Pubblicato da: faustocolombo | 26, aprile, 2010

Da dove veniamo

Torno al lavoro, e trovo le solite rogne: riunioni, pesantezze, appena alleviate dalla qualità delle persone con cui per fortuna (mia, non loro) mi trovo a collaborare. Il lavoro universitario è fatto oggi di molta burocrazia, da trattare con le molle, perché il diavolo – com’è noto – è nei dettagli. Così si perde tanto tempo, e può capitare che ti prenda lo sconforto.

Quando mi capita, ripenso mentalmente alle cose piacevoli che ho vissuto di fresco (nello specifico, questo weeek end, una permanenza al mare, la lettura di qualche libro interessante, eccetera), perché mi sembra che mi aiutino a trovare il respiro giusto, quella necessaria apertura della mente che ci fa sentire sufficientemente in pace con il mondo e con noi stessi. Sarei un bugiardo se dicessi che funziona sempre, però qualche volta, almeno parzialmente, funziona. Penso che il motivo vada cercato nella necessità di guardarsi dietro, ogni tanto, per capire da dove veniamo.

Ma il discorso potrebbe diventare più ampio, se accettassimo di recuperare un passato meno recente, una provenienza meno estemporanea.

Ora, da dove viene un professore universitario? Dai suoi studi, naturalmente, più o meno azzeccati, più o meno fortunati. Ti capita di pensare che ti sarebbe piaciuto essere notato o apprezzato da quel collega, da quell’amico, cosa che puntualmente non è avvenuta. O di ricevere qualche riconoscimento che invece ti è stato negato. Ma di solito passa presto. Solo che – pensi – non è proprio da lì che vieni. Quello è un pezzo, l’ultimo, del cammino.

Allora magari vieni dai tuoi sogni di ragazzo, o dalle aspettative dei tuoi genitori, o dalle parole di un tuo prof di liceo o dell’università che ti detto che ci potevi provare, magari quando questo maledetto mestiere era diverso da com’è adesso: più prestigioso, più remunerato, che ne so… Ma si sa come sono i sogni, i desideri, le aspettative… non ti danno mai quello che ti sembrano promettere. Sei un po’ deluso, magari, ma non è da lì che vieni, in fondo.

Allora guardi ancora più indietro, e lì ti si apre l’oceano, o quantomeno il mare aperto: perché vedi una fila interminabile di persone che hanno creduto nell’intelligenza e nella scienza prima di te. Hanno pensato che valesse la pena di insegnare, di tramandare, di far vedere un altro futuro possibile. Alcuni di loro ti erano decisamente superiori, e il loro nome è nella tua memoria come resterà in quella di chi ti ha seguito, anche quando il tuo sarà cancellato per sempre. Ma erano come te, in qualche modo. O meglio, tu sei come loro, per qualche fortuita ragione.

Allora, solo allora, non c’è amarezza che tenga. Solo orgoglio, e gratitudine. E il senso del proprio lavoro e della propria ricerca. E la consapevolezza definitiva che vale la pena continuare a camminare, almeno finché ci riesci, finché ti è possibile, finché qualcosa che non puoi vincere ti ferma.

Ma almeno, almeno, avrai camminato, avrai portato questo testimone della ragione che si oppone alla violenza, al potere, alla barbarie, alla stupida invidia e all’arroganza che ogni tanto ci accompagna, tutt’intorno. Almeno – è questo che ti dici, sperando di non ingannarti – ne sarà valsa la pena.

Buon vento.

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Responses

  1. Da chi ha appena cominciato a gattonare ricercando la ragione e la giustizia, grazie.
    Grazie perchè nonostante le previsioni del mio futuro sembrano così buie, non riesco a distogliere lo sguardo da quella luce in fondo che mi sprona a continuare il cammino, ad alzarmi in piedi e cercare in tutti i modi di emulare chi prima di me, come i grandi del passato, come lei, hanno creduto nell’importanza di opporsi “alla violenza, al potere, alla barbarie, alla stupida invidia e all’arroganza”.
    E poi in fondo, se ci credi e ci provi, sono convinta che qualcosa cambia…grazie per avermelo fatto capire.

    Buon vento


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