Pubblicato da: faustocolombo | 14, novembre, 2010

Tornando da Lisbona (note sugli audience studies)

Da qualche mese faccio parte di una rete europea di ricerca il cui titolo è “Transforming audiences, transforming societies”. Conta l’adesione di oltre trenta Paesi, ed è – per quanto mi consta – il più avanzato tentativo di mettere ordine nei cosiddetti audience studies, una branca molto viva e molto complessa degli studi sui media.

Giovedì, venerdì e ieri i lavori si sono succeduti a ritmi serrati, da autentico mal di testa. Si trattava di mettere in comune un agenda, articolare i working groups, eccetera. Ma si trattava soprattutto di mettere ordine in quello che pensiamo siano le audiences adesso, che tutto sta cambiando con l’impatto del digitale.

Sabato, dunque, nella tavola rotonda conclusiva, Sonia Livingstone ha detto alcune brevi cose secondo me molto importanti su questo punto, e mi fa piacere segnalarle ai naviganti (tra parentesi, l’ultimo libro di Sonia –Ragazzi on line– è stato appena pubblicato dall’editore della mia università, Vita e Pensiero, con l’ottima traduzione e introduzione critica di Piermarco Aroldi).

In sintesi, dice la Livingstone, noi ci affanniamo molto oggi a chiederci chi sono le audiences. Sono solo quelle televisive o anche quelle sulla rete? Come la convergenza le ha cambiate (una domanda che – per esempio – si pone anche un recentissimo libro di Grasso e Scaglioni, intitolato appunto Televisione convergente, così come un altrettanto recente volume come Crossmedia cultures, di Pasquali, Scifo e Vittadini, tanto per dire che anche qui da noi non c’è bisogno di rifarsi sempre e comunque solo al citatissimo libro di Jenkins)? E come possiamo guardarle oggi, dopo la rivoluzione teorica degli anni Settanta che le ha legittimate nelle loro scelte di consumo e ricezione?

La sua proposta è di smettere di farsi questa domanda, e sostituirla con un’altra: quando (ci) sono le audiences? Quando nella nostra vita noi siamo parte di un’audience? Più spesso di quanto pensiamo, forse (molta della nostra cultura personale dipende dalle pratiche culturali cui partecipiamo come parte di un’audience). Ma anche meno spesso di quanto pensiamo, perché buona parte della nostra attività comunicativa non significa affatto essere audience.

Il tema, naturalmente, è molto complesso. Pensiamo alla definizione di audience attiva. Da un lato questo aggettivo significa molto, troppo: leggere o ascoltare in modo critico e interpretativo; compiere atti di produzione culturale; interagire discorsivamente, eccetera. Dall’altro significa troppo poco, perché molto spesso, quando siamo attivi nella comunicazione, non siamo affatto parte di un’audience (pensa alla scrittura di un commento, o addirittura di un post che commenta un articolo di giornale, o quando postiamo una videorisposta su youtube, per dire)…

Insomma, su questo concetto c’è ancora molto da lavorare, e questo è un bene: siamo a una svolta teorica, è evidente. E per fortuna ancora non sappiamo quale.

Buon vento gente.


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