Pubblicato da: faustocolombo | 24, febbraio, 2011

Stare sulla rete al crepuscolo della democrazia

A partire dal mio ultimo post, e in previsione di una piccola cosa che sto scrivendo per la rivista della mia università, vorrei proporvi qualche breve considerazione sul rapporto tra l’uso della rete e la politica che mi sta diventando sempre più urgente. La premessa, lo so, è discutibile: consiste nell’idea che la nostra non sia più in termini sostanziali una democrazia. Ci ho messo un po’ ad accettare questo punto, ma mi sembra ormai indiscutibile. L’ultima vicenda politica ha indiscutibilmente i tratti del regime: un regime mediatico-populista che ha la complicità di una parte minoritaria ma consistente della popolazione, e che costruisce un racconto della realtà essenzialmente mediatico-pubblicitario, che rimuove i problemi, li sostituisce con gli slogan, crea insomma un racconto pervasivo del presente e del passato. In nome di questo racconto, il regime piega o prova a piegare qualunque cosa: la costituzione, le elementari regole democratiche, le istituzioni di garanzia. I contenuti del governare diventano dunque secondari rispetto all’affernazione di una specie di volontà di potenza del manovratore, a dispetto della sua insipienza diplomatica, dei suoi oggettivi insuccessi di governo, persino della sua palpabile senescenza e dei dubbi sulla sua dignità.

Se le cose stanno così, quanto è efficace la rete, quanto valgono gli sforzi e le discussioni nella blogosfera o nei social networks? Teniamo anche presente che il gioco parlamentare è oggettivamente svilito dal ricorso a mezzi che delegittimano la discussione, riducono le opposizioni alla pura presenza con un abuso dei diritti di maggioranza (e se le opposizioni possono e devono essere criticate nella loro impotenza, sarebbe comunque bene ricordarsi il difficilissimo contesto in cui si muovono). La mia risposta è che la rete può fare molto per alimentare la pubblica opinione, ma non abbastanza. Penso che l’attuale regime non cadrà senza una forte spinta di quel nuovo vecchissimo mezzo che è la piazza, così attiva nelle rivoluzioni arabe. Parlo proprio delle masse fisiche, in grado di far valere “l’inverno del loro scontento” con quella rappresentazione-azione che impedisce il silenzio e la cancellazione da parte dei media. Sono le folle in piazza che mettono in condizione la viralità dei media di superare gli ostacoli che il potere frappone alla realtà. Forse sarebbe il momento di pensare, da parte delle opposizioni, a sorte di presidio permanente, a una chiamata alla discesa in campo delle folle scontente, rischiando sulla capacità di attrazione. Può darsi che siamo così stanchi, così scoraggiati, che l’appello cada nel vuoto. Ma le manifestazioni degli studenti, degli operai, delle donne, dicono che c’è uno spazio di comunicazione e di azione che dovrebbe essere riempito. E’ ora anche qui da noi di una rivoluzione gentile. Oppure accettiamo che le cose accadano e che il regime imploda da solo.

Ma se non ora, quando?

