Pubblicato da: faustocolombo | 1, maggio, 2011

Dandoti il braccio

Ecco, ti dò il braccio. Mi hanno spiegato che non lo devo porgere, non ti devi aggrappare. La mia mano deve sostenere il tuo, di braccio, come se ti spingesse dolcemente dove hai scelto di andare, ti volesse trasmettere la mia forza, sommarla alla tua in questa corsa verso il tuo futuro. Così ti dò il braccio, e insieme cominciamo il cammino. Un passo, lento, per prendere un ritmo comune. Dio come mi ricordo ancora la tua mano piccola nella mia che improvvisamente mi sembrava grande come quella immensa di mio padre. Ero io allora che ti insegnavo a camminare, come lui aveva insegnato a me. E tu eri così decisa, con quel mento in su, quegli occhi che guardavano il mondo e sembravano non chiudersi mai, così decisa che alla fine eri tu a dare forza a me, anziché il contrario.

Dài, un altro passo. E ti porto a scuola, con quel grembiule bianco bianco (un indizio?), il caschetto biondo, il tuo sorriso di chi dice non vi preoccupate, me la caverò. E ti aspetto quando esci con i tuoi compagni, lo zaino pesante e le gote un po’ rosse.

Vedi come andiamo bene? Attenta, di non inciampare. Abbiamo già inciampato, tu ed io, no? Ci siamo persi, arrabbiati, ritrovati, e vedi come va la vita, la cosa che mi ricordo di più adesso è quando al liceo avete fatto quell’assemblea sulla guerra e mi hai chiesto se venivo a dire la mia, e io sono venuto, per te e per gli altri e per la mia coscienza, e tu che avevi sempre quell’aria dura, mentre ti riportavo a casa con la febbre mi hai detto che ti eri sentita orgogliosa. Mi è restato in mente quello che non ti ho detto, allora: che ero io a essere orgoglioso di te, la mia pasionaria preferita, su quella cattedra in mezzo a un’assemblea che mi ricordava la mia giovinezza.

Oddio, quanti passi, come andiamo veloci, e abbiamo già superato il chiostro, siamo entrati, e corriamo verso la destinazione. Lo sai che effetto mi fa, no? Trent’anni fa ho fatto lo stesso cammino, nello stesso posto, e mi sono girato a guardare se arrivava tua madre.

Sì, lo so che rallento, adesso, ma solo un po’. Mi serve un attimo per ricordare ancora i tuoi esami, le tue gare (quella telefonata: ho vinto, sai?), i tuoi viaggi, il mio sguardo sempre un po’ da lontano. Adesso posso dirtelo, mentre siamo quasi arrivati, e lui ti aspetta, e devo lasciarti andare. Posso confessarti che ti ho sempre trovato bellissima, un regalo che non ho mai meritato e quindi più gradito di qualunque altro. E poi sai, il bianco ti dona, non puoi immaginare quanto, anche adesso che non è più quello del grembiule, ma di un vestito che tu dici da meringa ma a me sembra di una principessa sbucata da chissà dove. Una principessa che ho custodito nella vita, e adesso accompagno verso il futuro, mentre il mio compito finisce.

Ecco, adesso mi devo fermare. Tu puoi andare, figlia mia. Il mio cuore puoi tenerlo, non ridarmelo indietro.

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Responses

  1. Tanti auguri a Chiara 🙂
    E anche a lei, Professore.
    V.

  2. Ecco, adesso mi devo fermare. Tu puoi andare, figlia mia. Il mio cuore puoi tenerlo, non ridarmelo indietro.
    Chiunque abbia dei figli ha dentro di sè questa “cosa”: grazie di avermela dispiegata….

  3. “Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
    e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino……….”
    leggendo questa bella pagina, mi vengono in mente i versi di Montale. Le sue parole gentile prof sono quelle che ogni figlia vorrebbe sentirsi dire in un momento
    così cruciale della vita. Quello che mi sento di aggiungere è che il suo compito di padre non è finito. Lei sarà sempre il faro, il porto sicuro, l’esempio. Anche quando le sembrerà di essere stato un po’ abbandonato.
    Auguri vivissimi e sia felice.


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