Pubblicato da: faustocolombo | 13, aprile, 2011

Compagno

Passo dall’università a sbrigare alcune cose, e all’ingresso laterale trovo i giovani che vendono Lotta Comunista. Uno mi si fa incontro: è un bel ragazzo ordinato, con i capelli corti, jeans e camicia bianca. La giornata è piena di sole e nel chiarore della luce di aprile questo ragazzo mi sorride e chiede: compri Lotta Comunista, compagno? Lui non lo sa, ma il mio cervello si mette a funzionare di colpo in una direzione imprevista. Scompone la domanda in parole, le analizza una per una, ci trova dietro sentimenti, storie, esperienza. Per esempio lotta. Lotta politica, naturalmente. Una parola da prendere alla lettera nei tempi della resistenza, da usare in senso metaforico in una democrazia faticosamente conquistata, in un incerto ma forte significato partecipativo durante gli anni della partecipazione e in senso travisato negli anni (gli stessi) del terrorismo. Ma oggi? Cosa vuol dire lotta politica oggi? Somiglia piuttosto a una metafora di altra natura, appartenente al linguaggio medico. Quando si dice lottare contro una malattia. Perché è questo che si fa. Si combatte contro una malattia degenerativa della democrazia italiana. Ma quella medica è una metafora (anzi, nemmeno medica, ma piuttosto del linguaggio comune applicato alla medicina). Bisognerebbe dire cura. E questo dovremmo fare: curare la malattia della democrazia italiana come se non fosse un fatto politico, ma un gravissimo virus morale di cui vanno trovati i retrovirali, attraverso la cultura, la parola, la testimonianza. Lentamente, ma sicuri di poter vincere. Non temo Berlusconi in sé. Temo Berlusconi in me, credo abbia detto Giorgio Gaber, e c’è tutto, lì. Guardiamoci dentro e cerchiamo di capire cosa è successo in un Paese in cui ci sono dei manifestanti con la mortadella contro i processi, in cui non abbastanza gente si indigna per leggi vergognose, eccetera.

Ma continuo a ragionare: compagno. Il ragazzo mi ha chiamato compagno. C’era nel suo tono una educata provocazione, in un mondo in cui, se ricordo bene, persino i giovani del PD di provenienza Popolare hanno contestato una volta l’uso del termine. Ricordo che Silone descriveva l’etimo della parola in cum pani. Sono compagni quelli che dividono il pane, la strada, la vita. Questo era il senso del termine. Il ragazzo ed io non siamo compagni, non abbiamo vissuto niente insieme, e nemmeno lui vuole richiamare quella unità sociale, morale, politica che fa di una nazione, un Paese, un’idea politica una casa comune. Ma la prendo lo stesso per buona questa parola, questo essere compagni di viaggio in un modo che non conosciamo più o ancora.

Cammino cammino, intanto, e mi accorgo che sono andato oltre, non mi sono fermato a parlare, ormai il ragazzo è indietro e sta già fermando qualcun altro. Lotta Comunista, compagno? Sorrido e lo lascio al suo impegno e alle sue provocazioni.

Ci sono già passato, ci passo ancora, non smetterò di passarci, mai. Buon lavoro, compagno.

Buon vento, compagni.

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Responses

  1. Mi è sempre piaciuto il vocabolo, il termine “compagno”, anche se lo uso poco.
    Non tanto – non solo – in senso “politico”, di appartenenza (anche se importante, e pregno di significati), quanto in senso “etimologico”.

    Compagno: chi condivide il pane.
    Quindi la vita, la quotidianità, la fatica.
    Ma anche i sogni, le utopie, le gioie.
    E infine, un progetto comune, un “destino”.

    C’è sotteso un senso di lavoro comune e condivisione: proprio come a tavola.
    Ha un sapore di intimità, complicità, solidarietà che nessuna altra parola contiene.
    Forse “fratellanza” o “amicizia”: ma con un senso, per così dire, meno forte, più teorico.
    Sono fratello di tutti, amico di tanti: ma ciò ha una valenza quasi metafisica (anche se non è sempre così: essere “fratello universale” per De Foucald aveva un significato molto preciso).
    L’appellativo compagno non ha necessariamente una connotazione religiosa, o etica (non esclude il trascendente, ma neppure lo presuppone), non richiede necessariamente una conoscenza o una frequentazione consolidate.
    “Compagno” è termine concreto, proprio come lo spezzare il pane.
    Contiene una scelta di vita o almeno di esperienza assieme; richiama il pasto comune, uno dei momenti di condivisione più belli.

    Non per niente, credo, si dice compagno di viaggio, o compagno di strada, o di sventura, o anche compagno di giochi.
    O si afferma: “è il compagno della mia vita”.
    Più semplicemente talora ci si fa “compagnia”.
    O se qualcuno è particolarmente simpatico e socievole e crea “gruppo”, lo definiamo “compagnone”.

    Non a caso è facile trovare subito sintonia tra “compagni”, tra chi condivide la stessa avventura, qualunque essa sia (ma non può essere “qualunque”: sennò diremmo, che so, collega o socio) .
    Non può essere mai un rapporto di affari o di convenienza, anche se talora è di “utilità”, ma sempre di complicità: come scegliere il golf magari più usato, ma che ha preso la tua forma, nel quale sai che ti troverai a tuo agio.

    Ma forse è il prefisso “com” che mi intriga: com-passione, per esempio.
    Non avere pietà di qualcuno, ma “patire assieme”.

    Grazie a tutti i com-pagni che condividono con me pezzi di vita, sogni e speranze (qualche volta utopie), “lotte”, fatiche e gioie, lavoro e risultati, più spesso delusioni, che ho incrociato anche per pochi minuti, ma con i quali condividevo in quel momento un sogno e un progetto, o che non vedrò mai (ma so che ci sono)

  2. ciao fausto,

    sempre a proposito di politica (solidale) e lotta (culturale) e di compagnia (il più possibile allargata), ecco un articolo pubblicato proprio oggi su “nazione indiana”:

    http://www.nazioneindiana.com/2011/04/14/nientaltro-che-il-dovere-di-essere-calabresi-cioe-italiani-ovvero-parte-di-un-territorio-infinitamente-piu-esteso/

    a presto

    giuseppe


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