Pubblicato da: faustocolombo | 9, gennaio, 2011

Una lezione di Foucault

Nella vita capitano tante cose. Anche che si sia in macchina con la propria figlia, brillante dottoranda in filosofia, e che questa, a cui ti sei illuso di insegnare qualcosa quando era piccola, ti cavi dal cilindro una perla di saggezza, invitandoti a leggere un testo che non conoscevi (colpa della tua abissale ignoranza, per la verità). Il testo in questione è Discorso e verità di Michel Foucault (ed. italiana Donzelli), e leggendolo l’ho trovato fantastico.

I naviganti sanno della mia passione per Foucault. Una passione che deriva da tante cose. Essenzialmente dal suo modo di insegnare, dalla sua passione fredda, dal coraggio intimo con cui ha affrontato molte cose. Comunque, questo libro è l’ennesimo frutto di alcune sue lezioni, tenute a Berkeley, registrate e poi sbobinate da un appassionato ascoltatore, sul concetto di parresìa nell’antica Grecia. E’ un testo formidabile per alcune ragioni. In primo luogo vi si trova spiegata con chiarezza esemplare la differenza fra storia delle idee e storia del pensiero. La prima, dice MF, è quella che segue un concetto nella sua storia, dalla nascita. La seconda invece analizza il modo in cui il pensiero dell’uomo problematizza qualcosa che prima era dato per evidente.

Un’altra ragione di interesse è che Foucault dà una lezione di analisi di testi (alcune tragedie di Euripide, ma anche i dialoghi platonici e i testi di Isocrate) finalizzata a cogliere l’evoluzione del pensiero.

Un’altra, purtroppo, è che il discorso di Foucault a proposito dell’antica Grecia ha punti di connessione strettissime con la crisi delle democrazie attuali (nostra compresa). Qui la sintesi sarebbe davvero difficile, e rimando alla lettura del testo, ma vi posso dare qualche estratto significativo (almeno per me).

In sintesi, il parresiaste è colui che dice la verità, per una sorta di obbligo morale interiore. Come tutti gli obblighi morali, esso può essere trasgredito per convenienza (ad esempio per salvarsi la vita), ma il parresiaste non lo fa: risponde liberamente al suo obbligo morale, e dice (al tiranno di solito) quello che è convinto sia vero, che – tra parentesi – è per così dire “davvero vero”. Il parresiaste si riconosce, appunto perché dice con sfrontatezza e linearità al principe ciò che questi non vorrebbe sentirsi dire.

Con la nascita della democrazia la questione si complica. In effetti, il parresiaste ha tra le sue caratteristiche quella di essere cittadino. Ma se tutti i cittadini possono parlare, come nella democrazia ateniese, come si fa a riconoscere chi nè davvero parresiaste da chi non lo è? Ne Le supplici di Euripide, la complessità del discorso viene ben mostrata attraverso 4 figure: la prima è quella dell’araldo, una sorta di portavoce del potente. Egli parla in assemblea, ma non è idoneo a dire il vero, perché farà solo e soltanto la volontà del potente che rappresenta. La seconda è il “chiacchierone senza freno”, armato di impudenza e di arroganza, e avvezzo allo schiamazzo. Le figure positive sono due: l’eroe moderato, esperto e responsabile, che viene dalla aristocrazia e – sul versante popolare – il cittadino coraggioso e partecipe, presente spesso nell’agorà e dotato di una propria attività economica, cui attende con passione e competenza (nel caso citato è un contadino proprietario).

Inutile dire che a leggere il testo mi sono soffermato soprattutto sulle figure negative, che mi sembra di riconoscere nel dibattito politico contemporaneo. In particolare l’araldo che parla sempre a vantaggio del potente di cui è portavoce mi fa venire in mente qualcuno, e lo stesso vale per i chiacchieroni senza freno, armati della loro arroganza. Ma la questione di fondo è ancora più seria: se in democrazia è impossibile distinguere a priori da la parresia buona e quella cattiva o fittizia, non va forse in crisi lo stesso modello democratico? Se l’afflusso di incolti e arroganti alla scena pubblica cancella il meglio ed evoca il peggio, non sarà la seclta democratica in sé ad essere debole e perdente, a meno di non modificarla in senso elitario?

Ecco, qui sta il nodo del bel libro di Foucault. La mia risposta è che a democrazia vive di una dialettica fra il diritto e il dovere. Tutti hanno diritto di avere accesso alla scena pubblica, ma hanno anche il dovere di meritarselo. Ecco perché l’etica non può star fuori dalla politica e la menzogna è una grave diminutio della vita pubblica.

Comunque, grazie della lettura alla mia dottoranda preferita.

Buon vento


Responses

  1. vado a prendere il volumetto.. grazie fausto

  2. Ciao Fausto!
    Sono una semplice laureanda in lettere classiche, (e non una brillante dottoranda), che si accinge a scrivere una tesi sui “chiacchieroni” nell’antica Grecia.

    Navigando, mi sono ritrovata a leggere le tue interessantissime parole sul testo di Foucault, che assolutamente dovrà entrare a far parte della mia bibliografia.
    Ti ringrazio dunque per lo spunto, ne faccio tesoro, e tornerò sperando di poter cogliere qualche altra perla!
    Buon vento!
    Cristina

  3. Buon vento a te, Cristina. Nessuno capisce come me la fatica di una tesi di laurea: in bocca al lupo


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