Pubblicato da: faustocolombo | 5, maggio, 2010

Dottori di ricerca

Con lunedì si è chiuso il mio tour de force di commissioni per l’assegnazione del titolo di dottore di ricerca. Sono stato in tre diverse università, in tre diverse commissioni, e ho partecipato alla proclamazione di 13 nuovi dottori di ricerca, titolo che costituisce una conditio sine qua non per l’accesso (alquanto problematico) alla carriera universitaria. Lo scrivo come occasione per dire che ho incontrato una bella serie di giovani colleghi, e di belle ricerche. Ne sono uscito con l’idea che le forze giovani per la nostra università ci sono, e non hanno nulla da invidiare a quelle di altri Paesi (posso dirlo essendo stato in commissione qualche volta anche all’estero).

Tuttavia, sento anche che questa qualità è per tutti noi una sfida, perché non mi sembra che i progetti di legge di riforma sull’università rispondano alla domanda essenziale: come promuovere i giovani talenti? Per esempio, la riduzione del ruolo e del senso della figura del ricercatore contro cui i ricercatori italiani si stanno battendo in questo periodo non va in questa direzione. Così come non va in questa direzione la prospettiva di trasformare il ricercatorato in un contratto a termine, senza garanzie per il dopo. Quando si riflette sulla crisi del nostro Paese, invece di continuare a dire che stiamo meglio degli altri, ci si dovrebbe forse interrogare sulla crisi di una visione politica del futuro, sostituita dall’amministrazione miope, e spesso ottusa.

In ogni caso, tanto per gradire, a tutti i nuovi dottori, buon vento, per la carriera e per la vita.


Responses

  1. Mi sono risvegliato il mattino successivo con un titolo di dottore di ricerca sul comodino e la convinzione che senza di te e le tue domande brucianti e illuminanti l’esperienza di discutere la tesi di dottorato sarebbe stata assai meno entusiasmante e decisamente meno utile (ogni tesi, in fondo, non è solo teoria, metodo e analisi, ma anche una visione del mondo e una visione che mette in gioco in se stessa).
    Ora la salita aumenta di pendenza. Quelli della mia generazione (anzi direi proprio quelli della mia classe: 1980) hanno spesso l’impressione di procedere su una linea di confine. Abbiamo fatto per primi la nuova maturità, per primi abbiamo sperimentato la riforma universitaria del 3+2. Ora c’è il rischio di essere i primi degli ultimi a non avere un’opportunità concreta di realizzare quelle aspirazioni che invece a molti altri è stata ben più che assicurata. La porta dell’università è sempre più piccola e la stanza oltre la porta sembra sempre più affollata (e nessuno sembra avere intenzione di uscire). Certo, queste difficoltà “congiunturali” rendono più impervio un percorso che altrimenti sarebbe sembrato fin troppo facile, sono ciò che rende più orgogliosi dei risultati raggiunti e che valorizza i sacrifici (fare l’università di per sé vuol dire rimandare la vita di qualche anno, figuriamoci un dottorato di ricerca). Ma se poi arriva un geometra qualsiasi e costruisce altre due o tre stanze di separazione dal salone delle feste… finisce che solo i figli del papi possono aspettare, mentre gli altri mandano il cv a tutti i cepu del mondo, non ricevono risposta e così per pagare l’affitto sono costretti a fare un lavoro per cui sarebbe bastato il diploma di scuola superiore. Insomma, se tutti gli sforzi e tutta la vita rimandata non diradano la nebbia, allora il futuro s’allontana ancora di più. Non si può fare il “Ricercatore di lavoro” a tempo indeterminato. Speriamo che i professori e gli amministratori capiscano che la fiducia dei giovani più coraggiosi è davvero una fiducia cieca, un grosso credito a un sistema che non li assicura in alcun modo. Comunque, pronti a procedere nella nebbia, anche stavolta.


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