Pubblicato da: faustocolombo | 30, settembre, 2009

Il nuovo discorso pubblico italiano

Mi pare che le cose vadano così: nel nostro Paese si sta affermando un nuovo tipo di discorso pubblico con regole molto diverse da quelle sinora in vigore. Proverò a tratteggiarne alcuni elementi e caratteristiche, molto brevemente, tanto per dare spazio alla discussione:

a) non si accetta più così facilmente che ci siano divergenze di opinione; chi la pensa diversamente è un nemico, e gli vengono attribuite caratteristiche negative (del tipo: sono la parte dell’odio, noi quella dell’amore); se oltretutto questo qualcuno è in minoranza (al governo o nel Paese o in tutti e due), allora si ha l’effetto paradossale che gli si dà dell’antiitaliano disfattista eccetera…

b) saranno cadute le ideologie, ma forse anche le idee non stanno tanto bene. Ecco allora emergere un crescente culto della personalità, soprattutto in ambito politico, con l’emergere di un leader che (per come lo dipingono i suoi sostenitori, non necessariamente per come è sul serio) somiglia sempre più all’icona di Ceausescu, solo che la cosa, invece di terrorizzare, dà gioia e senso di appartenenza ai sostenitori.

c) non si argomenta, ma si afferma; non ci si confronta né con le domande né con le obiezioni. Semplicemente si ripete come un mantra il proprio discorso, meglio se a reti unificate. In questa concezione, sommata al punto a) di cui sopra, i media devono essere sostanzialmente aderenti al leader e al suo popolo.

Tutto ciò mi pare un fatto. Tutto ciò non mi piace, non come portatore di convinzioni politiche, ma come cittadino che pensa che se si discute in tanti si trovano più facilmente soluzioni di quanto non succeda delegando tutto a uno solo, che di per sé può sbagliare come tutti (anche se non vuole riconoscerlo, anche se chi gli delega le scelte non vuole riconoscerlo).

Qui dal ponte vedo l’acqua farsi scura. Ma tengo stretto il timone. Comunque, buon vento, amici miei.

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Responses

  1. caro Professore,
    mi sembra che questa sua riflessione possa essere molto proficuamente accostata ad un articolo di oggi del politologo Carlo Galli
    http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/partito_popolo86982.pdf

    dove si parla, in modo molto acuto mi sembra, della differenza tra il concetto di “popolo” e quello di “partito” e di quali gravi rischi corre una democrazia che degenera in populismo.
    “Siamo un popolo, non un partito” e’ uno slogan che poi si riverbera sul discorso pubblico e che provoca il fenomeno da lei descritto sopra. Chi non fa parte dell’ autodesignatosi “Popolo” e’ mal tollerato, e’ anti-italiano, oggetto di tentativi malcelati di censura ecc.ecc.
    Davvero una brutta brutta china…

  2. Ecco, poi questo discorso pubblico che descrivi con assoluta efficacia si riflette nei mezzi di comunicazione, in particolare nel genere del talk show politico, quello che per molti italiani è un canale privilegiato di formazione dell’opinione. Incollo qua una riflessione che ho postato su Facebook dopo aver visto Ballarò, l’altra sera.
    Buon vento

    Il minestrone di Ballarò
    Ieri sera mi sono sorpreso a comportarmi davanti alla tv un po’ come Nanni Moretti in “Aprile”. Mi agitavo sulla sedia, gridavo a Marino: «Reagisci, dì qualcosa!!!». Ascoltavo Gasparri che, appena ha avuto l’occasione buona, ha sfoderato il colpo basso (così come qualcuno lo aveva diligentemente istruito) e ha tirato fuori la storia delle fatture di Marino, accusandolo di essere uno che rubacchia sui rimborsi. Mentre si discuteva di scudo fiscale l’uomo che ha firmato la legge sul sistema televisivo italiano ha iniziato a tirare fuori i classici argomenti della propaganda: e Agnelli. E De Benedetti. E, appunto, Marino che fa le fatture doppie per avere più rimborsi. Compito di Gasparri nei dibattiti: buttarla in caciara, aizzare la rissa, fare polverone per evitare di parlare dei contenuti.

