Pubblicato da: faustocolombo | 12, gennaio, 2011

La Laurea in Scienze della comunicazione e il Ministro Gelmini

Leggo il seguente commento del Ministro Gelmini sulla laurea in scienze della comunicazione.

Penso, dal profondo del cuore che si tratti della dimostrazione della natura fortemente ideologica di qualunque atto sull’università di questo ministro, di questo governo, di una larga parte della classe dirigente italiana.

Non fate caso al fatto che si parli di scienze della comunicazione, ma delle parole che vengono dopo, da cui si evince che una laurea è utile se serve a trovare lavoro. Cioè il sapere è utile solo e soltanto se è strumentale al trovare lavoro.

A qualcuno viene ancora in mente che il sapere fa trovare lavoro perché è una qualità in sé? Di cui le nostre società hanno bisogno più che mai? E che semmai occorre chiedersi com’è stato possibile che il sapere sia stato trasformato in una cosa inutile a meno che non sia nobilitato dal fatto che qualcuno ti assume? Il che vuol dire che abbiamo lasciato che un mercato cieco e miope, dove certo non sono mica tutti geni, decidesse di cosa bisognava o non bisognava insegnare?

Questo è il nostro sinistro ministro dell’università? Sorry, not in my name.

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Responses

  1. ciao fausto,

    purtroppo ieri sera mi trovavo davanti al televisore esattamente nel momento in cui il ministro gelmini esternava, come un banalissimo manuale di psicoanalisi prevede alla voce lapsus, le proprie considerazioni sul mondo della conoscenza – e credo anch’io che se al posto di scienze della comunicazione mettessimo lettere, semiotica, filosofia, storia contemporanea, o qualsiasi altro indirizzo di studio per nulla irregimentato dalle regole del mercato, il risultato non cambierebbe: tutti gli studi umanistici sarebbero di per sè inutili, perchè non spendibili immediatamente, non quantificabili, la conoscenza acquisita non è moneta corrente.

    resta però il fatto – ed io come scenziato della comunicazione non posso non notarlo – come il corso di laurea che io ho seguito e concluso qualche tempo fa sia diventato nell’immaginario collettivo una non-laurea, un parcheggio per idioti, forse neanche a dirlo il gradino più basso dello scibile universitario, e questo nonostante per lunghi e irripetibili cinque anni io abbia studiato senza sosta materie che mi avrebbero completamente cambiato e ampliato il punto di vista sul tempo, lo spazio, le relazioni interpersonali e transglobali, quello che noi chiamiamo il mondo occidentale, questa nebulosa irridescente di schermi, reti, cavi, rappresentazioni e persone in carne e ossa.

    allora ripercorro a memoria il mio corso universitario, e poi mi ritrovo all’inizio del duemila, e vedo me e moltissimi ragazzi ancora iscriversi in massa a scienze della comunicazione, e mi viene da chiedere: perchè tutto questo affollamento allora? eravamo un’immagine del tempo? eravamo sintomo di uno spirito del tempo che ancora non abbiamo afferrato? siamo stati e saremo precursori di un nuovo modo di spingere nel futuro relazioni personali e conoscenza? o, come un gigantesco inganno, tutto il nostro furore cognitivo, e le istituzione e i corsi messe in piedi per sostenerlo, sono state una breve decennale parabola conclusasi nel precariato se non disoccupazione degli ultimi laureati e nella logica mercantile del ministro gelmini? e non doveva essere all’epoca proprio la conoscenza dei meccanismi della comunicazione la carta più forte per accedere e sparigliare le logiche interne del mercato del lavoro? è già cambiato tutto? così in fretta?

    non ho molte risposte, su questi punti, solo moltissimi dubbi, e mi piacerebbe che tra gli altri scienziati della comunicazione si potesse finalmente aprire una discussione su cosa è stata la nostra formazione, approfittando soprattutto del punto di vista di un professore che ha visto cambiare anno dopo anno non solo il volto e la curiosità degli studenti, ma i corsi e i piani di studio, sempre più tendenti al ribasso, dispense striminzite al posto dei libri fondamentali, come se l’università a un certo punto, intorno a metà degli anni duemila, invece di intendere il nostro corso di laurea come uno dei più avanzati e affascinati modi di esperire il mondo e il discorso sul mondo, non avesse interiorizzato l’aura negativa che gravitava sui nostri studi, finendo per fare del corso di laurea solo un luogo di passaggio poco significativo ma commerciabilissimo, con un vantaggioso moltiplicarsi delle tasse universitarie versate dai futuri vessatissimi scienziati della comunicazione nelle casse delle università.

