Pubblicato da: faustocolombo | 20, luglio, 2010

Era solo vita

Andò in università come tutte le mattine da un numero di anni imprecisato. Aprì la porta del suo ufficio. Accese il computer. Lesse le mail. Rispose a un paio di inviti a convegni. No grazie. Stavolta passo. Sto scrivendo. Sono in ritardo. Altro da fare. Prese in mano il primo pacco. Un libro da consegnare all’editore. Uscì, lo portò al palazzo uffici. Bevve un caffé con il direttore editoriale. Scambiò quattro chiacchiere sulla sua università, che decisamente gli piaceva sempre meno, ma che secondo lui meritava ancora uno sforzo, ancora un tentativo per migliorarla. Tornò in ufficio e riprese in mano il suo libro, quello a cui stava lavorando da mesi e forse anni e non voleva non dico finire, ma nemmeno compiutamente cominciare.

Guardò dalla finestra del corridoio: i chiostri erano poco popolati e a lui piacevano così, con poca gente in giro. Ricevette telefonate, incontrò uno studente che chiedeva informazioni e consigli.

Ebbe quella precisa sensazione di inopportunità che ti prende a volte, quando hai l’impressione che il mondo starebbe meglio senza di te. Sensazione strana, fatta di abitudini, poca novità, stanchezza. Poi guardò la foto alla sua destra. La sua vecchia squadra. Un bel gruppo di amici. Non li aveva dimenticati. Il suo cuore era ancora là. Il resto capitato dopo era solo un incidente. Poteva essere così o diversamente. E non sarebbe cambiato niente. Ma quando era nella squadra era tutto semplice, tutto chiaro. Chi vinceva vinceva chi perdeva perdeva. Ma soprattutto chi tradiva tradiva e sapevi di chi potevi fidarti. Il resto contava poco. Lui era ancora là, con la sua squadra. Il resto era solo vita.

Buon vento.

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Responses

  1. Arrivati alla fine di un anno pieno di lezioni, lavoro, si ha l’impressione di andare avanti per inerzia, con poche motivazioni, poche novità e troppa routine.
    Credo sia una sensazione comune, quella di sentirsi inopportuni, o di pensare di essere nel posto sbagliato…A volte ci si pone anche la domanda: ma che ci faccio qua? che c’entro io?
    bhè forse esiste un perchè, esiste una motivazione che ben giustifica la nostra presenza in quel posto.
    Senza di noi quel posto non sarebbe la stessa cosa, senza di noi si perderà sicuramente qualcosa, di noi, questo è sicuro.

    A volte ricordo anche io la MIA Squadra…un gran gruppo; eravamo abbastanza diversi l’uno all’altro; c’era chi andava d’accordo e chi non, ma tutto cambiava quando si scendeva in campo contro l’avversario: ci si aiutava, ci si mandava a quel paese, si vinceva e si perdeva…però si lottava tutti insieme per un’unica cosa, ossia quella di uscire dal campo a testa alta avendo dato il 101%. Era per tutti così. E tutti avevano voglia di sacrificarsi per quel gruppo che riuscì a vincere molto per questo motivo.
    Bei tempi quelli. Magici. In cui il resto contava meno della squadra e la vita ruotava intorno ad un pallone.
    Adoro ricordarli.

  2. Una malinconia calorosa e un post bellissimo, prof. Colombo!

  3. 🙂


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