Pubblicato da: faustocolombo | 29, aprile, 2010

Quel che non si vuol capire di Silvio Berlusconi

Reduce da una giornata di lavoro con i miei studenti di media e politica, e di ascolto interessato a ammirato dei loro lavori (che posterò ben presto per la gioia dei naviganti), comincio a preparare il mio intervento all’università di Norimberga, dove mi è stato chiesto di parlare del “caso Berlusconi”, ossia di quella che all’estero è considerata l’anomalia italiana.

Il tema è molto complesso, ma vi voglio dire subito il nodo centrale del mio discorso, così abbiamo modo di discuterne (se vi va) e posso rifletterci ancora sopra.

La mia tesi, grosso modo, è questa: una gran parte della letteratura scientifica e pubblicistica sul Berlusconi politico, sulla sua comunicazione, sulle sue strategie, sui suoi pregi e i suoi difetti tende a materializzarsi nell’assunto che Silvio Berlusconi sia il principale responsabile dell’anomalia italiana. So che a questo punto dovrei chiarire molte cose, a cominciare dalla nozione stessa di anomalia italiana, ma fatemi passare il concetto un po’ greve nella sua versione intuitiva. Questa prospettiva, che accomuna critici ed entusiasti, giornalisti e commentatori disincantati, italiani e non, confonde la descrizione con l’interpretazione, e la causa con l’effetto.

Mi spiego: è vero che l’anomalia italiana è legata a doppio filo con il Berlusconi politico, ma non nel senso che il personaggio è la causa e l’anomalia l’effetto, bensì, semplicemente, il contrario. Non nel senso strettamente marxiano per cui i comportamenti e gli atteggiamenti culturali sono il sottoprodotto della struttura economica, naturalmente. No, nel senso invece che non è nemmeno immaginabile che un personaggio pubblico come Silvio Berlusconi incarni questo tipo di consenso se non dentro l’anomalia italiana, il provincialismo endemico del bel Paese, la crisi dell’intellettualità e la cecità del sogno piccolo borghese che sta nella pancia del Paese (già ben descritto nella Napoli Milionaria di Eduardo) ma si espande a dismisura a partire dagli anni Ottanta e dilaga fino all’oggi, senza pesi né contrappesi.

Darwinianamente, le caratteristiche di SB, il Grande dadaista, sono perfette per incarnare quell’Italia, i suoi autostereotipi, le sue peculiarità culturali (come una certa insofferenza per le regole, l’autorità e gli intellettuali). Mi spiace per SB e il suo Ego, ma non è lui che ha fatto gli italiano come sono. E’ lui a essere il prodotto del Paese che si illude di governare, e dalle cui istanze profonde (purtroppo) è invece governato.

Buon vento.


Responses

  1. In parole povere, l’Italia avrebbe espresso SB più o meno per le stesse ragioni per cui a suo tempo espresse BM? Tesi che vedo pericolosa perché dovrebbe farmi aspettare un nuovo AH in Germania e un FF in Spagna, che a loro volta sono state espressioni di vizi nazionali, diversi da quelli italiani ma non meno veri.
    Sì, è vero che il nostro grande dadaista incarna bene certi vizi italiani, ma sappiamo pure che la possibilità di soddisfare un bisogno genera anche bisogni che altrimenti non si sentirebbero; e sappiamo anche bene come questi vizi siano stati attentamente sobillati negli italiani (o almeno nella fascia di italiani più sensibile alla loro insorgenza) attraverso un attento uso delle televisioni e (molto in subordine, ma non indifferente) dei giornali.
    Per prendere un esempio storico: non c’è dubbio che il senso tribale del volk fosse storicamente presente nella cultura tedesca, ma se non ci fosse stato il catalizzatore del nazismo sarebbe magari rimasto una curiosità folkloristica, o magari la fonte di mali minori. Questo non vuol dire che la colpa del nazismo sia stata tutta di AH e i tedeschi dell’epoca non abbiano responsabilità; ma nemmeno possiamo dire che Hitler sia stato l’espressione perfetta della cultura tedesca.
    Diciamo piuttosto che l’un personaggio come l’altro hanno saputo costruirsi il proprio mito mediatico basandosi su delle debolezze potenziali, che hanno saputo rendere reali; e alla fine si sono presentati come i salvatori.
    Ciao
    db