    In questo assolutamente favorito dal tipo di impostazione (?) che la trasmissione ha. Si parla di 35 temi in contemporanea (dallo scudo fiscale alle badanti, dall’evasione alla libertà di informazione, passando per liberalismo, giudici fannulloni, crisi economica, reato di immigrazione clandestina), si fanno intervenire otto o nove ospiti, li si interrompe continuamente, non si dà la possibilità di fare un minimo di ragionamento, il tempo se lo prende chi riesce a urlare di più, a fare più rumore e a strappare più applausi.
    Questo è il talk show politico ai tempi del berlusconismo, toccherà farsene una ragione. Viene quasi da rimpiangere le paludate tribune politiche di mamma Rai.
    E allora in questo minestrone, in questa zuppa apparecchiata solo per fare un po’ di rumore, uno come Ignazio Marino sembra non farcela. Prova a dire delle cose con pacatezza e viene accusato dalla coppia Fitto-Gasparri di dire falsità. Alza i toni sulla vergogna dello scudo fiscale e parte il siluro di Gasparri sulle fatture doppie. Flores fa il giro degli ospiti e Marino finisce per parlare per ultimo: 30 secondi, gli raccomanda il conduttore. Come 30 secondi????? E Marino diligentemente sta nei tempi.

    Ecco, siccome Marino si è comportato da persona civile, non ha interrotto, non ha gridato, non si è preso più tempo al momento di parlare, dal dibattito-minestrone sembra uscito sconfitto.
    Io, almeno sul colpo basso vergognoso di Gasparri, avrei reagito. Avrei chiesto la parola e detto due parole sulla vicenda (che Marino ha già ampiamente chiarito), un minimo di diritto di replica, che diamine. Senza urlare, ma dando del bugiardo a quel signore. Senza nemmeno ricordare che il ministro Fitto è quello che ha candidato nella sua lista civica Patrizia d’Addario, perché così si sarebbe scesi nella rissa, lo riconosco. Ma dicendo a gran voce che Gasparri diceva falsità sul conto di un avversario politico perché non aveva argomenti sullo scudo fiscale (che è una porcata, lo sanno benissimo anche loro)

    Le riflessioni che mi vengono da fare alla fine della trasmissione sono due: siamo sicuri che andare in televisione, in questa televisione, serva? La seconda è di nuovo sul filo del morettismo. Cito da Caro Diario: “Io, anche in una società più decente di questa, mi troverò sempre con una minoranza di persone. Io credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi sa che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza…e quindi…”

  3. E poi, a proposito di media sostanzialmente aderenti al leader e al suo popolo:
    http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/rai-5/omissioni-ritardi/omissioni-ritardi.html

  4. Ho letto e meditato sulle citazioni e sulle vostre parole. Molto resta da dire (e da fare). Su tutto, pensare formati e spazi che siano adeguati per un’argomentazione e un discorso pubblico e politico. E poi farli stare dove posson stare. Per esempio prevedendo giornalisti-arbitri che intervengono a suon di documenti per smentire le falsità (succede, negli States), dando eguale tempo ai (pochi) ospiti, impedire accuse ad personam, eccetera.
    Inoltre, naturalmente, ricordare il confronto fra il discorso lungo dei sofisti e quello breve di Socrate, e premiare il secondo, invece del primo.
    Sembra utopia, ma magari non lo è. Chissà.

  5. Io credo che ci sia anche una sottovalutazione colpevole della comunicazione (delle tecniche e degli strumenti) da parte del centrosinistra italiano (eccezion fatta per l’Italia dei Valori). Non so se è retaggio delle culture di provenienza, se un problema di struttura organizzativa, se di snobismo culturale (passatemi il termine) o che altro. Ma io vedo che, tanto c’è approfondimento ed elaborazione da un lato, così c’è sufficienza nel gestire la comunicazione. Intesa in senso generale: dal linguaggio del corpo alle nuove tecnologie (so di un deputato del PD che usa la mail dei DS…mancanza non certo grave, certo, ma sintomo di un approccio minimale); dalle metafore utilizzate alla scelta dei “volti” da mandare in tv (su quest’ultimo punto c’è un abisso…). Dall’altra parte (centrodx), sotto questo punto di vista, nulla è lasciato al caso, e non fa altro che rafforzare un’immagine già forte, pur nelle sue controversie, del leader e dell’idea di mondo che incarna.

    Forse il centrosinistra dovrebbe perseguire una specializzazione costante nella comunicazione, un addestramento ai linguaggi e alle tecniche da utilizzare a seconda del mezzo in questione. I talk-show impediscono l’argomentazione? I vari Bersani & C. si addestrino a quel tipo di trasmissione, a controbattere, a guerreggiare punto per punto, delibera per delibera. Certo, senza praticamente mezzi a disposizione (sono tutti dell’avversario) non è semplice, ma ci si può provare.


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