Pubblicato da: faustocolombo | 8, ottobre, 2010

Critica della ragion socievole, parte prima

http://www.newyorker.com/reporting/2010/10/04/101004fa_fact_gladwell. Conviene partire da questo breve articolo di Gladwell, molto rimbalzato da diverse fonti italiane, per riprendere un tema che in questo periodo sta a cuore a me, oltre che – mi pare – anche ai naviganti: il tema del valore pratico della partecipazione on line. Tanta partecipazione on line significa anche tanta partecipazione e basta? O, per dirla con Gladwell, si possono fare le rivoluzioni con Twitter?

Con il mio amico Matteo Vergani stiamo partendo per Amburgo (in realtà la settimana prossima, vi racconterò delle cose interessanti che sentirò) dove si terrà il megacongresso ECREA. Terremo una relazione su partecipazione e militanza on line e offline, a partire dal bel lavoro di Matteo per la sua tesi di dottorato: un’analisi del rapporto fra le due militanze fra i simpatizzanti del PD. Un lavoro del genere mi (ci) mette di fronte una volta di più alle opportunità e ai vincoli della rete. La rete ha davvero incrementato la presenza dei cittadini nella sfera pubblica, ossia da un lato nella messa a punto dei topics politici, dall’altro nei processi decisionali? Pare che dopo i primi entusiasmi le voci critiche o scettiche comincino a moltiplicarsi. E contemporaneamente si moltiplicano le voci di chi comincia a usare – per definire i dibattiti in rete – categorie sociologiche diverse da quella di partecipazione. Un bell’esempio è la categoria di socievolezza, di memoria simmeliana (una breve sintesi, per esempio, qui). Dico che è un bell’esempio perché ovviamente illustra perfettamente alcuni tratti del social networking senza scomodare la partecipazione (e anzi per certi aspetti escludendola, anche se una buona educazione alla sociability è probabilmente una buona risorsa per l’impegno politico). A Urbino, qualche mese fa, i sociologi italiani hanno proposto appunto una riflessione sulla socievolezza come categoria interpretativa della netlife.

Dunque, la partecipazione alla rete potrebbe non avere poi tutto questo senso di partecipazione alla vita pubblica attiva, e già è un bene che lo si sottolinei. Ma una volta stabilito che le rivoluzioni non si fanno su Twitter, siamo soddisfatti?

Qui si pone, secondo me, la necessità di un ritorno a un paradigma critico che indaghi non già ciò che i sn non sono, ma ciò che sono, ossia la forma specifica che vi assumono i rapporti di potere (che magari si traducono in reputation, ma anche in altre forme più sottili), e il modo in cui questi specifici rapporti di potere si integrano, si scontrano o si rafforzano con gli altri rapporti di potere sociale. Qualche esempio: la presenza on line di Di Pietro o Berlusconi quanto costituisce una novità o semplicemente una espansione su altri territori delle forme del potere tradizionale? I suggerimenti dell’authority su come evitare l’invadenza nella privacy di Facebook quanto si scontrano con una logica intrinseca di visibilità di Facebook, che ha a che vedere non già con la privatezza, ma piuttosto con l’autospettacolarizzazione? E la reputation si Youtube quanto può integrare in modo nuovo vecchie e nuove strategie o tattiche di accreditamento simbolico dei soggetti (e dei prodotti?).

Mi fermo qui, ma è solo l’inizio.

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Responses

  1. “I asked every student I met what the first day of the sitdowns had been like on his campus,” the political theorist Michael Walzer wrote in Dissent. “The answer was always the same: ‘It was like a fever. Everyone wanted to go.’ ”

    Senza questa “febbre” non c’e’ social network che possa far scoccare nessuna scintilla, temo. Certo, e’ una considerazione poco scientifica, e lo scienziato ha il dovere di studiare le nuove geografie del potere, i nuovi rapporti fra struttura e sovrastruttura. Ma mi piace pensare che la passione politica dello strano animale uomo contenga ancora il vero segreto del progresso e della rivoluzione. Sono uno degli ultimi pii illusi?

  2. @albert. E’ vero: senza passione non c’è social network. E penso che se un giorno torneremo a costruire una rivoluzione degna di questo nome, magari senza armi e violenze, non potrà esserci senza sn. Proprio per questo, penso, bisogna conoscere bene il nostro ambiente, il nostro territorio, le nostre armi disarmate. Per usarle meglio, in caso di. Questo è lo spirito di questa indagine un po’ spietata, che conduco con i tools delle teorie e delle esperienze. D’altronde, chiedo scusa: senza spietatezza (e passione) non c’è indagine. E senza indagine non c’è la verità, o almeno il suo desiderio. I bisturi tagliano e fanno male, ma a fin di bene…

  3. passione e spietatezza della critica: io spero davvero, e sono sicuro, che la sua indagine caro Professore, possa avere un futuro proficuo e magari sfociare in una bella pubblicazione. Lunga vita alla ricerca, sempre! 🙂

  4. la febbre del sn ci conduce di fronte a variegati incroci. la scelta fa la differenza. buon vento, fausto, ieri di fronte ai migliaia di studenti fuori delle fermate del Metrò romano, ho pensato a La cultura sottile, come termometro oculato della febbre…e rieccomi qui…:)

  5. @Giuliana. Bentornata. Mancavi.

  6. continuo a leggere con interesse questa lezione
    a puntate sui sn. Resto in ascolto…


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