Pubblicato da: faustocolombo | 7, novembre, 2010

Critica della ragion socievole, parte seconda

Riprendo un tema che mi sta diventando molto caro, e su cui comincio a formulare qualche progetto di ricerca e editoriale, prendendo lo spunto da un articolo comparso su Internazionale. E’ di Gary Wolf, ed è stato pubblicato originariamente sul New York Time Magazine. Il titolo è Una vita su misura. La tesi è che – grazie all’aiuto di microapparecchiature e di nuovi software – un sacco di gente perde un sacco di tempo a monitorare i propri comportamenti, la propria salute e persino i cicli del proprio sonno, per poi magare condividere tutto in rete.

Nel dibattito critico sui social networks si insiste molto sul tema del narcisismo di massa, che costituirebbe un potente incentivo a raccontare di sé quasi tutto (dove si è, cosa si sta facendo, le proprie foto e video, di chi si è fan, chi si conosce eccetera), e che appagherebbe la famosa voglia di notorietà sottintesa dalla profezia di Wahrol.

Ma si sottovaluta forse che alla base di questo narcisismo di massa sta una inaudita possibilità di archiviazione. Inaudita per i contenuti (tutto è sempre più registrabile, anche ciò che era invisibile o inconcepibile fino a poco fa); inaudita per la possibilità tecnica di immagazzinamento; inaudita per le potenzialità di costruzione di un archivio non più solo individuale, ma anche collettivo. Scoprire questa dimensione mi ha rimandato al mio primo libro, scritto un milione di anni fa e ormai scomparso. Si intitola Gli archivi imperfetti, e aveva come sottotitolo Memoria sociale e cultura elettronica. Anno 1986. Vi si sosteneva che la vera sfida dei computer fosse quella dell’alterazione della memoria sociale, o meglio di una sua ricostruzione su basi nuove. Ma penso che se rileggessi quel volume non ci troverei praticamente niente di interessante. Magari troverei qualcosa in una serie di saggi pubblicati durante una pirotecnica ricerca sull’oblio dell’Istituto Gemelli Musatti, che coinvolse un numero impressionante di ricercatori, e a cui partecipai con la mia amica e collega Anna Manzato. Lavorammo allora sul concetto di testimonianza, visto come una componente essenziale dell’oblio sociale. Nelle società tradizionali l’oblio è una componente naturale, contro cui le società umane combattono una dura lotta per salvare qualcosa. Siano degli stregoni o dei libri a mantenere la memoria della collettività, tutti sanno che basta un incendio o una guerra sanguinosa per cancellare il passato. Oggi viviamo la convinzione che tutto sia registrabile, e che l’oblio sia un incidente. Ma esistono forme di dimenticanza legate all’eccesso di informazioni, e quindi la nostra stessa capacità archivistica rischia di provocare dimenticanza. Ecco allora che la figura del testimone rischia di diventare essenziale. Così mi viene da dire che anche nei social networks si confrontano dialetticamente due tendenze: una alla proliferazione cancerogena dell’eccesso, che risponde al narcisismo di massa. L’altra che risponde alla vecchia sana idea di salvare qualcosa. Non c’è solo il marcio in Danimarca, e nemmeno nei sn.

Buon vento.


Responses

  1. salvarsi e salvarci. forse anche salvare. save as.

    buon vento.

    J

  2. “The more they want to share, the more they want to have something to share.”
    Ho trovato l’articolo davvero interessante…per chi volesse leggerlo:
    http://www.nytimes.com/2010/05/02/magazine/02self-measurement-t.html?pagewanted=1&_r=2&sq=gary%20wolf&st=cse&scp=1🙂

  3. Sono d’accordo sulle “grandi potenzialità di immagazzinamento” odierno offerte dalla tecnologia e dai social network ma credo che si debba comunque fare una riflessione sulla qualità delle informazioni che si sceglie di condividere.

    Questo “narcisismo di massa” fa sì che tutti debbano condividere il numero di passi compiuti in una giornata e la quantità di palpitazioni al gol dellapropria squadra. La sola possibilità di potersi connettere a internet tramite cellulare fa sì che molti utenti optino per aggiornare il network riguardo (e cito esempi reali): la noia nell’attesa del proprio turno dal dentista, l’ultimo rigurgitino della creatura, il proprio padre che ha tentato di buttarsi dal balcone.
    Ho messo insieme questi tre esempi molto diversi tra loro per chiarire che quando parlo di “qualità”, non si tratta solo di informazioni superflue o poco interessanti ma anche di questioni personali e delicate che, forse, non andrebbero condivise in ambiti “a rischio di superficilità” come un social network. Ma il narcisismo porta anche a questo.

    Adesso la parte positiva. Mi sembra che tutta questa esigenza di condivisione e partecipazione (reale o meno che sia) segnali comunque una gran voglia di raccontarsi e, spero, di racconti.
    L’impostazione della puntata di ieri del programma di Saviano/Fazio credo sia l’ennesima testimonianza di come sia possibile raccontare in tv, con un format ad hoc, fatti di cronaca recenti sotto forma di racconto.

    Ho appena iniziato a collaborare con un gruppo di giovani attori che, tra le altre cose, si sta documentando su vecchie storie e leggende di Milano da raccontare.

    Ecco, questo è un genere di testimonianza che mi piacerebbe attecchisse maggiormente e che permetterebbe di “salvare” (grazie ad una operazione di recupero e diffusione) le nostre storie. Ovviamente, per un’operazione pianificata e allargata, servirebbero tempo e fondi e qui si aprono mille problematiche diverse. Ma questa è un’altra storia…
    M.

  4. dall’epica collettiva alla microepica personale quotidiana condivisa. anche se pare più “offerta” in un atto di ostensione ad un mondo virtuale.
    tra i vari prodotti del grande supermarket che è diventata l’esistenza ora si trovano tanti scaffali con le nostre/vostre/loro vite. o almeno la loro rappresentazione soggettiva.


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