    giuseppe

  2. Ma il Ministro Gelmini conosce il significato della parola “amenita’”? Forse no visto il modo con cui la ha usata riferendosi a scienze della comunicazione. Il dizionario Treccani, cosi’ come tutti gli altri, forniscono quale significato “gradevole, piacevole, ecc”. Forse Gelmini dovrebbe studiare un po’ di piu’.

  3. L’UNIVERSITA’ DELLE AMENITA’

    Pare che il termine “ameno” possa ricondursi, tra le varie ipotesi etimologiche, al greco “ameinon” che significa “il migliore”. Cosicché il fatto che il ministro Gelmini legasse il termine “amenità” alle facoltà di scienze della comunicazione, colpevoli, secondo il ministro, di sfornare disoccupati, potrebbe essere un segno dell’eterogenesi dei fini. Non sempre i migliori vengono riconosciuti come tali e non sempre i mala tempora premiano i saperi più aperti come quelli che i corsi di scienze della comunicazione sono in grado di generare (almeno negli studenti più eccelsi). Direi anzi che i tempi sono così oscuri che oggi un saldatore o un tornitore specializzati (senza nulla togliere a tali indispensabili professionalità) vengono pagati molto di più di un brillante laureato.

    Si va all’università anche per divenire “tedofori” (e non gelosi e fanatici depositari) di un sapere che non necessariamente deve diventare una “techne”. “Sophia” non è “techne”. Vuol dire che la nostra conoscenza non deve necessariamente servirci per lavorare o per trovare un lavoro. Se così fosse, i corsi di laurea dovrebbero legarsi, come la vecchia scala mobile, all’evoluzione dei lavori: il che li trasformerebbe in saperi “ad usum delphini”, strumentali e transeunti.
    Entrando nello specifico della polemica, a me sembra che, come confermano alcuni studi, i primi laureati in scienze della comunicazione (nei primi due cicli quinquennali) sono stati letteralmente fagocitati dal mondo del lavoro. Come è accaduto a quasi tutti i corsi di laurea che vanno di moda, anche Scienze della comunicazione (al pari di Giurisprudenza all’indomani di Tangentopoli) ha conosciuto un boom di iscrizioni che, unitamente alla progressiva scarsità di offerte di lavoro, ha determinato un’inflazione del titolo. Ma non credo che i laureati in Economia (se se si eccettuano quelli della Bocconi, della Luiss o di altri atenei prestigiosi che godono di maggiore attenzione da parte delle imprese) se la passino meglio se è vero che molti di loro sono costretti a riciclarsi nei centri commerciali con mansioni inferiori al loro titolo di studio. Quando frequentavo filosofia, negli anni 90, sentivo ripetermi ossessivamente la domanda “Ma che ci fai con la laurea in filosofia?” e venivo visto come un folle che disinvestiva sul suo futuro. Naturalmente a tale domanda si poteva rispondere in molti modi. Umberto Eco suggeriva di rispondere che serviva a trasformare la morte in un fatto professionale. Io, molto più umilmente, argomentavo che, quando si è laureati in filosofia, si possono affrontare a cena venerande discussioni sulla vita e sulla morte senza timore che qualcuno ci dica: “Ma con quali titoli ne parli?”.

    Battute a parte, il corso di scienze della comunicazione paga lo scotto di essere un corso di laurea che coniuga discipline umanistiche, scienze economiche e scienze sociali poiché la vecchia e logora cultura italiana mal digerisce approcci interdisciplinari e visioni olistiche. Si continua a credere erroneamente che la vera laurea sia solo quella che fornisce metodologie e discipline che non debordino da un perimetro ben delimitato dello scibile: tutti coloro che perseguono un sapere multipolare sono visti come dei bighelloni del sapere la cui curiosità viene interpretata malevolmente come pressapochismo metodologico.
    Un conto è dire che alcuni corsi di laurea vanno ripensati o resi più funzionali alle prospettive occupazionali e un conto è definirli “amenità”. Il punto è che, in quest’ultimo caso, non si mettono in discussione gli studenti che li scelgono ma i maggiorenti governativi che li hanno creati e i professori che quotidianamente vi insegnano. E’ una questione di bon ton istituzionale. E’ una questione di Politica con la “p” maiuscola nella quale la forma è, talvolta, sostanza.

    Franco Forchetti
    (da http://ideapolitica.splinder.com)

  4. Sono assolutamente d’accordo con i commenti sopra, molto acuti e profondi. Non dimentichiamoci che la triste, squallida realta’ di questo paese e’ molto semplicemente che il ministro dell’Universita’ (la massima istituzione culturale di un Paese come il nostro, che sulla cultura due cosette avrebbe da dirle) e’ di una totale inettitudine intellettuale. A sentirla ragionare viene solo una triste malinconia. Proprio non ce la fa, poveretta.

  5. Contenta di essere dall’altra parte del mondo. Molto dispiaciuta di dover apprendere sempre notizie peggiori sulla nostra Italia, sulla nostra università.
    Vorrei sperare che le cose cambiassero, ma da vigliacca sono stata solo capace di scappare dove le cose vanno avanti diversamente.
    Senza entrare nel merito della critica rispetto alla laurea in comunicazione, mi chiedo perchè siano tutti così business/goal oriented? Nemmeno nella patria dell’autorealizzazione tramite la messa in atto di un proprio business si ragiona così, tant’è che i miei coetanei qui studiano ciò che piace: creative writing, european literature, art history…e io li guardo con gli occhi spalancati perchè da noi, tutto ciò, lo sogniamo e basta. Parole di chi ha fatto la studentessa frustata ad architettura per 3 lunghi anni perchè, a detta di professori universitari e non, ‘comunicazione??? NON è UNA LAUREA’. Io sono scappata da quella gente e dai loro pregiudizi, ma so che non tutti sono in grado di farlo. E se la parola del ministro è questa…dove possiamo/possono finire?C’è ancora speranza per un futuro più roseo? C’è qualcosa che possiamo fare?

  6. La quantità di luogocomunismi e banalità su cui poggia l’assioma scienzedellacom=inutilità è sconcertante. Per dirne solo alcuni:
    – l’università serve a imparare un mestiere (e non ad apprendere un modo di ragionare, un approccio critico, strumenti per interpretare qualsiasi cosa si farà dopo, compreso il proprio lavoro);
    – alcuni corsi preparano ad un mestiere, altri a rinviare il militare; abolita la leva, molti corsi perdono la loro funzione sociale;
    – scienze della comunicazione è una fabbrica di disoccupati e ciò è imputabile non a leggi di domanda e offerta (il numero dei titolari svaluta il valore del titolo), ma ad una colpa di fondo della laurea, quella di promuovere a scienza lo studio di un processo centrale del mondo contemporaneo. 

    Se è vero che la non credibilità della fonte distrugge la credibilità del messaggio, dovremmo semplicemente ignorare le parole che abbiamo sentito e attendere con pazienza una Repubblica in cui il ministro dell’università sia un docente universitario di chiara fama e non un avvocato in gita a Reggio Calabria, un governo in cui gli ingegneri non si occupino di giustizia etc etc. 
    Ma nel frattempo i luoghi comuni vengono certificati dalle istituzioni, e rimanere indifferenti non si può. 
    Anch’io sono un prodotto di SDC, come Giuseppe, e per peggiorare la situazione ci ho aggiunto tre anni di dottorato in Sociologia. Alla mia università e ai miei professori, gelminianamente inutili, sono grato perché mi hanno dato le parole per capire e raccontare il mondo in cui vivo, le categorie che mi permettono di verificare quanto mi accade intorno senza sonnecchiare sulle banalità del senso comune. Su Proust, Bourdieu, Greimas, Castells, Bauman e tutto il circolo dei pensatori inutili ci sto anche costruendo una professione, mentre i miei compagni di corso si sono introdotti in ogni genere di azienda, anche quelle che assumono solo i laureati in economia. 
    Serve uno scatto d’orgoglio di chi ci lavora, nei corsi di SDC, e ancor di più dei suoi studenti, prima che la profezia si autoavveri: raccontare che SDC e le lauree umanistiche sono inutili fucine di frustrazione e disoccupazione non fa che aumentare, in questi corsi, la frustrazione di chi vi si iscrive. 

  7. Ecco un articolo di risposta con dati alla mano, scritto da Giovanna Cosenza, Presidente del Corso di Laurea Magistrale in Semiotica (Bologna):

    http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/01/14/scienze-della-comunicazione-amenita-contro-dati/

  8. nonostante i suoi padroni vivono di “COMUNICAZIONE”, quanto detto dalla Gelmini, non vale un fico secco, stante che ha dimostrato nei fatti “legiferando”, che di università non capisce completamente niente.

  9. Pur non condividendo completamente la politica del ministro Gelmini,ritengo che quello che ha affermato è una sacrosanta verità.
    Alcuni corsi di laurea,tra cui scienze della comunicazione, servono solamente a produrre disoccupati.Anche io sono laureato in scienze della comunicazione e posso affermare che dal punto di vista culturale non c’è nulla da eccepire riguardo all’arricchimento che ho avuto, però caro Colombo una laurea deve servire a trovare lavoro perchè è il lavoro che permette agli individui di vivere e realizzarsi nella vita.Il sapere è utile se è strumentale a trovare lavore,per forza, altrimenti saremmo tutti professori universitari.

  10. @Mathew: alcune precisazioni. Io penso che la laurea serva a trovare lavoro. Che giustamente debba servire a questo. D’altronde i dati ricordati nel suo commento da Daniela dimostrano che la laurea in SdC svolge questo suo ruolo come e meglio di altre. Quello che mi preme spiegare è che per svolgere bene il suo compito, l’università deve fare in primo luogo quello che sa fare, ossia produrre conoscenza e cultura. Se i programmi vengono troppo adattati alle richieste immediate del mercato, invecchiano prima. Naturalmente le cose sono diverse per materie scientifiche e umanistiche, ma in generale quello che voglio dire è che in moltissimi corsi di laurea una preparazione culturale adeguata forma una persona capace di aggiornarsi, adeguarsi alle richeste del mercato, mantenere una propria personalità intellettuale. Non capisco perché dobbiamo dire no a una fede nella cultura e nel suo ruolo e fidarci della assoluta lungimiranza dell’impresa…

  11. Penso che una laurea debba dare una preparazione più complessa rispetto alle poche nozioni operative richieste dalle aziende.. quelle c’è tempo per impararle dopo.. L’università deve dare la possibilità di pensare e confrontarsi, cosa che poi è più difficile fare.

    Comunque per mia esperienza personale sul tema, SDC non è così poco apprezzata dalle aziende.. Grazie ad una laurea in Scienze della Comunicazione lavoro in ambito marketing per una delle più importanti imprese nel campo della comunicazione in Italia. Nel mio gruppo di lavoro di 7 persone, 6 hanno lauree riconducibili al mio stesso percorso di studi.

  12. Purtroppo i corsi di laurea in scienze della comunicazione vengono percepiti come “facili”. Ho studiato sociologia negli anni ’90 e ricordo che alcuni miei compagni di corso sceglievano l’indirizzo “comunicazione e mass media” ritenendolo più semplice rispetto a quello economico, politico o urbano. Ovviamente chi legge questo forum sa bene che non esistono corsi più facili di altri. Per me l’esame più ostico fu quello di antropologia culturale, per altri quello di statistica. Come migliorare questa percezione negativa? Bhe, io inizierei con l’abolizione per i prossimi 20 anni delle lauree honoris causa che svalutano ulteriormente i corsi in scienze della comunicazione. Alberto Tomba, Valentino Rossi … perchè una laurea in scienze della comunicazione e non in scienze motorie? Vasco Rossi … perchè non una laurea in lettere visto che scrive testi/poesie? Mi pare che la stessa Gelmini avesse promosso un simile conferimento per Umberto Bossi! Se vogliamo essere presi seriamente, perfavore, smettiamo di regalare le lauree.
    In bocca al lupo a chi studia e si prepara per gli esami!

