Pubblicato da: faustocolombo | 23, gennaio, 2010

Qualche nota su uno strano decreto legge

Chiedo scusa di occupare l’attenzione e la pazienza dei naviganti con un argomento che può sembrare bizantino, ma sta per succedere una cosa molto grave (l’ennesima) nel nostro Paese, e non è il caso di essere timidi.

La cosa che sta per succedere è il decreto Romani, su cui l’allarme nei media non è stato forse abbastanza forte da far capire all’opinione pubblica cosa c’è davvero in gioco.

Così sintetizza, un po’ bruscamente, la questione il senatore PD Luigi Vimercati:

Il governo, andando oltre la delega avuta dal Parlamento, sta cercando di cambiare (in peggio) parti essenziali della stessa famigerata legge Gasparri.
1. Si vuole escludere dal conto del 20% dei programmi, massimo per legge per ciascun operatore, i programmi che vengono ripetuti occupando altre frequenze e quelli a pagamento.
2.Si riduce la pubblicità a Sky mentre si allargano, le maglie su televendite e telepromozioni.
3.Si ridimensionano gli obblighi della RAI per l’acquisto di film italiani ed europei.
4.Saltano i benefici per il nostro cinema previsti dal governo Prodi.
5.Si cerca di mettere la museruola a Internet imponendo il diritto di rettifica all’informazione online equiparandola al TG1 o al TG5.
6. Si vuole imporre all’Autorità delle Comunicazioni di far valere le norme sul diritto d’autore sulla Rete non distinguendo Youtube o Google dai tradizionali media audiovisivi.

E’ proprio così? Perché se è così mi sembra un fatto molto grave. Vediamo i fatti un po’ più da vicino.

Punto uno. Esiste una direttiva europea (Audiovisual Media Service) che aggiorna le direttive precedenti tenendo conto delle novità tecnologiche comportate dallo sviluppo della digitalizzazione. Tutti i Paesi dell’Unione sono chiamati a adeguare a questa direttiva le proprie legislazioni. In Italia il Parlamento ha concesso la delega al Governo per l’attuazione degli obblighi comunitari.

Punto due. Che cosa ti combina il Governo? Formula una serie di articoli sull’intero universo dei media che, se applicati, cambierebbero radicalmente la situazione attuale.

Vediamo qualche caso. Tutte le trasmissioni di immagini in movimento anche via internet vengono equiparati alla trasmissione Tv, sottoponendole alla vigilanza dell’AGCOM… Vi è noto che guardare un contenuto in streaming è uguale a guardare la Tv? No? Vi sembra una sciocchezza? Bene, da dopo l’applicazione del decreto Romani sarà così per legge… E cosa sarà dei blogs che eventualmente presentino video? La cosa è un po’ nebulosa, ma non sarei molto ottimista. Ma soprattutto colpirà IPTv e webTv, in un modo che non è affatto previsto dalla direttiva europea.

Poi: Tutti i siti internet che trasmettano audiovisivi diventano vincolati all’obbligo di rettifica come le testate tradizionali. (Vi piace? Fate salti per la contentezza all’idea che vi aggrediscano dei prepotenti potenti obbligandovi di fatto a rettificare quello con cui non sono d’accordo, visto che non avete pletore di avvocati a difendervi?)

Ed eccoci alla Tv: il decreto prevede un calo del limite di affollamento pubblicitario per le pay Tv (dal 16% del 2010 al 12% del 2012), e un rialzo di quello delle Tv in chiaro (dal 15% attuale al 20%, ma solo per l’emittenza privata, perché i tetti di quella pubblica non cambiano).

Molto altro ci sarebbe da dire. Ma credo che queste anticipazioni bastino: il sistema rischia di restarne stravolto a vantaggio soprattutto della Tv in chiaro, quella cioè che a parere di tutti è la più decotta e bisognosa di innovazione. Così potrà sedersi e mungersi da sola per qualche anno ancora.

Penso che sarebbe ora di fare un gran casino. Ci andremo di mezzo tutti: a breve le emittenti a pagamento, le web tv, l’IPTV, gli operatori della rete, persino il servizio pubblico. A medio termine il pubblico, la gente comune, che rischia di vedere la diminuzione dell’offerta e della sua varietà. A lungo termine l’intero sistema, compresi quelli che oggi ci guadagnano. Per non parlare del fatto che come al solito c’è il sospetto (legittimo, che non è una certezza, ma getta un’ombra scura su questa operazione) del vantaggio per Mediaset, e quindi del conflitto d’interesse.

Vi segnalo comunque un altri interessante intervento sull’argomento:
http://corsaridellarete.ning.com/

Ecco qua. Scusate il tono un po’ concitato… Faccio politica? Forse; che vuole dire: mi occupo del nostro futuro. Non mi pare ci sia niente di male. Ho ricevuto da un esimio collega l’indicazione che avrei bisogno di qualcuno che mi garantisse, perché mi espongo troppo… Ecco: se siamo al punto che uno non può dire quello che pensa, mala tempora currunt.

E comunque, sia chiaro:  chissenefrega.

Buon vento.

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Responses

  1. Mala tempora currunt, senz’ombra di dubbio alcuno, caro Professore. E forse concordo anche con la chiusa: un bel chissenefrega salva sempre.