  2. Caro Professore,
    questa riflessione e’ assolutamente interessante e la condivido in pieno. Se posso permettermi un sugggerimento: per puro caso in questi giorni mi sono trovato a ri-leggere, per l’ennesima volta nella vita, gli Scritti Corsari di Pasolini e mi sembra che molte riflessioni siano davvero profetiche rispetto al destino politico dell’Italia in senso “Berlusconiano”. Il che mi sembra un’ulteriore controprova della sua tesi che “un SB” era strutturalmente quasi implicito nel profilo politico dell’italia degli ultimi 30 anni. Ecco: cosa direbbe oggi un intellettuale del calibro di Pasolini sul fenomeno Berlusconi e’ una cosa che mi ossessiona (e poi:che terribile mancanza Pier Paolo Pasolini in momenti come questi, non trova?)
    Buon vento.

  3. fausto, la riflessione che fai è certamente legittima, utile e preziosa (almeno ai miei occhi). Perché aiuta a evitare certi stereotipi ‘demonizzanti’.

    Mi stupisce però che il solo ritratto dell’Italia che emerge da una simile schematizzazione è quello del provincialismo, della crisi delle élite e della degenerazione piccoloborghese. E anche questo è, per me, uno stereotipo.
    Per questo condivido quel che dice daniele, che è un modo (schematico anch’esso, se vogliamo) per relativizzare l’idea rischiosa che berlusconi sia solo un “prodotto” e non – come è – un cosciente “produttore” della attuale fase di deriva del Paese.

    L’Italia è stata ed è diversa da berlusconi. Non dimentichiamolo. Ovvero: la teoria dello specchio, applicata a berlusconi, non può essere intesa in modo deterministico. Perché altrimenti porta a relativizzare una serie di fatti – precisi, puntuali, perimetrabili – che sono le azioni “anomale” compiute da berlusconi per conquistare e mantenere una determinata posizione, ed impedire la corretta valutazione – giudiziaria – di alcuni suoi atti (ripeto: specifici e anomali).

    “Quel che non si vuol capire” di berlusconi è che è ora di smetterla di considerarlo un “simbolo” o un “sintomo”, e ritornare a trattarlo come un individuo come tutti, responsabile di alcune specifiche azioni (illegali). Che sono – quantomeno – i conti All Iberian e la corruzione di giudici. Punti di partenza che troppi politici non affrontano, e che troppi giovani non conoscono. E che noi – mannaggia a noi che vorremmo giocare e scherzare di inezie, e ci tocca invece fare i seri – dovremmo sempre ricordare.

  4. […] via https://laculturasottile.wordpress.com/2010/04/29/quel-che-non-si-vuol-capire-di-silvio-berlusconi/ Posted by admin on aprile 29th, 2010 Tags: News, Politica Share | […]

  5. Aggiungerei a quanto detto precedentemente, che SB è sceso in campo nel ’93, in piena Tangentopoli ed in piena crisi finanziaria e cioè quasi fallimento di Fininvest. Ho vissuto a Milano dall’84 al 2005 e ho una mia idea da “immigrato” riguardo quegli anni e i successivi 15: la questione della Vergogna, di trovarsi alla Gogna del resto d’Italia dopo averla “guidata” per i precedenti 40 nell’economia, industrializzazione e innovazione. SB esprime e incarna (ed ha istruito tutti suoi seguaci, senza virgolette), il desiderio di rivalsa, la vendetta, l’aggressività dalla coda si paglia, del popolo del Nord ancor più della Lega di oggi. Ricordo che Forza Italia ha raccolto decine e decine di ex politici PSI e DC, i partiti più colpiti dai giudici.
    La grande questione che ci si dovrebbe porre oggi, che si è governati da gente del Nord, è se questi abbiano o no la mentalità per farlo, se abbiano o no nel dna o nella propria formazione il concetto di comunità e di servizio o se invece abbiano sempre avuto il concetto di comunità asservita, tipico dei capitani di industria, dell’imprenditoria più spregiudicata, o di comunità chiusa, ristretta, elitaria.
    Bisognerebbe cioè leggere SB, i suoi, e la sua storia politica, non come politico, ma solo come imprenditore o prenditore come direbbe Lotito… Non dimentichiamo che gestire qualche miliardo di euro del Gruppo Fininvest può essere soddisfacente ma è molto più attraente gestire migliaia di miliardi di soldi degli altri, cioè nostri e ad avere un tale potere.
    Concordo con il professore sulla caduta della classe dei 68ini negli anni ’80, come scrisse il Times: da baby boomers a contestatori ai più grandi consumisti degli 80 appunto. Per poi diventare gli scalatori sociali e del potere degli anni 90 e gli Inamovibili di questo nuovo millennio.

