Pubblicato da: faustocolombo | 8, aprile, 2009

Le parole sulle macerie

Ricevo da diversi naviganti mail interrogative sul terremoto, e osservazioni (qualcuna anche qui sulla nave) sul ruolo della comunicazione.

Farò qualche considerazione sparsa, senza pretesa di esaustività, e soprattutto con il pudore di chi sa che i problemi veri stanno da un’altra parte.

Punto primo: notoriamente la comunicazione ha un ruolo essenziale nei momenti di crisi. Se ne occupa da vicino il mio amico e collega Marco Lombardi, che in un suo bel libro ha raccontato il ruolo dell’informazione tecnica (dove e quali sono i danni, come intervenire, come raggiungere i soccorritori, eccetera; ma anche: come indurre comportamenti preventivi…) durante tragedie di vario tipo, naturali o provocate dall’uomo.

Le idee sono meno chiare quando si passa dall’informazione tecnica all’informazione (e alla rappresentazione) generica dei media. Qui vale ovviamente il fatto che l’ondata emotiva passa attraverso tutti i canali che ha a disposizione, media o non media. Durante il terremoto di Messina, quando non si riusciva a raggiungere la città, e a capire cosa accidenti ci fosse successo, perché dal posto non si potevano mandare informazioni, ovviamente i media non riuscrono a rappresentare che con grande ritardo il dramma della popolazione. In Friuli, o in Irpinia, le cose sono andate diversamente, e l’onda emotiva di cui parlavo ha sommerso rapidamente tutto. Sul significato di questa onda, tuttavia, ci sono pareri discordanti, perché da un lato è vero che essa attiva meccanismi di solidarietà (volontariato, beneficienza, e così via); ma dall’altro, come ci ricorda Boltanski, quello che viene messo in scena è pur sempre uno spettacolo del dolore, che da un lato emoziona, e dall’altro appaga, deresponsabilizzando nel tempo.

Su tutto questo tema non ho le idee più chiare di altri, e intuisco solo che per una volta, quando siamo in presenza del dolore, la migliore comunicazione è il silenzio. So che può sembrare paradossale, e non vorrei essere frainteso. Ciò che voglio dire è che davanti a un lutto di solito si misurano le parole. Ci sono mille modi per partecipare al dolore dell’altro anche senza spendere troppe frasi: la vicinanza, un gesto, la condivisione. Sarà lui o lei a parlare, quando se la sentirà, e lì bisogna essere pronti a stare a sentire.

Quello che invece mi sorprende sempre dei media è che non riescono a essere misurati. Voglio dire: ok le informazioni di servizio (serve sangue, non viaggiate verso i luoghi colpiti senza aver contattato i centri preposti, eccetera); ok, anzi benissimo anche le informazioni essenziali, e le immagini più evidenti. Ma per il resto, il confine con lo spettacolo del dolore è sempre in agguato: la storia spettacolare o lacrimevole, che suscita la facile commozione; l’eroismo estremo. Ore e ore a far vedere, a sorprendere, a intervistare in modo più o meno forzato gente che ha perso tutto (come si sente in questo momento?). Aggiunge qualcosa alla nostra pietà, alla nostra solidarietà? Non credo. Ogni tanto, ci vuole silenzio. Ogni tanto non ha senso mostrare ottimismo o pessimismo.

Siamo qui, su questa terra, tutti insieme. Sappiamo cosa c’è scritto nel contratto. Che la vita finisce. E’ questo che ci rende qualcosa di unico, qualcosa di unito. La solidarietà è questa coraggiosa malinconia che condividiamo. I nostri limiti sono la nostra grandezza. Più silenzio, please.


Responses

  1. Grazie.
    Mi puoi spiegare anche questo:

    …………………….

  2. Giuste osservazioni, prof. Devo dire che anche nella mia mente danzano pensieri sul ruolo della comunicazione in un momento come questo, in cui l’onda emozionale la fa da padrone, in cui tutti ci sentiamo in dovere di identificarci nel dolore. è vero: serve il silenzio, perchè davanti a eventi di questa portata tragica dovremmo cogliere l’occasione per riflettere intimamente intorno a grandi questioni che sono proprie dell’uomo, di ognuno di noi e che in momenti come questi riemergono prepotenti, forse per richiamare la nostra natura e i nostri limiti che “sono la nostra grandezza”, come dice Lei, prof. Sono pertanto dispiaciuta delle non-stop dei diversi media, che forse ci fanno perdere il focus, l’obiettivo delle nostre riflessioni, in nome di una necessità (?!) di raccontare, ma non narrare, piuttosto rappresentare. Ovvero trasmetterci la loro rappresentazione, chiamando in causa l’obbligo di approcciare l’evento con una certa (o non certa) visione delle cose. è in queste occasioni che vorrei tanto farmi una mia, personale rappresentazione, ma sento di non riuscire a fare a meno sia delle rappresentazioni dei miei “altri significativi”, sia dei miei “altri generalizzati”… ma questo forse è il paradosso dei media che ci attanaglia, a volte rendendo il nostro pensare immobile.

    Mi associo: “più silenzio, please”.

  3. Eluana…il terremoto: sembra sempre piu’ urgente pensare ad un’ etica (non saprei come altro definirla) dei media che sappia comunicare il dolore con misura e rispetto. La misura che vediamo sui volti di queste persone e l’ immenso rispetto che suscitano per il modo dignitoso di vivere il loro dolore. Ecco, bisognerebbe imparare da loro….e da Beppino Englaro.

  4. Grazie Debora. Non ci sono parole, solo disgusto, e condanna. L’ennesima dimostrazione di quanto sia peloso l’interesse superficialmente partecipe dei media.
    Forse in qualche caso dovremmo lanciare campagne di boicottaggio dell’uso della Tv a fini informativi… Proprio oggi Elisabetta mi raccontava dalla sua personale postazione a Radio Popolare che ha ricevuto commenti da persone che sono giù, fra le macerie, e che lamentavano ritardi, problemi… Dunque un’informazione non inappuntabile, e in più finalizzata agli ascolti (e alla pubblicità). Ma davvero, non vale la pena di aggiungere altro. Silenzio, ancora.

  5. Comunque, l’indignazione sta montando; ecco il link all’intervento di Aldo Grasso su Corriere Tv: http://video.corriere.it/?vxSiteId=404a0ad6-6216-4e10-abfe-f4f6959487fd&vxChannel=Televisioni&vxClipId=2524_f7503696-2432-11de-a75a-00144f02aabc&vxBitrate=300.

  6. Il mio amico fa parte delle persone che hanno fatto dormire sui vagoni treno della stazione dell’Aquila …lavora anche lui in radio ed è da tre giorni in collegamento diretto…ma non ci racconta le tragedie (scontate purtroppo) della gente, ci racconta i ritardi e le cose che servono…dormono in macchina perchè non ci sono abbastanza tende, c’è gente ancora in pigiama, non ci sono abbastanza bagni chimici…ieri poi in un momento di sconforto ha detto: ‘per favore ditele queste cose, ditelo che non abbiamo niente, ditelo che gli aiuti non bastano”…possiamo dirlo noi, possiamo scriverlo su questo blog ma sappiamo benissimo che non basta come sappiamo che i mezzi potenti invece si fanno battaglia di ascolti o fanno la gara a chi ha le immagini più crude e le storie più drammatiche da raccontare come un inviato di matrix, se non ricordo male, che intervistava una persona che aveva perso i genitori e mentre questa era scoppiata in un pianto di dolore poggiandosi sulla spalla del giornalista..lui con il microfono continuava a fargli domande sul come si sente o su come stava vivendo la situazione…a me viene solo da dire che tutto ciò fa schifo…e quindi, si Professore, è meglio il silenzio…
    però mi viene anche da pensare alle parole del mio amico…”per favore ditelo…” e allora mi chiedo se stiamo zitti anche noi cosa succede…???

  7. Elisabetta: infatti c’è un momento per dire, e un momento per tacere. Ci sono cose da dire, e cose da tacere. Solo che è spesso tutto al contrario di quello che fa la cosiddetta informazione mainstream (non tutta, per carità: al mattino ascolto il GR 2 e le magnifiche, asciutte e rispettose sintesi in apertura di giornale di una brava giornalista di cui non ricordo il nome. E non solo, perché anche nell’informazione dal basso circolano cose così così): che dice cose inutili, esibisce dolori che meriterebbero il pudore, sfrutta il bisogno di sostegno; e dall’altra parte esibisce un’enfasi che stona, o tace dei problemi anche seri (della serie ok va bene ma cosa vogliono questi con tutto quello che facciamo per loro) semplicemente per saturare i vuoti, i silenzi necessari.
    Allora parliamo, quel tanto che serve. E chiediamo il silenzio, per il resto (Wittgenstein: l’etica, naturalmente non si può esprimere; e: di ciò di cui non si può parlare occorre tacere).
    Buon vento naviganti.

  8. Faccio riferimento al link postato da Debora….agghiacciante… mi sembra di sentire i dati di ascolto relativi a una puntata del grande fratello, la leggerezza con cui viene trattata questa tragedia è un insulto alla memoria di coloro che sono rimasti dotto le macerie…il messaggio che passa da questi “servizi spazzatura” sembra essere: continuate a morire…più siete e più facciamo audience.
    Ma io mi chiedo:

    1)E’ possibile che tra le istituzioni del nostro paese non ci sia nessuno tra coloro che ci governano che faccia considerazioni come quelle che stiamo facendo noi su questo blog e che denunci questo scempio che viene trasmesso sulle nostre reti nazionali???