    Sottoscrivo (quasi) tutti i punti da lei sollevati, salvo, forse, uno, per il quale mi riservo di approfondire meglio. Mi riferisco al punto 6 e alla norma sul diritto d’autore: se è certamente vero che bisognerebbe porre dei precisi distinguo tra una trasmissione televisiva e un sito web, è altrettanto certo che qualsiasi – qualsiasi – opera dell’ingengo debba essere tutelata. Questo non per un eccesso di protezionismo ma proprio per l’auspicabile contrario, ossia una maggiore libertà di azione. La faccio breve: in assenza di regole, chi ha più potere fagocita tutto il resto. E chi lavora nell’ambito della creazione di contenuti in una delle pochissime realtà indipendenti ancora esistenti in Italia (si tratti di musica o di libri) sa bene quali catastrofiche conseguenze economiche si abbattano a seguito della violazione del diritto d’autore.

    In genere i contenuti gratutiti sono sempre sostenuti da sponsor più o meno occulti, c’è sempre qualcuno che paga: alla faccia della libertà!

    Per questo, ribadisco: ci vogliono regole chiare che garantiscano a tutti una libera possibilità di espressione, nel rispetto e nella tutela dei contenuti.

    So di aver scritto cose che verranno interpretate come impopolari ma sono altrettanto convinta che non possa esistere libertà senza regole.

  2. dopo l’incontro del 12 ne faremo spero uno con Onida sul processo breve e quello dopo su questo tema, con Danilo de Biasio, Civati e – se mi conferma – vIncenzo Vita.
    Se interessa…

  3. Mi pare che la questione, in questo come in molti altri casi, sia, più che legata alle singole misure, al tipo di approccio che viene messo in campo. Un mix di (colpevole) mancanza di conoscenza della materia e di ansia di controllo. Che produce maldestri pasticci. La corrente di informazione alternativa che si muove sulla rete spaventa, non tanto per i numeri che riesce a fare (siamo ancora una minoranza, ma per quanto?), quanto per la difficoltà di imbrigliarla, controllarla, pilotarla.
    Non la si capisce e la si teme.
    E allora bisogna tenere le antenne molto dritte. E i computer accesi.
    P.S: non ho capito la cosa del garante suggerito dall’esimio collega. Cos’è una specie di tutore?

  4. qualche dovuta precisazione sul collega e il chissenefrega (che fanno rima). Il secondo è rivolto alle osservazioni del primo, che ipotizzava una certa mia difficoltà (accademica?) viste le mie idee…
    Ora, io penso che uno debba (non possa) esprimere le proprie idee, in qualunque ambiente lavori, anche se è ovvio, per esempio, che io in quanto professore non insegno le mie idee ai miei studenti, e tanto meno le impongo. Dunque il fatto che si possa solo pensare che avere una posizione sui fatti della politica possa comportare rischi professionali dice del punto di aberrazione a cui siamo arrivati. Io non credo che sia così. Voglio sperare fino all’ultimo che non sia così. E se anche fosse così, appunto, continuo a fare e dire quello che credo sia giusto, e chissenefrega.

  5. Grazie per la precisazione sul chissenefrega che concordo e sottoscrivo.
    L’aria di “Don Giovanni” “Viva la libertà”, la dice lunga su come ci sia ancora molta strada da percorrere. Sempre più spesso ho l’impressione che nel’700 fossero più liberi di noi. Ma forse sto esagerando. Speriamo.

  6. Io credo che un vero maestro (preso nel senso piu’ pregnante ed “agostiniano” possibile) debba suscitare in chi apprende la liberta’ e la capacita’ di guardare coi propri occhi. Poi, aprendo finalmente gli occhi sul mondo, si prenderanno strade diverse. Non importa, quello che conta e’ essere vivi e camminare su una strada. Spesso il modo piu’ autentico di essere fedeli e’ diventare eretici. Circola spesso invece un’ idea di docenza e di magistero miseramente deterministica, per cui un maestro non puo’ che trasmettere meccanicamente la sua visione delle cose, come se dall’ altra parte non ci fossero che zombie programmabili a piacimento. Input-output, in mezzo non c’e’ niente. In chi ragiona cosi’ nasce ovviamente il problema del bilancino: se avro’ maestri di destra, produrro’ allievi di destra e viceversa, docenti “cattolici” produrranno menti “cattoliche”, e cosi’ via…
    E quindi un magistrato che vota a sinistra non potra’ che emettere “sentenze di sinistra”, cioe’ faziose, e viceversa. Insomma, c’e’ dietro una ben precisa (e triste a mio sommesso avviso) antropologia.

  7. Albert, è tutto vero e credo anch’io che questo “strano decreto legge” sia il prodotto di un disegno antropologico ben definito. E, aggiungerei, molto pericoloso.
    Non commettiamo, però, mi scusi, l’errore di imputare le meschinità sempre e solo a destra, perché le posso assicurare che, allo stesso modo, altrettanti (cattivi) maestri di sinistra hanno di fatto prodotto (pessimi) allievi inquadrati esattamente come a destra.

    Quanto alle “sentenze di sinistra”, ci vorrebbe un post dedicato e mi si conceda di rimandare ancora auna volta all’intelligente, arguto, penetrante, geniale Gramellini che ha dedicato uno dei suoi “Buongiorno”, tempo fa, proprio a questo tema.

    Buona serata a tutti i naviganti liberi

  8. Scusate! Sono scivolata su un orrbile anacoluto squisitamente lombardo del quale mi accorgo solo ora rileggendo un mio commento…

    “Grazie per la precisazione sul chissenefrega che concordo e sottoscrivo.”

    E sì che mi han fatto studiare! Che vergogna. Mi ritiro in buon ordine.


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