internazionale.

Perché allora, qualcosa è finito? Perché l’uccisione di Bin Laden avviene con la stessa forza simbolica della caduta delle due torri. Stesso senso di déjà vu filmico o letterario (alla Tom Clancy, per intenderci); identica simbolizzazione strategica: si sceglie di fare attaccare la villa-fortezza anziché raderla al suolo perché l’uccisione diretta, il corpo disponibile al prelievo del DNA, la possibilità stessa di una foto (sfruttata e bruciata in anticipo da un falso ritoccato, per la felicità postuma di Baudrillard) costruiscono l’evento come simbolico, narrabile, e insieme parte di una narrazione più ampia, con un netto inizio (le due torri) e una netta fine (la vendetta su Bin Laden).

Questa narrazione simbolica è piena degli elementi del simbolico contemporaneo: non solo i Navy Seals, eroi di tanto cinema e fiction avventurosa, ma anche la cronaca su Twitter, la circolazione sui social media, i commenti planetari. E’ anche di più: è una breve storia che si costruisce come una parabola perfetta del bene che vince sul male, con un happy end di tipo hollywoodiano.

Fuori, naturalmente, il mondo è più complicato, ma tant’è. E questo evento simbolico svela anche un sottile filo di barbarie nei festeggiamenti più o meno smodati per qualcosa che è pur sempre un’uccisione. Un filo di barbarie che ci lega tutti, terroristi e uomini d’ordine, pacifisti e guerrafondai, perché quando si apre il vaso di Pandora della violenza allora diventa il tempo dei barbari, indipendentemente dalla foggia dei vestiti e dalla sofisticazione delle armi o dei mezzi di comunicazione.

Un capo terrorista è morto. Le vittime dell’11 settembre non risorgono. Il presidente che ha scatenato la guerra in una bella fetta del mondo conosciuto non c’è più, e il suo successore sarà probabilmente rieletto per questo successo. La vita degli uomini è strana, a volte. La loro morte non meno.

Buon vento.

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Responses

  1. se io avessi perso una persona cara nella strage delle torri gemelle, oggi penserei che nulla potrà mai restituirmi l’affetto perduto. Per questo non sarei riuscita a gioire della morte del responsabile numero uno di quella strage, ma per un senso di giustizia verso le migliaia di vittime avrei preferito vederlo scontare il resto dei suoi giorni in prigione. Una punizione lunga e inesorabile avrebbe onorato meglio la memoria di tante persone morte innocentemente. E avrebbe reso l’umanità un po’ migliore.


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