Pubblicato da: faustocolombo | 22, novembre, 2009

L’Italia di mio padre, la mia, e quella di oggi

Oggi con tutta la (sua) famiglia, di cui la mia fa parte, ho festeggiato i novant’anni di mio padre. Che quest’anno si è rotto il femore, è stato operato, si è ripreso, e continua a vivere con noi, con la sua forza segreta, e la sua saggezza un po’ stanca.

Tornato a casa, ho letto un po’ di giornali, di carta e di pixel, e mi sono venute alcune brevi considerazioni, che vi espongo così, per dividerle con qualcuno.

Mio padre ha fatto la guerra. E’ stato prigioniero negli Stati Uniti. Ha fatto l’imprenditore. Ha rischiato, nella dura crisi degli anni Settanta, di perdere tutto, compreso la casa in cui vivevamo. Ma ha tenuto duro, senza licenziare nessuno, garantendo con i suoi soldi presso le banche. Ero un ragazzo quando gli ho visto fare i conti con la vecchia calcolatrice e scoprire che aveva risanato l’azienda, a forza di economie, schiene spaccate (anche la sua), scelte coraggiose. A ottant’anni ha venduto la proprietà, e ha vissuto, finora, continuando a seguire la storia del nostro Paese, di questo Paese che ha contribuito a ricostruire, e sentendo un disagio crescente, che gli vedo negli occhi e che sento nelle poche frasi disilluse e soprese che dice sull’argomento.

Negli anni Settanta abbiamo anche litigato, per via della politica. Io pensavo che si dovesse cambiare, credevo ferocemente nel cambiamento, e lui pensava che dietro quella politica non eccezionale poteva nascondersi anche qualcosa di peggio, e non bisognava sfrucugliare il destino.

Oggi la penso come lui. Sono sempre più triste per il mio Paese. Una sensazione che è difficile da definire, e che contrasta con la mia ostinazione. Un articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica di oggi dice più o meno questo: sono gli italiani che peggiorano. Sono gli italiani che non riconosciamo più, noialtri italiani diversi.

Poi leggo una dichiarazione di Silvio Berlusconi: dice che è vero, in Parlamento ogni tanto la maggioranza manca qualche voto, ma per forza: loro sono tutte persone che lavorano, mica professionisti della politica. Ecco qua: noi paghiamo con stipndi profumati persone che non sono professioniste della politica, e quindi si sentono autorizzate a fare altro. Posso chiedermi: a fare cosa? I propri affari? E perché li devo pagare?

Ma tant’è: non importa: accuse alla politica, esaltazione del fare dell’imprenditore, svalorizzazione dello stato, degli statali, de dipendenti, degli intellettuali, delle categorie professionali.

Ma chi è questo nuovo imprenditore (dico la categoria, non la persona) cui dovremmo affidare in tutta fiducia il nostro futuro? Non è mio padre, di sicuro. La dura crisi finanziaria è stata permessa anche da finanzieri disonesti, malaccorti osservatori, imprenditori troppo arditi. Uomini del fare, certo, ma del fare che?

Dunque, mi si permetta stasera, dopo una giornata dolce, una piccola nota triste. La nostra Italia sta finendo. Eravamo così diversi, io e mio padre, e adesso stiamo sulla sponda del fiume, ad aspettare che tutto, ma davvero tutto in cui quello che abbiamo creduto finisca.

E poi, sia chiaro, ci alziamo, e ricominciamo a combattere. Non passeranno.

No, non lo faranno.

Buon vento.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Categorie

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: