Pubblicato da: faustocolombo | 20, agosto, 2009

Fuori dall’acqua scura

Ogni tanto mi accorgo che su questa nave si sono imbarcati molti amici. Me ne accorgo quando, come oggi, ricevo una lettera da uno di loro (dico navigante, e amico), che ha colto al volo un accenno su un post, e ha capito che le cose non andavano.

Oggi posso dire che vanno un po’ meglio, e mi accorgo che il tentativo di tenermi fuori dal blog con le mie vicende personali a volte è davvero inutile, tanto chi vuole mi intuisce lo stesso. Così mi accingo a dire a modo mio quello che è successo, anche se continuo a immaginare che non sia quello che ci si aspetta su questo ponte.

FUORI DALL’ACQUA SCURA

Sono qui fuori dalla sala operatoria, e aspetto che mio padre ne esca. Anzi no, aspetto di sapere se ne esce, perché mio padre ha ottantanove anni, e per lui la frattura del femore non è cosa da poco, anzi. Franco, l’amico anestesista (uno dei miei indimenticati compagni di giovinezza, recuperato al volo appena è successo l’incidente) mi ha detto di essere ottimista, ma di non farmi troppe illusioni. Così guardo la porta del blocco operatorio e aspetto. Ottimista e senza illusioni aspetto.

Quarant’anni fa stavo su una barca, a poppa. Era una barchetta da pesca, e apparteneva a uno zio di mio padre, che la usava per prendere trote, persici, cavedani e tutto quel che abboccava alla tirlindana o alla cavedanera. Mio padre e io stavamo in una casa che dava sul lago. Ci si addormentava cullati dallo sciacquio e ci si alzava presto per uscire a pesca. Noi due soli, per la prima volta, per una convalescenza di mia madre.

Quella mattina ci avevano chiesto di portare delle cassette d’acqua a un cantiere. Noi non avevamo niente di serio da fare, e avevamo detto va bene. La barca era ormeggiata all’inglese, cioè con il fianco appoggiato al pontile, e noi avevamo cominciato a caricare le cassette in due pile. Una, due, tre, quattro, cinque, sei. Come succede in vacanza, quando sembra che non ti possa succedere niente, caricavamo la barca come se fosse una chiatta: le pile erano diventate alte, troppo alte. Lo scafo si imbarcò, per un movimento qualunque. Le casse lo fecero ondeggiare e mio padre volò in acqua. Un’acqua che improvvisamente divenne scura, quasi nera ai miei occhi, e se lo inghiottì senza che si potesse scorgere più niente. Sopra gli si rovesciarono tre o quattro casse d’acqua. Io avevo afferrato istintivamente l’anello da ormeggio, e tenevo la barca perché non si rovesciasse. Ero come paralizzato e guardavo quell’acqua nera chiedendomi se mio padre sarebbe mai tornato a galla. Continuavo a guardare e intanto aspettavo che la barca smettesse di ondeggiare per cercare di buttarmi anch’io. E mentre aspettavo non riuscivo a pregare, a sperare, a provare nessun tipo di sentimento se non un’angoscia terribile, il senso di un’attesa che poteva voler dire una perdita e mi dicevo ma non è possibile, va in barca da una vita, è la nostra prima vacanza insieme, gioca così bene a tresette, vince sempre. Non è possibile che gli succeda qualcosa. E io come faccio senza di lui?

Poi la testa di mio padre uscì. E sentii la sua voce dire: ” sono stupido: non si carica così una barca”, mentre inalava l’aria e sputava l’acqua. E ci credereste? L’acqua aveva smesso di essere nera. Potevo vedere il fondo e il corpo di mio padre che galleggiava e si muoveva agile. Un nostro amico prete mi chiese, dopo, se avevo ringraziato Dio per quella salvezza. E io dissi no. Non ci sono riuscito. Non mi è ancora passata la paura.

Adesso, dopo quarant’anni, l’ho ritrovata, quella paura. E quella porta è come quell’acqua scura, e io mi chiedo le stesse cose, e provo esattamente la stessa angoscia. Finché suona il cellulare e il mio amico Franco dice guarda che è andato tutto bene, tuo padre è una roccia, stai tranquillo. E dopo poco la porta si apre e mio padre esce e a me pare, giuro, di vederlo nuotare nella vita diventata improvvisamente di nuovo trasparente, come quarant’anni fa, e sento la mia voce che dice grazie, adesso davvero grazie. E poi più niente perché scusate, ma devo seguire la barella e, sinceramente, abbiamo un futuro che ci aspetta. Mio padre e io abbiamo altro da fare.

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Responses

  1. Sapevo di trovarlo…..questo Suo intervento mi aveva troppo commosso. Sono andata a “ripescarlo” proprio questa sera al ritorno dall’ospedale dove ho appena ricoverato mia mamma, 89 anni. Non so perchè adesso stia scrivendo questo, ma so che mi fa sentire meglio…. Aspetterò il verdetto dei medici sperando che ci sia ancora della strada da fare insieme… Prof Colombo, ancora GRAZIE!

  2. @itala: Non ci sono parole in queste circostanze. solo solidarietà, e abbracci. e un vero augurio di buon vento…


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