Pubblicato da: faustocolombo | 11, dicembre, 2010

La notte

Mi hanno raccontato questa storia. Chi me l’ha narrata giura che è vera, e che per lui si tratta di una riflessione sulla differenza fra tempo soggettivo e tempo oggettivo, ma io penso che parli anche d’altro. Giudicate voi.

C’è un padre che dorme profondamente nel suo letto. Il figlio è fuori per una serata e farà tardi, come capita ai giovani di oggi (ai tempi della giovinezza del padre si tornava a casa prima di mezzanotte, semplicemente perché dopo una cert’ora non c’era niente da fare).

Alle 4.30 del mattino in punto suona il telefono. L’uomo si sveglia di soprassalto, e capisce, sente, che la telefonata riguarda suo figlio. Allora prova ad alzarsi. Ha le gambe lente e il cervello intorpidito. Sente di metterci minuti, ore, a raggiungere l’apparecchio. Intanto, malgrado se stesso, pensa, ipotizza, immagina. Ha avuto un incidente, pensa. E’ successo qualcosa e mi stanno avvisando. E pensa, pensa, in questi minuti e ore che ci mette a raggiungere il telefono. Pensa a questo figlio che ha visto crescere, pensa a quando era bambino. A quando è cresciuto e lui, il padre, si è chiesto come stargli vicino, riuscendoci poco, arrabbiandosi a tratti, disperandosi a volte. Si ricorda quando l’ha visto felice, il figlio bambino, ragazzo, uomo. Quando gli ha regalato la bicicletta e anni dopo la moto. Quando hanno sconfitto insieme l’ultimo mostro di Super Mario. Quando hanno passato delle belle vacanze insieme. Quando l’ha visto innamorarsi per la prima volta… E si chiede come potrebbe mai fare senza di lui. E spera che non gli sia successo niente di definitivo, in questo terribile frangente che certo è avvenuto, e che gli sarà rivelato quando finalmente raggiungerà il telefono. Intanto sono le 4.30 e 5 secondi. Il telefono è lì. L’uomo legge il display. C’è il nome di suo figlio, sopra. Sente le braccia pesanti, e sa di metterci ore, giorni, mesi a rispondere. E continua a pensare, a immaginare. Se è lui è vivo, almeno. Ma se chiama adesso c’è un problema, non riesce a tornare a casa. Avrà distrutto la macchina. E allora il padre pensa alle volte che ha litigato con quel figlio disattento come tutti i bambini, casinista come tutti i ragazzi, imprudente come tutti i giovani uomini. E pensa anche se è la macchina pazienza. Basta che non si sia fatto troppo male, Dio fa che non si sia fatto troppo male. E passano i minuti i mesi e gli anni in quei suoi gesti troppo lenti, in cui ha il tempo di rivedere la propria vita con il figlio, e persino di immaginare la vita di suo figlio, anche quella che non conosce, chiusa nella sua camera, nel suo profilo Facebook, nei suoi diari segreti. Immagina come quelli che guardano quello che stanno per perdere, come le rive che si allontanano dalla barca, le rive su cui è rimasto qualcuno che non si vorrebbe aver lasciato.

Sono le 4.30 e 7 secondi, nella vita vera. E il braccio arriva, le dita accettano la chiamata, e il figlio dice con una voce calda papà guarda che hai lasciato le chiavi nella porta e non riesco a entrare. E lì i due tempi si ricongiungono per un attimo e il padre va in fretta alla porta con le gambe che gli tremano e gli occhi improvvisamente gonfi di paura e sollievo, e il figlio lo guarda e gli dice mi dispiace di averti svegliato. E il padre lo guarda e gli dice non fa niente è colpa mia e torna a letto a velocità normale ma non dorme, non dorme tutta la notte e il tempo si dilata di nuovo perché quello che quel padre ha provato magari non era vero, ma appartiene alla vita, e ci sono stati altri dolori, e altri ce ne saranno, e lui li ha riconosciuti uno per uno, perché da certe paure non si guarisce, mai.

Buon vento


Responses

  1. E’ la mia paura di ogni sera, di ogni notte.
    E di queste paure non si guarisce mai, davvero.
    Buona notte, Fausto

  2. chi riesce a sentirli propri -sia il racconto che le paure, intendo- più che un altro padre, di domenica mattina?
    Grazie, Fausto: mi sono emozionato e commosso

  3. credo sia la narrazione perfetta di quanto sia impermanente la vita e di come spesso ci dimentichiamo di “vivere consapevolmente” il nostro presente che risulta così essere offuscato dalla nostra mente proiettata sempre e soltanto verso il futuro… su quel futuro che dovrebbe essere effetto del nostro agire.

  4. c’era la volta un padre che avrebbe voluto chiudere a chiave la sua bambina e poi buttarla via (la chiave). i tempi erano evoluti. non poteva materializzare il suo desiderio. la bambina cresciuta sbocciando era diventata selvatica e riottosa a qualsiasi freno di conoscenza. una notte la bambina adulta tornò così tardi che la luce del giorno sfiorava il blu della notte. si addormentò come un fulmine. non sentì il padre che scese le scale apriva la porta per vedere se era rientrata. in sogno quel padre padrone era diventato improvvisamente un amico fedele. nel sonno si buttò nelle braccia del padre e si ributtò nel letto come se niente fosse.

  5. che bel blog.
    ci sono capitata per caso.
    e leggerlo è stato come scartare un bel regalo, in questa uggiosa giornata prenatalizia.

  6. Ero passata alla ricerca di un suo post su Bearzot. Ho letto questo, va benissimo. Le auguro buone feste. Rossella


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