Pubblicato da: faustocolombo | 12, dicembre, 2009

Piccolo esercizio per tirarsi su (grazie agli studenti della Bocconi)

Molti anni fa. quando ero giovane, verso la fine degli anni Settanta, divenne molto di moda parlare di distinzione fortissima fra pubblico e privato. Il riflusso portò con sé il trionfo progressivo del secondo polo sul primo: occuparsi di sé, dei propri sentimenti, dei propri interessi, della propria cerchia di amici divenne essenziale, con conseguente caduta di tuto ciò che riguardava il bene collettivo. L’idea, in una specie di liberismo delle idee, era che facendo i propri interessi si migliorava la società. Non era egoismo, o almeno non sempre. Una buona parte del mondo cattolico e dei suoi movimenti vide in questa posizione un modo per riscoprire una sana partecipazione politica, con il concetto di sussidiarietà.

Peccato che in tutto questo sia caduto uno slogan precedente, che diceva: “il privato è politico”, e che dava un senso profondo al valore del polo intimista, individuale, personale. Più o meno doveva voler dire che tutto ciò che facciamo nella nostra vita privata ha una dimensione pubblica, e che quello è il criterio per capire la correttezza politica dei nostri comportamenti. Il che dovrebbe impedire che i due poli entrino in contrasto.

Sappiamo com’è andata a finire: fine delle ideologie, indidivualismo, damnatio della politica in quanto tale.

Il problema vero è che oggi sullo scenario pubblico c’è solo il privato di qualcuno, che urla, strepita. Che sia la casa del grande fratello o un premier imbolsito che trasforma qualunque occasione nella notte di Valpurga di un giudizio su di sé, è quel privato (in cui non ci riconosciamo) che trionfa nella visibilità pubblica (in televisione, certo, ma anche sui giornali e sulla rete).

La modesta proposta di esercizio che vorrei fare è di usare la nostra dimensione privata per fare politica, per raccontare la politica, per ricordare la dimensione politica della vita. Io l’ho fatto alla Bocconi, giovedì pomeriggio, ospite della mia amica Anna Maria Testa, parlando a quegli studenti futuri manager del rapporto fra i media e la politica, raccontando francamente cosa succede in Italia, discutendo con loro (come sono giovani,  e bravi, e svegli!) del ruolo delle élites.

Tornato a casa ho trovato una bella mail, di uno di loro, che mi ringraziava timidamente e mi segnalava un articolo di Panebianco sul Corriere, appunto sull’argomento delle élites. Ho chiuso la mail. Ho guardato lo schermo, e mi sono sentito meglio. Silvano, Franz, Paolo, Italia, Giuliana, e tutti voi naviganti: usiamo il nostro privato, usiamo ogni occasione per dire la nostra dimensione politica a chi ci sta intorno. Sono piccoli numeri, ma l’onda salirà, si ingigantirà, porterà via chi deve portare via e spingerà la nostra nave e le mille altre fuori dal piccolo cabotaggio di questo povero Paese.

E’ un piccolo esercizio. Secondo me funziona. E soprattutto, ci fa stare meglio. Si incontra tanta gente, nel piccolo spazio della nostra vita privata. Molta di più che nella grande dimensione pubblica, occupata dai pochi soliti noti.

Buon vento gente. In mare aperto, ora.

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