  13. http://elledielle.wordpress.com/2011/10/12/lettera-aperta-a-bruno-vespa-a-porta-a-posta-ancora-contro-scienze-della-comunicazione/
    …ancora attacchi da Porta a Porta…stavolta a parlare il ministro Sacconi

  14. Se i laureati in Scienze della Comunicazione non possono insegnare Teoria della Comunicazione

    Sono state fatte tantissime riforme universitarie, tuttavia, la riforma delle nuove classi di insegnamento, riforma che avrebbe potuto migliorare la qualità della scuola italiana, rendendo “più tecnici” gli Istituti Tecnici, non è stata ancora fatta.
    Si è parlato tanto e a sproposito della laurea in “Scienze della Comunicazione”, nessuno ha detto, però, qual è il vero problema di tale laurea.
    Si, è vero non vi è un link fra università e lavoro, ma questo problema vale per tutte le lauree italiane, anche gli ingegneri spesso non studiano “Autocad” durante il loro percorso accademico…
    Molti laureati in facoltà scientifiche, se non fosse per l’insegnamento, sarebbero disoccupati, parlo dei laureati in Scienze Biologiche, Matematica, Scienze Geologiche ecc…
    Esiste una materia “Teorie della Comunicazione”, obbligatoria in tutti gli Istituti Tecnici in Grafica e Comunicazione.
    Attualmente per insegnare “Teorie della Comunicazione” bisogna avere i requisiti per accedere alla classe di insegnamento 36/A “Filosofia, Psicologia e Scienze dell’Educazione”.
    Per potere accedere alla classe di insegnamento 36/A bisogna essere laureati in “Scienze della Formazione”. Detto questo, chi insegna attualmente “Teorie della Comunicazione”, probabilmente non conosce McLuhan, non sa cos’è la “Bullet Theory” e probabilmente non conosce neanche la differenza che c’è fra codice e messaggio.
    Insomma, si parla tanto di scarsità dell’offerta formativa, ma, nessun giornale ha approfondito tale problematica che inesorabilmente produrrà un deficit culturale e professionale senza precedenti. Chi esce dagli “Istituti in Grafica e Comunicazione”, in pratica, non avrà una formazione mirata. Va detto che i comunicatori, che hanno sostenuto nel loro percorso accademico diversi esami, teorici e pratici, inerenti la comunicazione, potrebbero garantire agli studenti di questi istituti un’istruzione decente e coerente col percorso scelto e, forse, anche un futuro lavorativo più roseo.
    Va detto che qualche anno fa si era parlato della creazione di nuove classi di concorso, si era parlato della classe di concorso “Teorie e Tecniche della Comunicazione” (classe A-58), alla quale potevano accedere esclusivamente i laureati in “Scienze della Comunicazione”.
    Ad oggi, nessuna riforma universitaria ha portato alla creazione di tali nuove classi di concorso, i giornali criticano spesso i politici, però, a questo tema, fondamentale per la formazione dei giovani e per il miglioramento dell’offerta formativa nessun giornale si è interessato.
    Detto questo se qualche mio collega giornalista volesse prendere spunto dal pezzo per scrivere un articolo sul tema ben venga, credo, infatti, che i giornali debbano dare spazio, non solo alle polemiche, ma anche alle proposte costruttive.
    Va detto anche che i sindacati sono contrari, per non si sa quale motivo, alla formazione di questa nuova classe di insegnamento. Su questa visione dei sindacati mi chiedo perché i gruppi parlamentari non abbiano ancora proposto un’interrogazione.
    Insomma, è vergognoso che questo Paese anche nei punti nevralgici possa diventare ostaggio dei sindacati.
    I sindacati, avendo tolto dalla bozza delle nuove classi di insegnamento quello in “Teorie della Comunicazione”, stanno uccidendo la scuola e la formazione italiana. Detto ciò anche i sindacati, però, possono rivedere le loro tesi re-inserendo questa nuova classe di concorso nella bozza.

    http://laveritasostanzialedeifatti.blogspot.it/2013/10/la-mancata-riforma-delle-nuove-classi.html


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