Pubblicato da: faustocolombo | 14, aprile, 2009

Il nostro Paese…

L’intervento di Paolo – molto più di un semplice commento al mio post “Le parole sulle macerie” – mi provoca a dire qualcosa sull’evoluzione in corso in Italia, negli ultimi anni. Continuo anche a riflettere sulla reazione di Hamlet a quello che lui definiva “piagnisteo” sul berlusconismo. Provo a mettere tutto insieme, preparando due interventi prossimi, di cui vi dirò in qualche altro post, visto che qualche giorno di vacanza sembra avermi riattivato le meningi.

Punto uno: non c’è dubbio che parlare di comunicazione nel nostro Paese vuole dire avere un punto di vista privilegiato sulle trasformazioni del quadro sociale e politico. Ma forse è ora di “deberlusconizzare” il dibattito. Si può partire, per esempio, da un ormai classico testo di Bernard Manin, dell’Università di Cambridge: The Principles of Representative Government, del ’96. Manin dice in sostanza che la democrazia rappresentativa come la conosciamo ha vuto almeno tre fasi: il parlamentarismo, la democrazia dei partiti e quella che lui definisce democrazia dell’audience, con evidente riferimento al ruolo esercitato dai media, ma anche dai sondaggi. La nascita di questa terza forma daterebbe in diversi paesi intorno agli anni Settanta, e da qualche intervento precedente su questo blog sapete che questo collima con una certa tesi che sto portando avanti. Alla fine degli anni Settanta, sto provando a dimostrare, da noi ha luogo una svolta radicale: caso Moro, presidenza Pertini, elezione di Giovanni Paolo II. , personalizzazione crescente della politica; sul piano culturale il riflusso, i cosiddetti Dancing Days, come li chiama il bel libro di Paolo Morando (Laterza), l’affermazione delle Tv commerciali. In mezzo una serie di eventi, dal terremoto dell’Irpinia alla strage di Bologna, a Vermicino, eccetera. Qui il nostro Paese cambia, da dentro prima di tutto, ed entra nella sfera delle democrazie dell’audience. E’ un processo di lungo periodo, e anche la trasformazione è lunga, tanto è vero che formalmente stiamo ancora dentro un quadro da prima repubblica, e quindi in piena democrazia dei partiti. Però intanto un presidente della Repubblica può interpretare il suo ruolo come un cittadino qualunque, condannando lo Stato e i suoi ritardi nel caso dell’Irpinia, rappresentando il dolore, la partecipazione o l gioia del cittadino medio in casi come i campionati del mondo dell’82, Vermicino a la strage di Bologna (senza contare i funerali di Berlinguer, eccetera). Qui Paolo dice una cosa importante: il Berlusconi che rappresenta lo Stato (non il Governo) in Abruzzo. Ma insieme bisogna ricordare che questa non è che l’altra faccia del Pertini dell’Irpinia, che dovrebbe rappresentare lo Stato e invece interpreta il cittadino comune…

Punto secondo. In questa lunga fase, che svolterà decisamente dopo tangentopoli (perché lì passa la vera crisi della democrazia dei partiti), il ruolo dei media e in particolare del medium televisivo è importante, importantissimo, perché lì si colloca la vera piazza della nuova democrazia. Ha ancora ragione Manin quando ricorda che il voto nella democrazia dell’audience non va alle convinzioni, ma alla fiducia nel leader, perché si sa già che i problemi che il governo si troverà ad affrontare saranno imprevisti, spesso sconosciuti, e quindi non si vota per ciò che è stato, ma per ciò che sarà. E la Tv con il suo modello di rappresentazione offre validi strumenti. Qui nasce Berlusconi, come colui che interpreta meglio di altri le opportunità politiche di questa nuova fase. Ma il terreno è quello, e non è generato dalla sua discesa in campo.

Punto terzo. Siamo ancora a una svolta? Come la mettiamo con i nuovi media, con la nuova richiesta di partecipazione e di azione? Con la crisi della televisione come unica grande agorà condivisa? 

Ehi, ma devo proprio dire tutto io, naviganti? Mi fate sapere cosa ne pensate?

Buon vento, intanto. Il merlo del giardino mi guarda con aria curiosa: gli deve sembrare abbastanza inutile tutto questo riflettere. D’altronde, è un merlo…


Responses

  1. ciao fausto,

    a proposito di nuovi media, politica e richiesta di partecipazione, ecco un articolo interessante pubblicato oggi su repubblica:

    http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/tecnologia/protesta-online/protesta-online/protesta-online.html

    a presto

    giuseppe

  2. Sul punto terzo mi permetto di segnalare ai naviganti il seguente articolo di oggi su rep.it , che mi sembra pertinente…

    http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/tecnologia/protesta-online/protesta-online/protesta-online.html

    personalmente ho l’ impressione che nel nostro paese oggi il digital divide -tecnologico e generazionale- sia ancora un fattore determinante per il fenomeno new media, ma e’ solo un’ impressione…Che la svolta di cui parla Lei Professore sia davvero dietro l’angolo? E i new media ci divideranno di nuovo tra apocalittici e integrati (o meglio tra apocalittici e interconnessi)?

  3. Grazie albert e giuseppe, come sempre. Mi sono andato a leggere il pezzo (i giorni in cui sto a casa a scrivere e studiare non esco nemmeno per comprare il giornale), e mi pare davvero interessante e pertinente. Qualche osservazione a margine, dove peraltro riprendo discorsi già fatti su questa nave. E’ certamente vero che i nuovi media cambiano le cose, e che i natives sono più pronti degli immigrants, e che quindi la loro comparsa sulla scena politica sarà decisiva. Però credo che fondamentale sia la capacità delle forme di partecipazione on line di agguantare il territorio, rappresentarlo: siano categorie, ambiti geografici, semplici condivisioni di ideali. Torno allora su quello che sembra sia successo a Biella dopo l’incontro cui ho partecipato in veste di stimolo-moderatore. Era tale la voglia di vedersi a discutere, di incontrarsi e parlarsi, che il dibattito non si spegne, ma continua sulla rete (date un’occhiata al blog piazzaduomo, già linkato). D’altronde proprio sulla rete tutto era nato, da un gruppo di cittadini volonterosi. Dunque, tutto comincia on line, poi dà vita a qualcosa di fisico, poi continua on line, e così via.
    Piccole cose, direte. Giusto. E di che mai è fatta la nostra democrazia, se non di piccole cose?

  4. Vorrei segnalare un altro articolo da rep.it che mi sembra anch’esso perfettamente inerente al tema proposto in questo post dal Professore. E’ a firma di Michele Serra.
    http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/cronaca/sisma-aquila-6/serra-tv/serra-tv.html

    Al di la’ delle opposte opinioni politiche che si possono avere in materia mi sembra interessante la sottolineatura che il ruolo dei media sta assumendo -ovviamente- nella vicenda del terremoto. E’ ormai impossibile distinguere l’ agenda della politica dal dibattito politico-ideologico su come i media stanno trattando il terremoto. E sembra che il governo stia giocando una partita mediatica, ergo politica, fondamentale, ancora piu’ del solito, proprio perche’ (citando il post) “il voto nella democrazia dell’audience non va alle convinzioni, ma alla fiducia nel leader, perché si sa già che i problemi che il governo si troverà ad affrontare saranno imprevisti, spesso sconosciuti, e quindi non si vota per ciò che è stato, ma per ciò che sarà. E la Tv con il suo modello di rappresentazione offre validi strumenti.” E’ su un modello di rappresentazione del terremoto che si sta concentrando questo governo mediatico, tant’e’ che le voci di dissenso vengono additate come immorali, da censurare.


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