Pubblicato da: faustocolombo | 2, settembre, 2010

Un incontro

C’è molta enfasi, oggi, sul rapporto fra i “vecchi” accademici e i “giovani” aspiranti alla carriera, quasi che fra i primi (che non sono poi sempre così vecchi) e i secondi (che non sono poi sempre così giovani) ci fosse una grande barriera, e che questa barriera fosse l’essenza della nostra università, oggi.

Io penso che questo sia vero solo in parte (anche se il problema non è secondario, e chi mi conosce sa quanto mi batta per i giovani “apprendisti” del nostro mestiere), e che molto vada indagato nella relazione (difficile e un po’ fané) che intercorre fra la generazione davvero anziana della nostra accademia (diciamo quella prossima, nell’arco di un paio d’anni, alla pensione) e quella propriamente matura, a cui appartengo. Diciamo, quella dei cinquantenni, più o meno (nel mio caso, purtroppo o per fortuna, più…). Questa relazione è difficile da tratteggiare, perché si tratta di due generazioni cruciali ciascuna a suo modo, che hanno governato o governeranno l’università, e delle quali spesso la più anziana ha filiato la più giovane (e non c’è bisogno di Freud per spiegare quanto difficili siano i rapporti tra padri e figli, in qualunque circostanza).

Comunque, la relazione è difficile da spiegare, ma forse si può raccontare con degli esempi. Io ne ho appena ascoltato uno, da un collega coetaneo di una grande università italiana, e ve lo inoltro, come si fa con le mail interessanti.

Dunque. Scenario: lo studio di un prof ormai prossimo alla pensione. Uno di quei prof-istituzione, passato attraverso prestigiosi incarichi di governo accademico. Una specie di leggenda per la sua precoce e quindi poi lunghissima carriera, la notorietà non solo nazionale, il carattere vagamente ombroso. Il prof in questione è seduto alla sua scrivania, che sta con lentezza mettendo in ordine, preparandosi anche nel fondo dell’anima alla sua nuova vita. Bussano alla porta. E’ un collega cinquantenne, un esempio tipico di quella nuova generazione di docenti che magari mettono i jeans e sono poco attenti alle clausole formali, ma ha dell’istituzione un’idea alta, e del proprio mestiere l’orgoglio dell’intellettuale. I due si sono spesso scontrati, come una T-shirt si può scontrare con un abito gessato e uno zaino da viaggio con una valigia di pelle nuova. La franchezza del cinquantenne suonava irrispettosa al rigore del settantenne. La prudenza e la saggezza del secondo irritavano l’irruenza del primo. Diciamo che in alcuni momenti non è corso buon sangue, sono volate parole grosse o di media entità, piccoli rancori.

Comunque, per farla breve, il collega cinquantenne entra nello studio del prestigioso prof. Lo saluta. L’altro gli fa cenno di sedersi. Lui si siede e parla, con voce un po’ composta, come di chi ha cesellato le parole nella testa per ore, forse giorni. Parla e dice so che sta per andarsene. Volevo ringraziarla. L’altro piega la testa, sorpreso. In realtà, continua il cinquantenne, conserverò un bel ricordo di lei e del suo lavoro. So che abbiamo avuto momenti difficili, ma volevo fosse chiaro che la stimo molto e continuerò a farlo. Mi mancherà lei. Mi mancheranno i nostri confronti rispettosi. Mi mancheranno la sua intelligenza e la sua esperienza. Tutto qua. Mi pareva giusto dirglielo.

La testa dell’altro è ferma. Ritorna dritta molto, molto lentamente. La bocca si apre. E le parole che ne escono dicono più o meno la ringrazio di questa visita e delle sue frasi. Anch’io la stimo molto. Lei è forse troppo irruento. Io ho forse sottovalutato troppo a lungo l’importanza della sua lealtà. Ma sappia che mi mancherà anche lei.

Si alzano. Si tendono la mano. Ci saranno altre occasioni, ma sanno tutti e due che quel momento è unico, e simbolico. E’ – in qualche modo – un addio, un onore delle armi, un augurio reciproco. Le mani si sciolgono. Il cinquantenne saluta, gira le spalle e esce. Quando è sulla porta ha l’istinto di girarsi, ma non lo fa. Il problema è che non saprebbe spiegare perché ha le labbra contratte, gli occhi con un accenno di gonfiore. D’altronde, neanche i professori universitari hanno mai capito molto, della vita. Così la porta si chiude, e la normalità riprende. Fuori gli studenti vanno su e giù per scale, aule, biblioteche.

Ecco. Un piccolo espisodio. Ci vedo tanto di come può essere una buona università. Voi no?

Buon vento.


Responses

  1. ce ne fossero di incontri come questo e anche di scontri che lo hanno reso possibile. Le cose girerebbero meglio, non solo nell’ambito universitario.
    Non può che essere un buon vento.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: