Pubblicato da: faustocolombo | 24, dicembre, 2010

Le ossa del poeta

A Fuertegrande de Alfacar, in Andalusia, in quei freddi giorni di dicembre, il poeta camminava con aria curiosa. Guardava gli uomini intenti a scavare, e girava loro intorno. Prima avevano scandagliato il terreno con una strana apparecchiatura. Avevano sussultato vedendo le tracce della tomba a tre separazioni, e avevano cominciato i sondaggi. Adesso si consultavano, provavano, sembravano intenti e insieme perplessi. Evidentemente quello che stavano cercando non voleva venire fuori. Il poeta sapeva che cercavano le sue ossa. Uomini senza parole e senz’anima le avevano gettate da qualche parte, insieme al resto del suo corpo, molti anni prima, in una lunga guerra civile di cui adesso gli sfuggivano i particolari. Ricordava lucidamente invece le persone che lo avevano accompagnato nell’ultimo viaggio, sepolti insieme a lui. Uno era un maestro elementare. Gli altri due, giovani toreros anarchici. Gente comune. Esseri umani. Non meritavano di morire, come nessun altro lo merita. Ricordava di aver cercato un’ultima rima per le pallottole che lo avevano trafitto, ma di non averla trovata.

Gli sforzi di quegli uomini che scavavano gli sembravano inutili, eppure lo commuovevano. A lui che le sue ossa fossero ritrovate nella fossa comune non interessava. Dov’era adesso, o – meglio – per quel che era adesso non era importante avere una lapide con il nome, o un monumento. Ma era bello che quegli uomini cercassero, che volessero tenere viva la memoria, che non intendessero dimenticare.

Ecco, stava succedendo qualcosa. Arrivava qualcuno, pronunciava brevi parole. Finiti i fondi… Revocati i permessi… Non continuare… Rientrare…

Gli uomini erano adesso arrabbiati, delusi. Smontavano le apparecchiature, inscatolavano gli attrezzi per lo scavo. Evidentemente alla società degli uomini quella piccola verità post-mortem non interessava più. Il poeta era stato moltissimi anni prima a New York. Aveva visto e compreso come funziona la macchina del denaro, la convenienza economica, la mano invisibile per cui anche gli uomini vivi hanno un prezzo; non si poteva sorprendere che le povere ossa di un morto non valessero potessero troppi sforzi. Sorrise, guardando solo con un velo di malinconia gli uomini stanchi che se ne andavano. Erano, naturalmente, le cinque della sera.

La società di oggi non doveva essere tanto diversa da quella che aveva lasciato accogliendo le pallottole dei fucili. Ci sono sempre dittatori, violenti, stupidi burocrati. Le sue ossa sarebbero state bene dov’erano. Oggi come allora non era tempo per i poeti.

Federico Garcia Lorca diede un’ultima occhiata e si rivolse verso il tramonto. Se avessimo occhi per la poesia, avremmo potuto vederlo dissolversi contro l’ultima luce del crepuscolo.

Buon natale, amici miei.

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Responses

  1. “Getta uno sguardo freddo sulla vita e sulla morte. Cavaliere prosegui il tuo cammino”
    W.B.Yeats.
    e da brava buddista…..Buon natale anche a lei

  2. l’augurio,il proposito, la preghiera per l’anno che verrà:

    perchè vogliamo il nostro pane quotidiano,
    fiori d’ontano e perenne tenerezza sgranata;
    perchè vogliamo che si compia la volonta della terra
    che dà i suoi frutti per tutti.
    (federico garcia lorca)

    giuseppe

  3. Come son pesanti i giorni,
    A nessun fuoco posso riscaldarmi,
    non mi ride ormai nessun sole,
    tutto è vuoto,
    tutto è freddo e senza pietà,
    ed anche le care limpide stelle
    mi guardano senza conforto,
    da quando ho appreso nel mio cuore,
    che anche l’amore può morire.
    (federico garcia lorca)

    se avessimo occhi per la poesia……..un buon proposito
    per l’anno che si appresta ad iniziare.


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