    Se lei professore vuole raccontare veramente SB, racconti anche che un intera generazione, la mia, è stata fatta fuori in questo paese e non per colpa solo di SB. Io sono del ’59…
    Da un 60/70enne si passa a un trenta/quarantenne, quando si parla di luoghi di comando, potere o management. E credo che la mia generazione avrebbe potuto essere il punto di unione fra la vecchia cultura politica/economica dei 70enni di oggi e la nuova cultura politica, dell’informazione e della tecnologia del nuovo millennio. Siamo gli unici che hanno visto la fine della contestazione e la fine della politica, l’inizio del mini boom degli anni 80 e hanno sbattuto la faccia nella crisi dei 90, proprio nel momento giusto per esprimere le loro migliori energie di trentenni… non ci è stato permesso di decidere. SB, era uno di quei 50enni che non permetteva a nessuno di decidere o di saperne di più o meglio di lui… o di salire ai posti di comando per un ricambio generazionale naturale… A Milano nella comunicazione e nella Televisione, ho trovato tutto bloccato alla fine degli 80 e all’inizio dei 90. Sono riuscito a trovare spazio dopo Tangentopoli, perché molti sono dovuti sparire, o hanno dovuto scegliere un low profile… Ma dal ’94 al 2000 le migliori menti della tecnologia per la comunicazione, miei coetanei, sono emigrati quasi tutti negli States, perché in questo paese erano “rientrati” i fuggitivi di Tangentopoli riprendendosi i loro posti… Di nuovo, non c’era più spazio…

    Quando andrà a quel Convegno ne parli con i colleghi stranieri, la mia generazione in quei paesi è servita appunto a far si che la transizione fra i due “mondi” avvenisse in modo più sereno e costruttivo. Che non potesse verificarsi un fenomeno SB appunto, nei loro paesi.

    Auguri!

  6. Condivido quel che dice Albert
    Anch’io suggerisco di leggere/rileggere Pasolini
    Lì c’è la chiave di tutto

  7. Dal punto di visa sociologico, mi pare che non possa essere diversamente. Per chi studia la società, l’individuo è prodotto della società, poste tutte le culture, sottoculture e controculture. Ed a questa regola neppure SB può sottrarsi.
    Quello che mi incuriosisce e che vorrei venisse trattato se assistessi alla conferenza è invece proprio il concetto di “anomalia”. L’anomalia è SB o la fiducia/preferenza che gli italiani gli hanno dato sino ad oggi, o tutte e 2 le cose o altro ancora? Nel mondo accademico, quando e chi ha iniziato a parlare di anomalia italiana? Perchè anomalia e non, per esempio, peculiarità italiana contemporanea, oppure fattore B (un tempo avevamo il fattore K)? E quante pubblicazioni scientifiche sono realmente state scritte su SB? All’estero c’è davvero tanto interesse accademico nei suoi confronti? Su google scholar trovo 10.200 risultati per SB (autori soprattutto italiani), 10.300 per Angela Merkel, 11.200 per Sarkozy (ovviamente i dati sono approssimativi, x es. ci sono casi di omonimia). Nonostante una vita politica più breve rispetto a SB, pare che Merkel e Sarkozy abbiano attratto maggiore attenzione accademica, soprattutto fuori del loro paese. La mia impressione è che si parli tanto su quotidiani e riviste delle gaffes, dei vizi e delle manie di SB (ed in realtà, anche su google standard, i risultati di SB sono inferiori a quelli degli altri capi di stato), che il personaggio susciti curiosità, ma che un vasto dibattito scientifico su SB politico non ci sia ancora stato. Ed inoltre, in tale dibattito, non credo si possa prescindere da un’analisi di ciò che esiste o non esiste in alternativa a SB.


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