Pubblicato da: faustocolombo | 16, ottobre, 2009

Un libro, una lezione

Va così: faccio lezione agli studenti di Teoria e Tecnica dei Media. Sono a occhio e croce più di cento e io li guardo lontani dentro un’aula che in realtà è una sala da cinema. Detesto questa sala, perché non ha il collegamento internet e mi tocca prepararmi tutte le immagini prima, non mi basta avere i link. Loro dunque sono là, in fondo. Io scendo dal palcoscenico (sic). Trasporto giù il computer, il microfono, e cammino fra le file (ogni tanto senza microfono, perché il filo non è abbastanza lungo, e mi faccio fuori le corde vocali). La lezione è sul tema delle forme di rappresentazione. Uno scotto che devo pagare, perché in uno dei miei libri, che devono studiare, c’è una parte sull’argomento, su cui hanno difficoltà di solito, agli esami.

Stavolta, decido di prendere il toro per le corna, e esemplificare tutto con un esempio: che differenza c’è fra l’abitudine a leggere libri e l’abitudine a guardare film o programmi televisivi, in termini di rapporto con il mondo? Ne parliamo un po’. Lo scopo è mostrare che ogni forma rappresentativa disegna una certa idea del mondo sottolineando alcuni aspetti e eliminandone altri. Però ho un altro fine, più segreto: far capire loro che leggere libri è bello, che dovrebbero non perdere l’abitudine (rischio concreto, credetemi). Allora, alla fine della spiegazione chiedo loro cosa ricordano dell’11 settembre. Le mani si alzano, le voci si spiegano. Sono convinti di conoscere il fatto, di saperne quasi tutto. Ne sono stati spettatori, alcuni in diretta, dalle loro Tv.

E io tiro fuori il libro: Molto forte, incredibilmente vicino, di Jonathan Safran Foer. Un bambino ha perso il padre, sulle due torri. Fa un lungo cammino per ricuperarne qualcosa, simbolicamente e fisicamente. Si convince anche che la foto dell’uomo che cade dalle torri sia appunto quella del papà. E’ un percorso doloroso, e pericoloso. Nelle ultime pagine il meraviglioso bambino torna nella sua camera, mette in fila le foto in sequenza del corpo che precipita, a rovescio. Le fa scorrere. L’uomo sembra risalire. E il bambino immagina, immagina che tutto torni indietro. Il padre sulla torre, l’aereo fuori dal buco nell’edificio, la gente fuori dagli uffici, tutti verso casa, suo padre a casa con lui, che leggono insieme. E sarebbero stati salvi.

I ragazzi mi sembrano impietriti. La voce mi si è rotta all’emozione, qualche volta.

Dico loro: ecco: questo sguardo dal di dentro può stare solo in un libro. Leggendo capiamo cose che non capiamo vedendo: che le vittime (tutte, aggiungerei, anche i cernefici) sono persone, hanno una vita, sono dei tesori che non dovrebbero perdersi in nessun “giorno più brutto”, come il bimbo chiama l’11/9. Eppure, nella tecnica narrativa usata dall’autore, c’è il cinema, c’è la televisione che è capace di andare indietro con le immagini: insomma, le tecniche di rappresentazione si contaminano, per raccontarci il mondo e la nostra vita.

Chissà com’è andata, questa lezione. Se non altro, alla fine, tre studentesse mi sono venute incontro: “Scusi, ci dice il titolo del libro?”. Non so perché, ma il mio cuore ha sorriso.

Buon vento, lettrici.

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Responses

  1. Pensi se ad ogni lezione riuscisse a far corrispondere un bel libro…
    La mia generazione è bombardata di ‘hai visto l’ultimo di Tarantino?’ oppure ‘Colazione da Tiffany è un classico senza tempo’…ma quando mai si avvicina qualcuno a parlare di libri?
    Ancora, dopo anni dal suo primo libro, quando nomino Carlos Ruiz Zafon vedo facce strane. ‘Stieg Larsson….mai sentito!’ e di classici non parliamone…e così si crea una catena:non se ne parla, non si è motivati, non si legge, non ci si informa e così continueranno a leggere solo coloro che già leggevano prima. Coloro che hanno capito cosa voglia dire volare stando seduti. Volare nel tempo, volare nello spazio ed entrare nelle vite altrui…
    Ma poi per fortuna ci sono persone alle quali la mia generazione da molta fiducia che ci parlano di libri, di grande cinema, di grandi eventi culturali e creano impulsi di curiosità che spesso non restano solo appuntati nell’angolo del foglio degli appunti…è un inizio per noi e una scommessa per voi! Insomma, se e quando può, non smetta di contagiarci!

  2. Sono stato un paio di volte a Venezia e mi sono detto: certo, e’ davvero una bella citta’. Poi ho letto “Albertine scomparsa” di Proust, che si svolge in parte a Venezia, in una tetra atmosfera di luce, di acqua e di morte. Beh, quella e’ stata la prima volta che ho visto davvero Venezia!

  3. La lezione non lo so ma questo post mi ha fatto tornare la voglia di leggere i feed.

  4. Albert, ho già segnato sul mio foglio di appunti il titolo del libro…povvederò al più presto!

  5. @cliffhanger: Proust e’ veramente qualcosa che ti cambia la vita, niente e’ piu’ lo stesso.

    Avendo del buon tempo tutto “Alla ricerca del tempo perduto” andrebbe letto almeno una volta nella vita, non e’ per niente tempo perduto 🙂

  6. @albert e cliffhanger: ho letto Alla ricerca del tempo perduto tutto di fila, quando avevo ventisei anni. Tutto di fila: non riuscivo più a staccarmi e i volumi (quanti? sette, mi pare) si attaccavano l’uno all’altro da soli. Gli amici (quanto sono importanti gli amici?) non mi sfottevano quando leggevo La fuggitiva in spiaggia… Ci ho trovato tanto, ci ho anche fatto lezione sopra, qualche volta. Amici miei, ne vale la pena… E grazie di farmi rivivere queste emozioni.

  7. Caro professore, anche a me Proust ha fatto lo stesso effetto folgorante, compulsivo, non si riesce a smettere!
    La Recherche e’ davvero un monumento di letteratura, di filosofia, di vita!
    Si’, sono 7 volumi nella classica edizione Einaudi con vari traduttori (del calibro di Ginzburg e Caproni) e poi la meravigliosa traduzione integrale di Giovanni Raboni per Mondadori, la mia preferita perche’ la prima che ho letto. Adesso Einaudi l’ ha appena ripubblicata in un mastodontico volume unico.
    Ma come si fa a vivere senza libri, senza leggere!?
    La lettura e’ davvero l’ unico vero cibo dello spirito e senza lo spirito manca tutto, sopratutto la felicita’!

  8. E invece Albert…il cibo dello spirito, il cibo della vita, non è un po’ di tutto?
    Io credo che sia l’insieme..come la miglior dieta è quella più varia e seguita con moderazione inizio a pensare che la miglior vita sia quella in cui uno cerca di cogliere un po di tutto; dalla chiacchera di due amiche in metropolitana, la gente per strada, il racconto della nonna, il viaggio, il cinema, la televisione, il libro, l’amore, la famiglia, i valori veri…è come se non dovessimo perdere nulla per strada…perchè tutto ci arricchisce e ci fornisce gli ingredienti per raggiungere la felicità. Dobbiamo assaggiare un cibo per sapere se ci piace e se ci fa bene.
    Scusate se mi sono distaccata dall’argomento principale del post, ma le ultime tre righe di albert mi hanno fatto riflettere…

  9. @cliffhanger: hai assolutamente ragione. Ma con un’aggiunta: che tutte le esperienze che facciamo nella vita sono cibo per lo spirito nella misura in cui le valorizziamo, le inseriamo in un contesto; insomma le “leggiamo”. L’ esperienza e’ qualcosa che si “inscrive” in noi e lascia una traccia, e solo allora ci feconda. In questo senso la lezione di Derrida su questi temi mi sembra molto profonda.
    Beh ci siamo forse allontanati da post del professore, o forse no….

  10. @ Albert: credo alla fine si vada a parare sempre lì…ma fa sempre piacere scambiare il parere con qualcuno che ha voglia di leggere e di valorizzare le esperienze…
    Ora cercherò la lezione di Derrida…sono tanti i buchi dell’ignoranza tra le mie conoscenze, ma non trovo stimoli migliori di questi per motivarmi a colmarli!

  11. 🙂
    un abbraccio!

  12. a tutti: quanto mi piace questa nave… quando timonate voi… 🙂


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