Pubblicato da: faustocolombo | 31, maggio, 2010

Il cavallo del viceré

Nel Paese incerto capitano tante cose, alcune molto grandi e molto gravi. Tuttavia, se lo si vuole davvero capire, se ci si vuole immergere nel suo prepotente declino, da cui forse uscirà con un colpo di coda inaspettato come ha fatto altre volte, ma da cui potrebbe anche – questa volta – essere inghiottito; se lo si vuole capire, dicevo, bisogna guardare alcuni piccoli segnali, perché il diavolo è nei dettagli.

C’è stata troppa distrazione sulla giornata in cui il Premier del Paese incerto è riuscito a costituire uno dei più colossali ossimori democratici della storia dei paesi liberi: quella giornata in cui al mattino, come un viceré, ha chiesto alla platea di Confindustria, un tempo entusiasta e amica, il via alla nomina della sua Presidente a Ministro della Repubblica; e al pomeriggio, a Parigi, ha letto una frase di un vecchio dittatore, sepolto dalla storia, in cui quest’ultimo sosteneva di non avere potere, se non quello di far muovere il suo cavallo in una direzione o nell’altra.

Ora, è ovvio che un premier non può nominare i ministri così, all’assemblea degli industriali: fare quella mossa è stato un rischio. Si voleva una legittimazione davanti alla platea, e – tramite i media – davanti al Paese intero. Così sarebbe stato più facile far passare la nomina come richiesta da altri, approvata dal buonsensismo industriale. Sembrava il “chi volete che io vi liberi?” di Pilato, e – si licet parva componere magnis – ha avuto lo stesso risultato, diverso da quello atteso.

Dunque abbiamo qui un uomo potente, che manifesta il suo potere con una richiesta illegittima (tocca a Confindustria decidere un ministro?) ma che non vuole decidere. Può sembrare paradossale, ma il suo potere non collima più col decisionismo, bensì con il suo contrario: il totale indecisionismo in ciò che riguarda il governo del Paese.

In questo senso la battuta mussoliniana sulla mancanza di potere va letta con attenzione: quest’uomo potente, potente di tanti poteri (politico, economico, mediatico…) comincia a dire “non è colpa mia” la direzione in cui stiamo andando, che ci porta verso il baratro. Il Paese incerto è incerto per definizione, egli dice, e non c’è modo di guidarlo. Ma lo dice dopo aver fatto credere di sapere benissimo la direzione, come quelle guide in cui si ripone fiducia e che a un passo nodale del viaggio si guardano intorno spaurite, denunciando insieme il loro e il nostro sgomento.

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Responses

  1. caro prof,
    la morale mi spaventa un po’ di più: l’uomo potente sa dove vuole andare, ma per la prima volta separa potere da responsabilità. Dobbiamo fare dei sacrifici, ammettere che siamo nel fondo della crisi non meno che gli altri Stati, che di riforme vero nemmeno l’ombra, ma non è colpa mia, dice l’uomo potente (l’Europa, i magistrati comunisti, gli alleati che pretendono di obiettare, ecc.).
    Provate a separare la scelta dalla responsabilità in un’azienda, un’organizzazione o semplicemente in famiglia: l’esito certo è lo sfacelo o l’anarchia o il regime. Tra questi tre finali il Paese -ahinoi!- è incerto.

  2. Berlusconi mi ricorda troppo la figura del “shameless opportunist” nel film catch 22 di Mike Nichols…
    Sembra quasi berlusconi quando dice: “we will certanly come out on top again if we succeed in being defeated”.


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