Pubblicato da: faustocolombo | 13, aprile, 2010

Un applauso, nel 1984

Era il 31 ottobre 1984, quando morì Eduardo. Dieci anni prima aveva rischiato di lasciare il suo pubblico sul palcoscenico, come Molière. Ma si era ripreso, e gli avevano applicato un pace-maker. Se ne andò in modo più tradizionale, in una clinica romana, ma aveva recitato fino all’ultimo, per esempio nello sceneggiato di Comencini tratto da Cuore, in cui aveva interpretato il vecchio maestro del padre del protagonista.

La morte di Eduardo è un altro di quegli snodi che determina piccole scosse nel sistema dell’immaginario del Paese Leggero: già lui, uomo di teatro, aveva fatto i conti da tempo con le conseguenze della televisione.

… 

Ma il passo decisivo è – non c’è dubbio – il funerale di Eduardo, e quel che ne consegue. Riassumendo, Eduardo è divenuto, nel 1981, senatore a vita, e si è seduto nei banchi della Sinistra Indipendente. Quando muore, viene allestita una camera ardente al Senato. Alle esequie, trasmesse per televisione, partecipa una folla sconfinata (si parla di trentamila persone). Nel momento in cui la bara viene sollevata per essere portata verso il cimitero del Verano, si alza un applauso interminabile, che accompagna la salma fino all’uscita dalla chiesa. Su Youtube si percepisce nel commento della Rai una certa sorpresa. Non so come verificare se questo fu il primo applauso a un funerale, ma certamente è stata la prima occasione ripresa dalla Tv. Possiamo legare idealmente questo evento a tante occasioni di morte precedente: la spaventosa visione dei cadaveri della scorta di Moro. Poi il suo cadavere nel bagagliaio dell’auto. Poi la morte paventata, vissuta e infine accaduta nell’assenza di immagini di Vermicino. Infine, queste esequie. Con la gente che applaude. E applaude pour cause, perché Eduardo è un attore, un autore, un uomo di teatro. E il suo pubblico -questo suo immenso pubblico che non è fatto soltanto da persone che lo hanno seguito nelle sale, ma si è allargato alle audiences televisive, dandogli una notorietà che solo la grande arena del piccolo schermo poteva dare in quegli anni – gli tributa un applauso come a salutarlo, dopo il suo ultimo, definitivo, spettacolo. O meglio a chiusura di una vita intera che è in sé spettacolo nel senso più profondo del termine. Vale la pena di paragonare l’applauso della gente comune al funerale a quello più tradizionale, insincero, meccanico, che il pubblico della manifestazione di Taormina gli ha appena tributato, poco più di un mese prima della sua morte, in occasione della consegna del premio “Una vita per il teatro”. Davanti a quegli applausi formali, il grande vecchio aveva pronunciato un discorso brevissimo e dignitoso, che ancora dà i brividi a sentirlo:

“Insisto col dire: il teatro, se si vuol fare seriamente, è altruistico, non egoistico. L’altruismo ti porta. L’egoismo ti manda all’altro mondo. Questo non l’ho fatto con un progetto, di farlo. L’ho fatto perché così è la mia vita. Così sono nato. Così mi hanno insegnato i maestri di un tempo”.

Sono parole che vengono dal profondo di una vita straordinariamente consapevole delle sfide del palcoscenico e del Paese. Gli applausi suonano appunto, pur nel loro calore, un po’ formali.

Invece in quel funerale, davvero si sente e si ascolta – forse nell’unica forma possibile – un modo antico e vero di salutare un uomo di teatro, che a tutti appartiene.

Ma c’è un ma, naturalmente, nella grande onda di mutamento che sembra attraversare il Paese in quegli anni. E così questo applauso che viene da fuori la televisione, ma che la Rai riprende e manda in onda, sdogana come emotivo, sincero e in fondo spettacolare un gesto estemporaneo e unico, codificandolo nella banalità del quotidiano. Da lì in poi l’onda dell’applauso ai funerali si estenderà come una normalità sancita da quella prima intuizione, e si applicherà a quasi ogni rito, laico e religioso, anche in assenza di telecamere. Solo che gli applausi, da lì in poi, saranno soltanto appresi come nuovo rito dalla televisione. Un modello assorbito da lì, di cui progressivamente si cancelleranno le origini, e in cui parrà vero che si sia sempre fatto così, dalla notte dei tempi. Un nuovo modello in cui l’applauso non è più, come ai funerali di Eduardo, un silenzio che dice, senza parole e in un tono congruo alla dimensione e alla intima essenza del personaggio e del suo rapporto con il Paese e la sua cultura. Ma anzi, sarà per sempre la fine del silenzio, del lutto, la sua oscena spettacolarizzazione che contaminerà insospettabili riti collettivi di ogni genere, producendo un’emotività artificiale, superficiale, in fondo inutilmente appagante. Nei difficili e allegri anni Ottanta, i funerali di Eduardo sono il segno di un passaggio di testimone fra una televisione ancora partecipe, profondamente contaminata dalla forza del teatro e dei suoi discorsi, e un’altra televisione trionfante che tutto assimila e cancella, nemmeno avvedendosene.

Seppellito Eduardo, quell’applauso, invece che scomparire con lui per restare impresso nella memoria, si espande per ogni dove, e così perde la sua forza, il suo più autentico valore.


Responses

  1. pare che il primo appaluso a un funerale sia stato ai funerali di Anna Magnani (1973) ma non so se sia stato trasmesso in diretta tv (c’erano solo 2 canali)

  2. grazie dell’indicazione. siccome sto tracciando (come si sarà capito) un lavoro sull’immaginario italiano, ogni indicazione è preziosa…

  3. Che malinconia leggere le parole pronunciate da Eduardo, così intense, dico maliconia perchè in quest’Italia così cambiata hanno il sapore di un mondo perduto.
    E’ proprio vero nel mondo di oggi e soprattutto nella televisione odierna in cui la visibilità è il primo valore e il primo scopo, è tutto all’insegna, come dice Lei, di un’emotività superficiale e non autentica, recitata e artefatta, si applaude chiunque, si piange e si urla per delle inezie, le emozioni sono state svuotate del loro valore.

    Un altro funerale carico di emozione di cui mi ricordo di aver visto spezzoni in televisione, è quello di Enrico Berlinguer a piazza San Giovanni..ero piccolina ma sono rimasta molto colpita da quell’immensa folla.


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