Buon vento


Responses

  1. Condivido in toto la premessa, quella sul regime. È da anni che replico a chi mi dice “ma Berlusconi ha la maggioranza dei consensi” (maggioranza relativissima, peraltro) che sinché non mi si darà la prova che ce l’avrebbe ugualmente anche in presenza di un sistema dei media e di un processo di formazione dell’opionione autenticamente libero io sarò autorizzato a nutrire dubbi sulla legittimità di quel consenso.
    Quanto alla piazza: concordo sul fatto che la piazza ha una forte valenza comunicativa, di rappresentazione-azione. Ma temo che le condizioni sociali di base tra il nostro paese e quelli che sono scesi in piazza in questi giorni (con esiti più o meno coerenti) siano assai differenti, anzi, quasi speculari. Da una parte una società fatta in gran parte di giovani che si è progressivamente acculturata, scolarizzata, emancipata e quindi si è resa sempre più insofferente al tipo di autoritarismo che dominava quei paesi. La consapevolezza degli spazi di libertà che mancavano loro (oltre che l’assenza di prospettive economiche) li ha fatti scendere in piazza. Temo che in Italia ci sia stato un processo quasi inverso: un’opinione pubblica sempre più anestetizzata, resa sempre meno consapevole, sempre meno capace di dotarsi di strumenti di comprensione per interpretare i fatti e quindi agire di conseguenza. Senza contare che siamo una società molto più vecchia anagraficamente e in condizioni economiche – almeno per ora – di gran lunga migliori di quelle dei paesi del Nordafrica.
    Certo, spero anch’io che le opposizioni sapranno scendere in piazza ancora. È doveroso e giusto. Ma ho il sospetto che queste piazze, da noi, non sapranno instaurare l’auspicabile effetto valanga che abbiamo visto altrove, non sapranno trascinare con sé anche i settori dell’opinione pubblica che hanno fatto dell’indifferenza il loro atteggiamento principe nei confronti delle vicende pubbliche di questo paese. Temo che saranno piazze “di minoranza”
    Sono troppo pessimista?
    Buon vento, ce n’è un gran bisogno

  2. Segnalo questo articolo di Farid Adly, giornalista libico che sento spesso su Radipop.
    Interessante l’intreccio, piu’ volte segnalato, tra piazza reale e virtuale, un mix senza il quale non si spiegherebbe l’incendio scoppiato sull’altra sponda del lago mediterraneo.
    C’e’ un altro aspetto che mi sembra interessante: l’indignazione dei giovani verso un regime autoreferenziale, retrivo e sanguinario.
    A voler essere frivoli, a fronte di un simile dramma, si direbbe che questi giovani magrebini sono degli ostinati moralisti che vogliono un golpe morale puritano!

    http://espresso.repubblica.it/dettaglio/chi-sta-facendo-la-rivoluzione/2145452

  3. albert perfettamente d’accordo su legame inscindibile tra agorà virtuale e piazza reale. ricordiamoci che il movimento di Seattle, del G8 di Genova e dei girotondi si sono autoalimentati dal web proprio perchè – almeno in Italia – i media e la comunicazione mass-mediatica (Perniola in Contro la comunicazione e La violenza mediata a cura dell’osservatorio di comunicazione La Sapienza Roma) sono stati e sono uno strumento che tende a dare dei movimenti di piazza un giudizio negativo (tranne Il Manifesto e forse ora Il Fatto quotidiano). Il fatto è che le nostre piazze sono state – anche durante le ultime manifestazioni studentesche di Roma contro la Legge Gelmini – violentate a sangue dalle cosiddette forze dell’ordine.
    Ora la questione assume toni cupi nel nord Africa perchè come ci dice oggi bene Ezio Mauro su La Repubblica le rivolte sono in Italia strumentalizzate dall’emergenza emigrazione.
    Anche io come Fausto – ma come ha sempre ribadito il Movimento – la piazza non può prescindere dalla politica, così come il web dalla realtà. Non c’è in Parlamento nessuna forza politica capace di rappresentare il Movimento, di saperne sublimare la forza dirompente in chiave politica.
    Ci sta provando Beppe Grillo. Ma ancora siamo lontani da un risultato. Occorre discuterne, stimolare, argomentare, studiare e agire. Nel piccolo. Ogni giorno. Buon vento (a Genova tramontana polare…)

  4. @Giuliana: è vero, probabilmente oggi in Italia il rapporto tra rete e realtà, la dimensione squisitamente politica di questo intreccio, non riesce ancora a “scaricarsi a terra”. Ma ho l’impressione (non suffragata da alcun dato!) che la rete sia già comunque un presidio democratico insostituibile, una cosa impensabile solo 4-5 anni fa, non so se hai anche tu la stessa impressione.
    Buon vento!

  5. certo albert. grazie al newsgroup del genoa social forum attivo da gennaio 2000 fino al 2002-2003 le news circolavano perfettamente per concretizzarsi in sit-in riunioni e altro. la mia sensazione e il bisogno emerso dalle piazze (ricordi 2002 cofferati?) era di avere un riscontro politico a sinistra che è stato bellamente disatteso, complice anche l’autoritarismo post 11 settembre e successivi attentati (spagna). in italia il governo di destra ha veramente agito indisturbato e la piazza non ha avuto alcun tipo di sponda. quindi ritorno a fausto. la piazza è solo uno stimolo, il resto, il cambiamento vero tocca alla politica o alle istituzioni. insomma la legge elettorale e la riappropriazione della politica da parte dei cittadini. questione di fiducia…

  6. Sono d’accordo con Giuliana. Credo che il caso italiano metta in serio dubbio alcuni postulati forti sugli effetti democratici della rete. Gli effetti più tangibili, guarda caso, provengono da quei luoghi in cui non esiste una tradizione “democratica” come in Italia, o nell’occidente del mondo.
    La piazza non ci salverà. Ma soprattutto la rete non ci salverà. Non saranno gli sciami intelligenti, per quanto intelligenti essi siano. Non saranno due post su facebook e neanche un bell’articolo in un blog. Se l’ultimo garante di tutti i micro-poteri rimane lo stato-nazione, come vuole Castells – e su questo credo molto – direi che il passo dovranno farlo i partiti all’opposizione, o comunque le istituzioni, che per loro natura certo non sono destinate al dissolvimento. Buon vento, sì. E speriamo stavolta soffi potente per spazzare tutto questo schifo..

  7. Nicola un tempo ci saremmo appellati all’Europa. Oggi La Russa afferma che l’Europa non ci aiuta. Non sa che siamo noi l’Europa. La Bufera e l’altro. Eugenio Montale. Il vento soffierà ancora. Dopo.

  8. Ci sono delle mattine in cui mi alzo, apro il blog e leggo una serie di interventi come questo. La giornata mi pare piena di sole. Grazie davvero a tutti. Non sarà un blog, non saranno dei post a salvare la democrazia, ma il calore e l’intelligenza che emanano certe frasi aiuta a non perdere la speranza. E senza speranza la democrazia muore.

  9. Ciao!
    Mi permetto di segnalare un punto di vista diverso su SB e sulla politica italiana. Un punto di vista “geografico”, presentato in “Berlusconi’s Italy: Mapping Contemporary Italian Politics”
    http://www.temple.edu/tempress/titles/1938_reg.html

  10. L’opposizione extra-istituzionale è troppo debole e scoordinata, e non sarebbe in grado di chiamare autonomamente ad una mobilitazione duratura e di massa.
    E l’opposizione parlamentare attuale non scenderà mai in piazza! ha fatto una scelta di tipo legalistico estremo, pignolo e burocratico: è vero che si muove in un contesto difficile ma è statica, incapace di rinnovarsi ed incapace di fare alcunchè che non sia pigolare debolmente proteste contro l’illegalità. Non ha alcun contatto con la propria base, non parliamo del contatto con la popolazione non politicizzata. Una protesta di piazza tesa a far cadere un governo può essere messa in piedi solo se si dichiara pubblicamente che il governo in questione è illegale, illegittimo e va combattuto a qualunque costo. Il che significa uscire dal gioco istituzionale. Perciò, conseguentemente, una protesta di piazza destinata a far cadere un governo comporta per forza di cose atti illegali e sovvertitori, e in alcuni casi violenti, o perlomeno il rischio di trovarsi in piazza a doversi difendere dalle cariche delle forze dell’ordine- che obbedirebbero con ogni probabilità al Ministero degli Interni- e/o assieme a frange violente. Comporterebbe poi il rischio ancora peggiore, dal loro punto di vista, che le proprie basi si mescolino con i fantomatici “violenti”, cosa che con ogni probabilità accadrebbe e che questi burocrati di partito preoccupatissimi di attirare a sè una inesistente classe media non possono permettere. Dubito fortemente che il PD sarebbe in grado di mettere in piedi un servizio d’ordine che tenesse la propria base separata dai cosiddetti Black Block. Questa opposizione non sarebbe in grado di mettere in piedi una seria protesta di piazza neanche se lo volesse. E il dramma peggiore è che non lo vuole.


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