Pubblicato da: faustocolombo | 13, marzo, 2011

Nostos

Ciao, sono tornato. Sorridi. Lo so che l’affermazione ti sembra un po’ strana. Ci siamo visti la settimana scorsa, puoi pensare. Ma non parlo di quello. Parlo di un viaggio più lungo, di cui non sai, di cui non sa nessuno. L’ultima volta che sono venuto a trovarti, alla fine mi hai salutato con “buon vento” l’augurio con cui chiudo i miei post sul blog. E io ho pensato guarda lì è sempre come me la ricordo da giovane, anche adesso che gli anni sono parecchi, le fatiche della vita si sono accumulate, e comunque ci sono un’infinità di cose da pensare, perché tu non ti sei mai fermata, non ti fermi mai. Magari zoppicando, magari con il braccio al collo, ma continui a camminare con quella tua andatura nervosa, con quella tua magrezza indicibile, con l’energia che prendi da non so dove visto che mangi come un uccellino. Anzi magari è così, è perché fai come gli uccelli che hanno le ossa leggere e quindi volano, prendono le correnti d’aria, non riesci a immaginarteli fermi. Comunque dicevo che sono tornato dal mio viaggio. Che sembrava come tutti gli altri, sai quando parti e saluti, fai un cenno con la mano e vai via, e ti lasci alle spalle delle cose, delle persone, e ne incontri altre, di cose e di persone, e provi a farci i conti, che tornano qualche volta, qualche volta no. E io ero avanti in questo viaggio, avevo scalato montagne, attraversato mari, visto praticamente il pianeta intero da nord a sud, da est a ovest. E la gente mi diceva bravo, che bell’itinerario, quanta esperienza hai accumulato complimenti e via.

Una volta ho visto un film in cui il protagonista gira il mondo con una valigia piccolissima, e fa delle conferenze in cui spiega che è meglio non portarsi dietro quasi niente. Dice buttate via tutte le cose inutili e fa un elenco in cui c’è tutta la vita, gli amori, le amicizie, le ambizioni, i ricordi. Tutto inutile. Per questo la valigia, secondo lui, diventa leggera come il cuore. Io mi sentivo così. Viaggiavo con una valigia piccolissima, leggerissima, e andavo lontano, sempre più lontano.

Finché è successo. E’ stato come una piccola puntura. Un fastidio. Un segnale. Una parola: ritorno. Che sulle prime non voleva dire niente, solo una vaga idea di girare la testa e i piedi e camminare in senso opposto. Però nella vita non si può fare, perché i metri sono minuti e i giorni chilometri, e il tempo, quello, non te lo restituisce nessuno. E allora, inseguendo quella stupida parola ho cominciato a cercare, a ritrovare piccoli punti di riferimento che non avevo segnato come Pollicino o come Arianna perché va a pensare che un giorno le molliche di pane o il filo mi sarebbero serviti. E cercando mi sono perso, ho cominciato a sentire dentro un peso, un grande peso che mi affaticava. La valigia era sempre piccola, piccolissima, ma adesso aveva la consistenza di una montagna, di un lutto, di un rimpianto o di un rimorso. Io cercavo, ma gli altri sembravano non capire, mi guardavano come se viaggiassi ancora, come se fossi sempre il proiettile lanciato da chissà quale fionda, come se puntassi a chissà quale meta o risultato. Così il peso è diventato una solitudine sempre più grande e io non riuscivo più neanche a camminare. E mi sono fermato. Non andavo da nessuna parte. Stavo lì seduto su questa piccola valigia pesantissima e diventavo immobile, mettevo le radici di un albero malato in una terra malsana, senza che il tronco crescesse, figuriamoci i fiori. Dio com’è stato terribile e doloroso. Com’è stato stupido, insensato, con quella voglia di dire ok mi sdraio qui, facciamola finita, così mi riposo una volta per tutte che ne ho piene le scatole di quel viaggiare senza un perché senza un dove, e anche di questo star fermo senza significato.

Poi, nella confusione della mia testa è apparso un minuscolo, impercettibile raggio di luce. Dev’essere stata come l’idea del figliol prodigo, sai: tornerò da mio padre, eccetera. Ecco, ho detto, potrei tornare esattamente là, dove tutto è cominciato. Mi sono appoggiato a un bastone e via di nuovo. Passi piccoli, che la baldanza di un tempo era sparita. E’ stato così che sono arrivato da te. Un passo dietro l’altro, ritrovando i ricordi e mettendoli nella valigia. Che tra parentesi lei, la valigia, ha cominciato ad allargarsi, e il peso a svanire. Ci stavano dentro gli amici perduti, i sogni dimenticati, le strade percorse da bambino, i viaggi da ragazzo, tutto. E parevano non pesare niente. Le mani mi sono diventate enormi, a forza di portare questo gigantesco bagaglio, ma non ho quasi più bisogno di forza, nemmeno di rabbia. Adesso tu non lo vedi, ma la valigia è qui accanto a me, ed è per questo che oggi non è un giorno come gli altri, e il mio saluto non è come gli altri, e il mio ritorno non è come gli altri. E’ come quello di un migrante che rivede casa, di un pazzo che ha riacquistato la ragione, di un innamorato pentito, di uno che ha perso il lavoro e finalmente può ricominciare. E’ questo che volevo dirti, adesso che so che mi aspettavi. Ho trovato quell’attesa sulla strada, un giorno che c’era il sole, e la montagna davanti a casa tua splendeva più del solito, e mi sono detto ecco qua l’ultima cosa che dovevo trovare.

Ciao mamma. Sono tornato. Adesso puoi farmi entrare.


Responses

  1. Mi capita spesso di leggere brani che mi emozionano e che mi fanno scattare associazioni interne, immediate, quasi involontarie, legando quell’emozione a un’altra provata nel passato (dentro quella famosa valigia). Questo tuo viaggio a me ha fatto emergere le note di una canzone, soprattutto le sue parole, il suo modo di raccontare il tempo, le andate e i ritorni, i “passaggi di tempo”:
    Chissà che riascoltandola susciti un po’ di quella sensazione anche a te. “Mille anni al mondo…” Buon vento, buone andate, buoni ritorni

  2. In queste poche righe ha toccato molte corde alle quali si diventa sensibili quando
    si raggiunge un’età più matura, ci sono stati vari andate e ritorni e il viaggio, a volte faticoso a volte più lieve, continua……
    è bello saper ritornare, ritrovare l’innocenza di abbandonarsi tra le braccia di una
    madre. Buon vento a tutti e due.

    Fantastico pezzo, uno dei migliori di Faber. Lo vidi proprio in quella tournè del ’98, forse la sua ultima………


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