Pubblicato da: faustocolombo | 26, settembre, 2010

Il discorso di Fini e la retorica della rete

L’uomo è seduto, dietro la scrivania di uno studio elegante, professionale. Guarda verso la telecamera, che fa movimenti minimali, essenziali: uno zoom avanti, per cominciare, che stringe sul volto.

Si tratta dunque di un discorso diretto a qualcuno, a un gruppo evocato con un classico “Care amiche, cari amici”. Ma il contesto è più chiaro se si sa che quel messaggio è per così dire a doppia mandata: in primo luogo infatti è rivolto agli utenti di tre siti web (Farefuturo, Generazione Italia, Il Secolo d’Italia) su cui il video comparirà, con qualche ora di ritardo rispetto alle attese. L’uomo, Gianfranco Fini, sa che quel video sarà però seguito anche da molti altri, perché il web farà rimbalzare il messaggio da subito, nella sua interezza, sulle sezioni televisive dei grandi giornali. La televisione satellitare lo ospiterà integralmente. Insomma, grazie al nuovo contesto tecnologico, centinaia di migliaia di persone, forse addirittura milioni, potranno ascoltarlo direttamente. Per questo il messaggio è relativamente breve, meno di dieci minuti, perché il discorso possa essere articolato con una sua completezza retorica, diviso in sezioni facilmene comprensibili, animato da una suspense morale.

L’uomo dunque parla. E’ pacato, ma il tono, le espressioni del viso tradiscono la tensione, l’emotività. Mostrano disappunto, evocano fermezza e sconcerto, manifestano di tanto in tanto una gelida ironia. Perché Gianfranco Fini vuole restituire una verità, che ritiene chiarisca il suo comportamento e restituisca a una vicenda amplificata da tutti i media la sua corretta dimensione. Per farlo, ha bisogno di un discorso continuo, di una argomentazione. Non si fida di una conferenza stampa, in cui ogni giornalista poi trarrà (giustamente, secondo le regole del gioco) i passaggi che riterrà fondamentali. Non sceglie un talk show, dove sarebbe gioco facile interromperlo, fargli da contraltare, confondere le carte. Sceglie un classico discorso, quasi una testimonianza davanti ai giudici, in una dimensione breve che lo renda ascoltabile senza rischi di noia e disinteresse. Perché il suo volto, il tono di sincerità e la nettezza delle parole devono parlare per lui, persino più degli argomenti utilizzati.

La ricostruzione degli eventi secondo Fini rispecchia due linee: la prima – personale – difende la correttezza del suo operato, pur ammettendo ingenuità possibili, e incertezze sull’attendibilità del fratello della compagna, del quale non si dice del tutto convinto. Questa linea richiama la coerenza con un passato mai sfiorato dagli scandali, da condanne o anche solo sospetti di uso personale della cosa pubblica; e insieme tende a mantenere la differenza con altri – anche molto in alto – che invece tanto avrebbero da spiegare e giustificare. Ma insieme cerca di restituire alla vicenda la sua dimensione (piccola, in fondo trascurabile sul piano politico, e persino su quello morale, inesistente probabilmente su quello giudiziario). E’ una voce sola e debole nella tempesta mediatica che ha cancellato scandali ben più gravi attraverso l’enfatizzazione del gossip e che allontana la cittadinanza dalla politica.

La seconda linea è squisitamente politica: Fini parla di potenziale crisi della democrazia. Mostra i rischi di un abuso di mezzi leciti e illeciti che – prosperando sulla sacrosanta difesa della libertà di stampa – espone tutti ad attacchi concentrici da parte di lobbies giornalistiche e di partito.

C’è un nemico, evocato dal discorso da politico semplice e forse anche da semplice uomo del Presidente della Camera. E questo nemico non è la persona di Silvio Berlusconi, ma il suo ruolo politico, la sua filosofia populista, contro la quale Fini evoca una democrazia magari datata, ma radicata nella Costituzione e nello spirito della modernità. Dovete scegliere – sembra dire Fini – tra tollerare questo abnorme legame fra leaderismo, controllo dei media e della propaganda e recuperare la democrazia come la abbiamo sempre conosciuta. E nel dire questo il Presidente della Camera si mostra come l’esempio di quanto si può divenire vittima nel trionfo della prima scelta. Egli è la vittima, e la sua innocenza è provata – dice – dalla sua onestà e dalla sua disponibilità a dimettersi. Chi interpreta il suo discorso via rete come una resa o un compromesso non coglie questa dimensione di ostensione di se stesso. In un messaggio breve, personale, un po’ vecchia maniera, Fini dice “sono qui: guardatemi negli occhi e ditemi se vi sembro responsabile. Guardatemi e scoprite che sono una vittima simbolica. Io sono come voi domani potreste essere”.

E il messaggio nella bottiglia rimbalza, perché questa è la rete, nella comunità nazionale, direttamente. I giornali e le televisioni potranno smontarlo e cambiarne il senso. Ma il messaggio è lì, diretto, e saranno solo e soltanto i cittadini che lo ascolteranno a giudicare.

Qualcuno dice che il messaggio di Fini dimostra come la rete cambia la comunicazione politica. Lo si è detto anche per la vittoria di Obama; di tanto in tanto l’argomento torna fuori. Ma è un argomento ingannevole. Nello stesso giorno Silvio Berlusconi fa rimbalzare sulla rete attraverso un messaggio ai club dei suoi seguaci un discorso analogo nella forma, ma profondamente diverso nella sostanza e nella concezione retorica, per non parlare degli argomenti toccati. La rete non cambia la politica. E’ la politica a utilizzare i mezzi di comunicazione che trova a disposizione nella maniera che ritiene migliore. La comunicazione politica non consiste nei dispositivi che si utilizzano, ma nella retorica che la guida, nelle argomentazioni che si mettono in campo, nella qualità dei temi che si trattano. Per molto tempo il frastuono dei media ha coperto e rimosso l’essenza della politica. La crisi economica, quella dei partiti e delle istituzioni ci stanno richiamando all’essenza del discorso che parla del bene comune. Se ci ricorderemo tra qualche anno il discorso di Fini non sarà per la trovata tecnologica che lo ha diffuso, ma per gli eventuali effetti che la sua retorica e il rischio personale del Presidente della Camera avranno ottenuto sul futuro del nostro Paese.

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Responses

  1. Condivido l’analisi, mi chiedo inoltre se la rete
    non sia diventato l’unico mezzo di comunicazione credibile rimasto. Le parole e i fatti, qui, assumono una valenza che, agli occhi dell’ opinione pubblica, non appartiene più ai mezzi di comunicazione canonici. Il fatto che la politica ne sfrutti le potenzialità, mi fa pensare a una
    sorta di “appropriazione indebita” di questo ultimo, tangibile e affidabile scampolo di libero pensiero.

  2. Prof. Colombo, GRAZIE!

  3. ciao fausto,

    scusa se sono completamente fuori tema, ma ti lascio qui l’ultimo racconto pubblicato su “nazione indiana”:

    http://www.nazioneindiana.com/2010/09/29/piccoli-orsi-polari-crescono/

    il racconto parla del mondo del lavoro oggi, di com’è la vita degli studenti un attimo dopo avere messo i piedi fuori dal recinto protetto dell’università.

    a presto

    giuseppe


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