Pubblicato da: faustocolombo | 8, gennaio, 2010

Quel che ci dà la letteratura (nota del tutto personale)

Il commento di Giuseppe sul ruolo della letteratura nella comprensione dei fatti sociali mi interpella da vicino. Tra l’altro devo a Giuseppe la segnalazione – sul caso di Vermicino – del bel libro di Genna, uno dei cui brani la mia band ha inserito nella presentazione di Boom (tra l’altro: stiamo per vararne altre a Udine, Brescia e forse Vercelli), letto dal mio amico e comandante Roberto.

Proprio durante le vacanze ho letto l’ultima raccolta di racconti di Tabucchi, dal titolo davvero suggestivo: Il tempo invecchia in fretta (Feltrinelli, Milano 2009). Vi ho trovato qualche bellissimo racconto e un eccellente esergo per il mio prossimo libro. Dice così: 

… le storie sono sempre più grandi di noi, ci capitarono e noi inconsapevolmente ne fummo protagonisti, ma il vero protagonista della storia che abbiamo vissuto non siamo noi, è la storia che abbiamo vissuto…

Esistono naturalmente migliaia di riflessioni sul ruolo di svelamento che la letteratura svolge rispetto alla verità storica, sociale, eccetera. Alcune di queste riflessioni riguardano i contenuti, altre il ruolo di intellettuale dell’autore, altre ancora il processo di lettura.

Per me la letteratura (la buona letteratura, in cui includo il buon cinema, la buona televisione, la buona canzone) svolge una serie di funzioni, non ultime delle quali quelle di farmi compagnia e di capire me stesso come parte di un qualche universale umano, che posso provare a sintetizzare.

In primo luogo mi fornisce un ottimo bagaglio per la mia scrittura. Penso che la qualità della scrittura sia parte del nostro buon lavoro di sociologi, a patto che non mascheri esiguità di argomentazioni.

Poi mi dà esempi, aperture, suggestioni cognitive in una forma stimolante e accettabile.

Infine mi ricorda che – per quanto basato sui fatti – anche il mio è un lavoro narrativo, soggetto ai rischi e alle opportunità del racconto.

Quando ho scritto Boom, ho incontrato persone che mi hanno rivelato cose di sé che volevano insieme rendere pubbliche e tenere nascoste (in quanto riferite a se stessi). Ho dovuto lavorare di cesello per dire nascondendo, e coprire mostrando. La letteratura mi ha aiutato, anche se del risultato non devo essere io a giudicare.

Insomma, così: qualche stimolo per la discussione. Resta il fatto, comunque, che senza letteratura non saprei forse vivere, come senza l’amore.

Buon vento.


Responses

  1. fausto, se è per questo, anch’io ti devo qualcosa in fatto di letteratura – per quanto riguarda invece semiotica, sociologia, scienze umane, cinema, il debito è enorme.

    ricordo ancora le lezioni del primo anno di università in cui parlasti distintamente di “centa’anni di solitudine” e de “l’insostenibile leggerezza dell’essere”. io ancora non li avevo affrontati, quelle lezioni per me furono la spinta per addentrarmi nelle loro pagine e nelle loro storie. li ho letti tempo fa, non li ho più toccati. ma il ricordo è ancora vivido, e pieno di dettagli, e di personaggi, di una profezia familiare nerissima e di un cane che muore in un finale struggente.

    per quanto ne so io, comunque, in italia, proprio di questi tempi, una forza sotterranea sta allagando l’editoria. escono ogni mese libri molto belli, scritti con una lingua e con un’intenzione che si allontana dall’ironia del postmoderno – ormai diventata un’etichetta, una tradizione, senza per quest dimenticare che quel modo di pensare e vivere la scrittura ci ha regalato capolavori immensi. la letteratura italiana contemporanea torna a farsi carico della tragedia, ci consegna storie che spingono a fare i conti con noi stessi – non tanto come lettori, ma come esseri viventi.

    ecco, la cosa divertente è che quando nell’arcipelago della vita quotidiana incontro queste isole di realtà, dolore, furia e immaginazione, mi viene poi voglia di condividere la gioia dell’incontro.

    per esempio, in questi tempi incendiati penso che abbia un senso leggere e riflettere su “bartebly, lo scrivano” di melville. nella piccola frase che lo scrivano consegna all’avvocato ogni volta che l’avvocato assegna un compito allo scrivano, “avrei preferenza di no”, si nasconde non solo l’opposizione e la fermezza contro lo stato delle cose, ma anche la potenza del preferire di rifiutare – cioè, non tanto tagliarsi fuori dalla società, in un rifiuto assoluto delle cose, ma stare contemporaneamente dentro e fuori, cercando con tutta la forza e la disperazione necessaria di sparigliare l’ordine delle cose e inventare un modo più giusto e umano di stare al mondo.

    http://www.giugenna.com/2010/01/08/il-rifiuto-assoluto-su-bartleby-lo-scrivano-di-herman-melville/#more-2238

    e poi: leggere è una cosa, scrivere è molto molto diverso. da qualche mese vado scrivendo il mio primo romanzo, ed è la cosa più difficile e divertente che abbia mai deciso di fare. vediamo cosa succederà.

    un abbraccio

    giuseppe


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