    2)I giornalisti che sono andati sul luogo subito dopo la tragedia, intervistando a caldo sopravvissuti che avevano lasciato sotto le macerie i propri cari, con che coraggio e con che faccia ponevano domande del tipo: “come si sente??”

    Concludendo ritengo che la soluzione a questo problema non sia il silenzio più totale, l’ informazione ci deve essere, sempre e comunque, ma con rispetto…abbiamo visto una tragedia trasformarsi in un reality show sulla morte e sulla disperazione…

    Buon vento a tutti

  9. …La comunicazione, quella sana, ha fatto centro..
    Su fb ho attivato una catena – tra amici e non amici – di ricerca per un camper da prestare alla famiglia del mio amico e in meno di tre ore ne abbiamo trovato ben due disponibili…Evviva!
    Meno male che in questo caos di voci irrispettose e prive di senso ogni tanto qualcosa di buono ne viene fuori…
    Volevo condividere con voi naviganti questa bella notizia…con la speranza che oggi, giorno dei funerali, gli sciacalli mediatici non facciano scempio del dolore umano..
    Buon vento all’Aquila, agli abruzzesi e a tutti i volontari che stanno vivendo dentro questa casa da grande fratello a cielo scoperto…

  10. Elisabetta, e’ una bellissima notizia e un bellissimo esempio, una goccia nel mare ma il mare e’ fatto di tante piccole gocce…

    Sto guardando i funerali sulla BBC e vi garantisco che esiste un modo rispettoso di raccontare questo enorme dolore.

  11. Alberto, Elisabetta: qualche buona notizia: Vale la pena, no?🙂

  12. Che bella notizia!!! Eh sì, ne vale proprio la pena…

  13. Visto che questo blog si occupa (anche) dello spietato rapporto tra media e politica, mi permetto una considerazione che mi balena in testa da qualche giorno. Forse, di fronte al dolore e al disastro, può sembrare una questione di poco conto. Ma secondo me non lo è: è una questione fondamentale che investe in pieno la natura e la qualità della nostra democrazia. Nel 1980, nemmeno 48 ore dopo il terremoto che colpì l’Irpinia, il presidente Pertini era già sul posto. Fece quel che un Presidente della Repubblica deve fare prima di chiunque altro, prima ancora di un presidente del Consiglio che pure è chiamato ad attivare la logistica e l’organizzazione dei soccorsi. Non è questione di fredde procedure cerimoniali, ma dell’idea che si ha dello Stato, delle istitituzioni e dei suoi compiti. Un Capo dello Stato serve anche a questo. E’ il rappresentante più alto della nazione, il collante dell’unità di un popolo, la figura attorno a cui tutti (sia chi è stato colpito direttamente dalla tragedia che gli altri) devono stringersi in momenti come questi. Qualcuno mi sa spiegare dov’era Napolitano? Perchè si è recato sul posto solo al quinto giorno? Perchè nelle ore immediatamente successive al sisma si è limitato a leggere un freddo dattiloscritto di solidarietà? Se un Capo dello Stato non va a visitare i luoghi di una simile tragedia (subito, non il quinto giorno), allora a cosa serve? Se lo Stato non è vicino (anche fisicamente) in momenti del genere, allora a cosa serve? Alla fine, il primo che si è precipitato sul luogo a stringere mani, abbracciare anziani, portare conforto, è stato Berlusconi. Non che non dovesse andarci (è pur sempre il capo del governo), ma quel ruolo non è suo. Ha ripetuto più volte: “State tranquilli, lo Stato è con voi”. Ripeto: “Lo Stato è con voi”, non “il governo è con voi”. Ma non è lui che rappresenta lo Stato, è qualcun altro. Dov’era? Perchè? Non è una sterile polemica di poco conto, è una questione cruciale. Perchè, posta l’autentica emozione del momento, Berlusconi ha fatto le prove di presidenzialismo, molto più dei suoi precedenti continui strappi alla Costituzione. E nessuno se n’è accorto. Trent’anni fa, il Capo dello Stato visitò i luoghi di un terremoto e tutto il Paese si strinse intorno a lui. Oggi, trent’anni dopo, il Capo del governo si sostituisce al capo dello Stato. Non è questione di Berlusconi, di anti-berlusconismo, delle sue battute di dubbio gusto, ecc. Semplicemente, credo dovremmo prendere atto del fatto che dopo trent’anni di democrazia televisiva, la natura della nostra democrazia è cambiata senza nemmeno mettere mano alla Costituzione.


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