Pubblicato da: faustocolombo | 20, marzo, 2010

Il ruolo dell’intellettuale e l’università

Avevo promesso una relazione sulla parte del convegno di Avignone, ed eccola qua, anche se altri temi urgono, e ce ne dovremo occupare presto…

In primo luogo, il tema centrale del convegno è la radicale trasformazione che sta attraversando l’università europea. Un po’ dappertutto si sta ponendo il problema dei criteri di valutazione, il che è un bene, un male, e anche un gran casino. Provo a spiegarmi velocemente. Come funziona la valutazione dei professori universitari? In base essenzialmente alle loro pubblicazioni. Ma le pubblicazioni, evidentemente, non sono tutte uguali. Per esempio, può sembrare semplice affermare che – nel mio campo – Media Culture & Society, la prestigiosa rivista pubblicata da Sage, vale di più dell’ultimo numero di City, distribuito gratuitamente alla fermata del metro. Quindi, pubblicare sulla prima rivista ha un valore scientifico, e pubblicare sul secondo un altro.

La questione, tuttavia è: perché? Perchè MC&S ha un prestigio scientifico. Giusto! Diranno i miei piccoli lettori. ok, ma come si acquisisce prestigio scientifico? Per esempio perché si ammette che gli articoli pubblicati su MC&S sono molto letti e soprattutto citati dai colleghi. Ecco, questo è un criterio, oltretutto misurabile. Esistono fior di strumenti per misurare la quantità di citazioni. Purtroppo la maggior parte delle grandi riviste e dei grandi strumenti hanno misurato essenzialmente opere in inglese,e quindi – come faceva notare ad Avignone una collega brasiliana – c’è il paradosso che la medicina del Brasile, che ha uno standard di cura e ricerca elevatissimo, compare assai poco sulla scena della valutazione internazionale, almeno per quei saggi che sono pubblicati in portoghese. Non parliamo dell’Italia, in cui in alcune discipline (medicina, chimica eccetera, ma anche psicologia) si sono adottati da tempo gli standard internazionali, ed in altre assolutamente no (vedi sociologia). Ne consegue che ciò che è visibile sulla scena internazionale magari non lo è su quella nazionale e viceversa. Nel mio piccolissimo, io sono (poco) conosciuto all’estero per dei libri che in Italia hanno circolato quasi niente, e in Italia sono conosciuto (altrettanto poco) per libri di cui non esiste traduzione all’estero.

E’ vero che uno strumento come Google Scholar colma un po’ il gap, perché almeno puoi vedere quanto sono citati in generale i tuoi lavori sia nel tuo Paese sia fuori, ma rimane il fatto che essere citato da un collega su una rivista importante è più significativo che essere citato su City.

Ed ecco qui i problemi: funzionano bene gli indici di qualità della ricerca? Secondo Yves Gingras, un fantastico studioso canadese che di questi temi si occupa continuamente e che ha portato una valanga di dati comparativi, in qualche caso si, ma in molti casi no. Per esempio, questi indici sembrano funzionare bene per i loro inventori (scienziati di discipline esatte, ma anche economisti), ma assai meno per le discipline più morbide. Quindi c’è il rischio di criteri complessi e a volte inefficaci di valutazione. E su alcune dimensioni, come la durata del periodo da prendere in considerazione per valutare il lavoro di uno studioso, bisogna stare attenti, perché c’è un breve saggio di Einstein da cui è trascorso molto tempo, ma che pare dica ancora molto di più che tanta letteratura scientifica seguente. Poi c’è il problema del valore più o meno rivoluzionario o normativo del contenuto. Se scrivo saggi su saggi di formule dimostrando tante piccole varianti di una qualunque legge fisica senza introdurre nessuna nuova scoperta, valgo di più o di meno di uno che pubblica un solo saggio, ma cambia le cose? Insomma, c’è il rischio della normalizzazione scientifica.

E via così. Ne concludo (provisoriamente, perché ho ancora parecchio da dirvi, ma è ora di dare un’occhiata al giardino) che appunto la questione della valutazione del lavoro dei prof è bene perché costringe a lavorare seguendo degli standard. E’ un male perché rischia di trasformare gli standard in vincoli che frenano anziché promuovere. E comunque è un casino, perché le culture, le discipline e infine le persone sono diverse fra loro, e non sempre tutto si spiega con dei punteggi.

Siete confusi? E’ un bene. Domani se mi riesce continuiamo.

Buon vento.

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Responses

  1. Concordo con le tue conclusioni. Bentornato e grazie! 🙂


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