Pubblicato da: faustocolombo | 23, aprile, 2009

Sulla nascita del privato…

Oggi a lezione di teoria e tecnica dei media ho continuato un lavoro cominciato ieri sui segnali che i mezzi di comunicazione possono mandare al sociologo. L’idea di fondo era questa: i media mandano dei segnali, soprattutto inavvertiti, che occorre cogliere se si vogliono avere antenne su quanto accade nella società. Gli esempi che ho postato ieri valgono, in questo senso, proprio perché sono contraddittori e incasinati. Oggi, così, ho parlato della famosa lettera sul Corriere (1978), in cui un cinquantenne sposato con figli minaccia di suicidarsi perché la sua amante ha deciso di sposarsi. Ne parla Paolo Morando in Dancing Days, e mostra come con quella lettera si sdogani il riflusso e il ritorno al privato. Mi sono soffermato con gli studenti su quel “privato”. Attenzione, non si tratta soltanto della sfera dell’intimità e del familiare, ma anche di sua specifica declinazione: quella che rende interessante solo il dettaglio sentimentale, e al suo interno i fatti di tradimenti, di corna, di amorazzi. Insomma, un’anticipazione de Il grande fratello.

Dunque, il processo è questo: il riflusso è, simbolicamente, il passaggio dalla politica equivocata come terrorismo e violenza (ma non era solo quello, naturalmente) al privato vissuto come gossip e scatologia. Due riduzioni, due cancellazioni.

Mentre è evidente che sia il pubblico che il privato hanno una propria etica, un proprio valore.

Ecco, in quell’Italia di provincia che diventa provinciale, proprio fra gli anni settanta e gli ottanta, questo è il passaggio che detesto: aver truccato le carte, aver spacciato una moneta falsa come una buona.

Ma intanto, pensate, ho parlato a lezione di amori, tradimenti, di etica e di valori. Chissà come mi sono trovato a citare l’incipit di Cent’anni di solitudine, e i ragazzi non l’hanno riconosciuto, non l’hanno mai letto. Mi è venuta voglia di prenderli tutti in braccio, questi ragazzi, e di portarmeli via per una settimana, un mese, un anno, e raccontargli quello che ho visto, letto, sperato e fatto nella mia vita, nella vita di un prof ma anche semplicemente di uno qualunque che ha solo dalla sua una spaventosa curiosità, come tanti colleghi, e forse come tanti dei loro genitori. Forse dovrei cominciare le mie lezioni così, in questa temperie in cui si pensa che la cultura non valga niente, in cui contano così tanto soldi e furbizia, anche se davvero non aggiungono una virgola all’essere più o meno felici, più o meno umani. Ho finalmente capito, troppi anni dopo, la disperazione del replicante nel Blade Runner di Ridley Scott:

Lo so, non me li posso prendere in braccio. Non posso portarli via. Pazienza. Mi farò bastare l’aula Gnomo.

Buon vento.

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Responses

  1. “Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio”…. in questo post Professore Lei ha citato il piu’ bell’ incipit di libro e il piu’ bel finale di film che io conosca 🙂

  2. Grazie Albert. Dove si incontrano i naviganti, se non nei libri, e nei film? 🙂

  3. …e credo che in quell’aula abbia fatto venire a tutti voglia di farsi raccontare tutto quello che ha visto, letto, sperato e fatto nella sua vita…sperando un giorno di poter fare lo stesso…

  4. Gentile professor Colombo,
    sono Paolo Morando, l’autore del libro “Dancing Days” che ha citato giorni fa nel suo sito (in cui mi sono imbattuto ieri notte) a proposito di una lezione ai suoi studenti. Volevo semplicemente ringraziarla, sperando naturalmente che il libro le sia piaciuto. Non è esattamente un testo accademico, lo avrà visto: il fatto che lei lo abbia “utilizzato” anche solo marginalmente in una lezione universitaria, mi rende dunque particolamente orgoglioso. Se in futuro durante il suo corso intendesse occuparsi ancora di riflusso, privato e dintorni, mi consideri a sua disposizione.
    Buon lavoro.
    PM

  5. Caro Morando,
    grazie a lei di aver scritto questo libro molto bello e molto documentato. In una discussione fra sociologi-storici, di cui ho parlato qualche post fa, in parecchi hanno citato il suo libro, a dimostrazione della sua qualità e della curiosità che ha stimolato. Mi piacerebbe di proporle di fare qualcosa insieme, magari per parlare del riflusso e degli anni Ottanta, se le va. Potremmo fare una bella squadra. Le scrivo, appena posso. Buon vento, e grazie ancora.

  6. Caro Colombo, la ringrazio ancora. E le confermo di essere a sua disposizione. A presto.

  7. Buonasera, ho appena iniziato a leggere un libro che comincia cosi’: ‘molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello ………’ Nonostante siano passati alcuni mesi mi e’ subit tornata in mente la lezione e il post di cui sopra. Non e’ stato facile ma grazie ad il telefono mi sono collegata al blog e ho cercato disperatamente il post che mi rimandava a questo suo ‘consiglio di lettura’ ….ieri ho letto il mondo alla fine del mondo di Sepulveda e poi ho pensato….chissa’ se il professor Colombo avra’ voglia di consigliarci qualche altro bel classico e non solo per passare un’estate entusiasmante. Grazie e buon, buon, buon vento!!!
    H

  8. Ho risposto con un post. Ma poi mi è venuto in mente qualcosa di più classico, fra i libri che mi hanno cambiato la vita: La montagna incantata di Mann… Magari serve a qualcosa.

  9. Gentile Prof.
    Alla ricerca di spunti sulla mia tesi di laurea specialistica, mi sono imbattuto nel suo blog.
    Mi piacerebbe che lei approfondisse il discorso sul tema del riflusso o del ritorno al privato, poichè da quanto detto sopra appare, a mio modesto parere solo una parte della questione.
    Dalle mie ricerche, soprattutto, riguardanti le lettere inviate a Lotta Continua dal 1977, emerge una chiusura nel privato e un abbandono dell’impegno politico, non tanto per l’adozione di nuovi valori o per il rincorrere nuovi bisogni (anche se questi processi erano evidentemente in atto), bensì per via di un ripiegamento spesso silenzioso e a tratti disperato, che nasce da una profonda disillusione e da un clima politico-sociale avvelenato dalla violenza, oltre che da una sorta di stanchezza collettiva per le forme di aggregazione e di mobilitazione (anche se naturalmente i fenomeni in essere non si risolvono esclusivamente in questo). E proprio in questo contesto i media hanno finito per giocare un ruolo di primo piano. Lei che ne pensa?


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