Pubblicato da: faustocolombo | 20, marzo, 2009

La politica secondo me…

Ho scoperto con colpevole ritardo che la bella Televisione di rete  C6Tv ha messo on line gli interventi al seminario More than Politics, di cui ho fatto cenno qualche tempo fa. Così ho anche scoperto che è on line il mio discorso in quell’occasione. Lo posto per i naviganti. Non è gran che, ma è il massimo che riesco a pensare in questo momento:

http://www.c6.tv/archivio?task=view&id=3175&special=25

Buon vento

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Responses

  1. beh il discorso mi e’ parso molto chiaro e interessante perche’ sfata molti luoghi comuni e coi tempi che corrono questa e’ gia’ una cosa dirompente!. Certo il rapporto tra web e politica in Italia e’ un capitolo che mi sembra ancora tutto da scrivere, al di la’ degli approcci molto tradizionali che mi sembra si siano praticati fin qui. Un ambito molto stimolante dal punto di vista della ricerca socio-politica.
    grazie per gli stimoli a pensare e a vederla sempre da un altro punto di vista!

  2. ciao fausto,

    ho seguito con interesse la tua discussione, e sono stato colpito soprattutto da questa affermazione:

    “non facciamoci l’illusione di essere in procinto di crescere nuove generazioni che hanno il modello della democrazia partecipativa degli anni ’60, perchè non è vero.”

    non credo di essere d’accordo con quanto dici, soprattutto riguardo a questi punti:

    a) negli anni ’60, coloro che percepivano la democrazia come partecipazione, erano l’elite colta del paese, economicamente benestante, un cerchio ristretto di persone. a meno che non s’intenda per partecipazione i fenomeni di conflitto sociale per l’estensione dei diritti e dei doveri a cui magari si ricorreva in massa. ma secondo me partecipazione ha un’accezione positiva più che negativa, di scambio e cooperazione, piuttosto che di opposizione, a volte anche violenta.

    per dire: c’è stata secondo me più democrazia partecipativa tra la fine degli anni ’90 e l’inizio del 2000 con il cosiddetto movimento antiglobalizzazione, che in tutti gli anni ’60. tra l’altro, qui l’uso del conflitto sociale dentro il movimento era soprattutto un modo per contarsi, riconoscersi e praticare lo scambio e la condivisione.

    b) è vero, in questo momento siamo governati da una democrazia del consenso, e i media tradizionali spingono in questa direzione, basta vedere qualsiasi tg, o le trasmissioni televisive che chiedono il televoto dello spettatore. ma non è detto che nello spazio virtuale della rete per forza tutto vada in quel senso.

    l’utopia della partecipazione, una delle tante utopie, attraverso cui è nata la rete (cosa che si ritrova nel libro “l’etica hacker”) non si è esaurita. è certamente vero che nel mondo reale il consenso e le tifoserie da consenso hanno la meglio, ma è pur vero che le dinamiche sociali nello spazio delle rete tendono per molti versi alla partecipazione attiva, allo scambio, alla condivisione.

    mi viene in mente soprattutto un’esperienza che conosco bene, quella del blog di Nazione Indiana. è un blog collettivo formato da una ventina di redattori, ogni redattore firma i suoi post, e inoltre propone i post più interessanti che i lettori mandano, cosa che non fa altro che accendere in tempo reale dibattiti e discussioni su idee, letteratura, politica e forme sociali.

    per esempio, i primi reportage di saviano, che poi confluiranno in “gomorra”, sono arrivati alla redazione e sono stati pubblicati sul blog, cosa che ha portato a discutere moltissimo sulla campania e la camorra, e che ha finito per legittimare saviano per la potenza della scrittura e la capacità di cogliere il reale.

    è vero che la popolazione che passa da nazione indiana è tra i 30 e i 40 anni, ma èanche vero che queste persone che sono cresciute negli anni che tu indichi come esempio di democrazia partecipativa, in realtà continuano a spingere su questa idee, formando a loro volta schiere di lettori e scrittori e cittadini comuni che hanno comunque come riferimento la democrazia della partecipazione.

    quello che voglio dire è che dall’avvento dei nuovi media in poi non è più possibile trovare una netta demarcazione tra le forme sociali, ma anzi tutto coabita, tutto è contemporaneo, e se è vero che la democrazia del consenso si espande sempre più come pratica retorica e forma sociale, e anche vero che sulla rete uno tra i modelli più forti e vivi è quello della partecipazione.

    così la domanda è: siamo così sicuri, visto che i modelli sociali di riferimento sono molteplici e sincroni, che tutto vada comunque in una direzione?

    a presto

    giuseppe

  3. Giuseppe: quel che volevo dire, in quel contesto, è che non bisogna farsi prendere dai discorsi ingenui per cui i media più paritari o socializzanti automaticamente tendono a generare democrazie partecipative. IL discorso è lungo, e prometto un prossimo post sull’argomento. Quel che conta è che il problema che tu poni è appunto la questione centrale: quanto è esportabile il modello partecipativo della rete fuori dalla rete? E se lo è, quali situazioni parallele e conseguenze inaspettate possono emergere?


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