Pubblicato da: faustocolombo | 29, aprile, 2011

Cartolina da Marrakesh

Se servisse un solo argomento in più per dimostrare l’ovvia stupidità della violenza del terrorismo (di ogni terrorismo, di ogni colore, di ogni epoca storica, secondo la perla di saggezza che ci ha appena consegnato Stephane Hessel in Indignez vous), ne propongo uno su questo smandrippato vascello: le bombe uccidono le persone, e distruggono le cose. Ma hanno anche un effetto collaterale: deturpano i ricordi. Leggo dell’attentato alla piazza di Marrakesh, e mi vengono le lacrime agli occhi. Perché in quella piazza, in quel caffé, dove forse Nash ha composto la canzone che Salvatores ha preso come titolo di un suo fortunato film (Marrakesh Express), io ci sono stato, in un viaggio indimenticabile. Era il tramonto e bevevamo té, seduti a quei tavolini, guardando i colori: il rosso del sole che riverberava sulle case, i mille ori dei costumi dei venditori d’acqua, il grigio del fumo che usciva dalla carne cotta sui bracieri, le pelli di ogni tinta dei turisti e dei residenti che si incrociavano con non chalance. Da poco lontano venivano i rumori del suk, ed eravamo stranamente calmi e un po’ sfiniti dopo giornate intense di lavoro ed emozione.

Allora l’Osservatorio sulla Comunicazione, il centro di ricerca che avevo fondato qualche anno prima, era un piccolo ufficio artigianale, che all’interno dell’Università si occupava di lavorare per le imprese. Ci lavoravamo io e qualche giovane neolaureato o specializzato, o dottorando. Forse persino io ero ancora un ricercatore, cioè vivacchiavo felicemente (allora le cose erano molto diverse da adesso) sui gradini iniziali della carriera accademica. Per farla breve un giorno entrò un personaggio a cui devo molto. Si chiama Alessandro Loro, ed ai tempi lavorava per il Marketing della RCS Periodici. Disse che era interessato a stringere rapporti con l’università, che per lui era il luogo principe dell’innovazione e del pensiero. Parlammo parecchio, e diventò uno dei nostri visitatori più assidui. Arrivava, si sedeva nel piccolo ufficio in Via S. Agnese e cominciavamo a discutere di massimi sistemi, con la formula chi c’era c’era. Un bel giorno ci propose una sfida: doveva organizzare una convention per la forza vendita della pubblicità del gruppo, e voleva inventare qualcosa di nuovo. I  giovani che lavoravano con me si scatenarono, e alla fine partorirono un’idea folle. Mettere in piedi una pièce teatrale ad hoc, da portare in scena di sorpresa, al posto dei soliti dibattiti, conferenze e tavole rotonde che annoiavano tutti quanti.

Ci credereste? La cosa si fece. Facemmo scrivere a un’autrice un testo sull’importanza della lettura; trovammo uno straordinario attore. Andammo con tutta la compagnia a Marrakech. Il giorno prima, arrivati in albergo, gli invitati trovarono un biglietto di invito: un non precisato regista li invitava a una serata in cui si doveva parlare di lettura. Si raccomandava di essere presenti, perché la cosa riguardava ogni singola persona. La gente arrivò, si sedette nella grande sala. Si fece buio e l’attore entrò. Parlò di libri, di giornali, dell’emozione del leggere: passarono davanti ai nostri occhi, come se le vedessimo, le pagine di romanzi amati, di eventi indimenticati grazie ai quotidiani; si rivangarono situazioni buffe, come quella del lettore a sbafo che sbircia il tuo giornale sulla metropolitana. Alla fine si fece buio ancora. Una donna entrò con una candela e un foglio. Sopra c’era un brano di Canetti, tratto appunto da Le voci di Marrakech. Si fece di nuovo buio, in un silenzio assordante. Poi partì un applauso lungo, lunghissimo, irrefrenabile. Ricordo di aver visto volti emozionati e commossi. Ci guardammo, noi complici, pensando che ce l’avevamo fatta. Avevamo dimostrato che la cultura vale sempre la pena, anche in una convention un po’ markettara.

La sera fummo là, al caffé sulla piazza, a bere té e a goderci la stanchezza. Quel caffé che le bombe hanno mezzo distrutto, uccidendo gente che era lì come noi, con i suoi sogni e la sua meraviglia.

Le bombe uccidono le persone, distruggono le cose, deturpano i ricordi. E’ per questo che non le perdono, mai.

Buon vento.

Annunci

Responses

  1. ecco perchè i ricordi non muoiono.

  2. Questa storia mi mancava, grazie per averla raccontata

  3. questa testimonianza è incredibile. Andrebbe pubblicata nei testi scolastici oppure raccontata in un documento visivo. Ci pensi davvero.
    Io non perdono gli uomini che si fanno forti dietro le bombe. Li obbligherei ad un Osservatorio sulla Comunicazione planetario affinchè recepiscano fino al midollo l’importanza, la priorità, la semplicità, la sola via che sta nelle parole.
    Il mondo gira su infinite piccole azioni positive, leali, corrette che vengono sovrastate da pochi devastanti e brutali comportamenti. Possibile che non si trovi
    il modo di invertire la tendenza ?


Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: