Pubblicato da: faustocolombo | 17, marzo, 2009

Dopo l’informazione: note a un libro di Peppino Ortoleva

Segnalo ai naviganti un volume di recente uscita. Si intitola Il secolo dei media. Riti, abitudini, mitologie, ed è stato scritto da Peppino Ortoleva, un vecchio amico che insegna all’Università di Torino.

Si tratta di un lavoro complesso, che raccoglie stimoli assai diversi fra loro (sport, gioco, pornografia, ma anche questione antropologiche sull’uomo della modernità, e tanto altro ancora). E qui vorrei cogliere qualche spunto da una dettagliata analisi della questione dell’informazione dei media.

A pagina 249, Ortoleva sostiene una tesi che egli stesso giudica radicale. E’ articolata in tre punti che qui di seguito cito alla lettera:

“a. la rappresentazione del mondo sotto forma di insieme più o meno sequenziale e ordinato di notizie non ha nulla di ‘naturale’; non è fondata su un bisogno imprescindibile dell’umanità in quanto tale, e neppure dell’umanità moderna, ma nasce da un processo storico articolato e complesso; in altri termini, si tratta di un fenomeno storicamente determinato;

b. il giornalismo di notizie ha attraversato due secoli di storia e più, subendo naturalmente cambiamenti profondi, ma preservando alcuni modelli e alcune convenzioni di base, sorprendentemente stabili, cosa che ha contribuito ad attribuire una sorta di naturalità ai modelli di produzione e fruizione della notizia;

c. in quanto storicamente determinata e non naturale, la rappresentazione del mondo sotto forma di insieme di notizie può entrare in crisi, anche in relazione al modificarsi dei modelli di comunicazione dominanti.”

La tesi – lo dico qui con tutto il rispetto per un autore importantissimo degli studi italiani (e non solo) sui media, non è poi forse del tutto sviluppata nel corpo del capitolo e nel resto del libro, ma è comunque una tesi interessante, su cui vorrei fare qualche commento, rimandando i naviganti alla lettura personale.

a. E’ certamente vero che la forma informazione, per dir così, non è “naturale”, ma radicata nella modernità. Ortoleva cita molti essenziali autori, da Hegel a Benjamin per discutere questo punto, e la sua argomentazioni sono adeguate. Ma forse si potrebbe girare la questione così: che il modo di raccontare il mondo posto in gioco dall’informazione è moderno, ma il fatto di raccontare il mondo per capirlo è semplicemente umano. E dunque l’opzione narrativa costituisce una delle forme della politica. La politica moderna, nel suo cammino verso e dentro la democrazia è dunque accompagnata da – e accompagna – l’informazione. Dunque niente di naturale, ma insieme qualcosa di profondamente radicato nelle forme della convivenza.

c. Il terzo comma della tesi suggerisce che la rete e la blogosfera costituiscano uno scavalcamento della narrazione informativa. E su questo non sono d’accordo. Semmai, mi pare, ne rappresentano la moltiplicazione e l’esplosione, pur nel mantenimento delle forme che conosciamo e in cui siamo radicati. In attesa del medioevo prossimo venturo, siamo ancora ben dentro la modernità che muore. Per quanto a lungo, non è dato sapere…

Buon vento


Responses

  1. non ho ancora letto il libro di Ortoleva ma non manchero’!
    Dal post pero’ ho avuto l’ impressione che sotto la cenere di questo problema covi il fuoco inestinguibile del problema natura/cultura. Quanto la cultura della modernita’ e’ ormai la nostra “natura”? ma anche reciprocamente: quanto la nostra natura ci ha portati “necessariamente” alla cultura della modernita’? se non ricordo male K.O. Apel riprendeva la Critica del Giudizio per affermare che il trascendentale ultimo dell’ umano e’ proprio la comunicazione e forse e’ la strade giusta…
    Spero di essere stato pertinente!

  2. Molto pertinente!! Forse è anche come sempre una questione di sguardi. Per i sociologi è persino difficile pensare una natura senza cultura. Perché quello che vediamo è solo e soltanto relazione sociale. Ma forse è lo sguardo dell’uomo moderno, anche, che è sempre pienamente sociologico, man mano che la Natura (che è una forma di racconto) sfuma all’orizzonte…

  3. ciao fausto,

    scusa se sono fuori tema, ma in questi giorni hanno pubblicato sul blog di Nazione Indiana il racconto che era finito sulle pagine di Nuovi Argomenti, come ti dicevo qualche settimana fa. e adesso lo puoi leggere, tu e chi ne ha voglia, anche qui:

    http://www.nazioneindiana.com/2009/03/13/dichiarazione-di-indipendenza/

    anzi, a dirti la verità, non sono poi coinvinto di essere del tutto fuori tema.

    una delle cose di cui si occupa il racconto è il rapporto con la tecnologia e le reti d’informazione, ed ho notato che le interpretazioni cambiano se il racconto viene letto dai “nativi”, per i quali la tecnologia digitale è un elemento imprescindibile e “naturale”, o da coloro che sono nati in un’era analogica. (per notare questo, basta leggere i commenti dei lettori in fondo al racconto).

    se hai tempo, fammi sapere che ne pensi.

    a presto

    giuseppe

  4. Avrei voluto leggere Nuovi Argomenti, giuro. Poi sono rimasto sospeso nei clamori e nei dolori della vita di tutti i giorni. Così grazie di questo link, e della lettura che ne è seguita.
    Un bellissimo testo, per quanto ne posso capire di letteratura. Molte emozioni, molta immedesimazione di un adolescente di ieri (io) in un adolescente di oggi (così diverso). Insomma grazie, Giuseppe. Grazie davvero. A una chiacchiera davanti a una birra il molto che mi piacerebbe dirti.

  5. Quello che penso voglia dire Peppino Ortoleva è che il genere notizia è storicamente determinato: se vogliamo seguirlo da un punto di vista genealogico possiamo usare Schudson per gli Usa (“Discovering the news”) oppure Cavallari (“La fabbrica del presente”) o Charle (Le Siècle de la presse”) per la Francia. E’ dall’inizio dell’Ottocento che esiste la notizia e che si ha una progressiva professionalizzazione di quelli che una volta erano semplici poligrafi. In tutto unito al nascere di un’industria che tratta le notizie e fa profitti distribuendole. Ecco, quello che sta venendo meno, mi pare, è proprio il tipo di distribuzione e di struttura professionale e industriale che si è andata assestando negli ultimi due secoli. Che questo voglia dire anche la scomparsa della notizia, invece, è ancora tutto da dimostrare. Ma forse è un discorso un po’ lungo per un commento a un post…

  6. Caro Fausto (e cari lettori della “Cultura sottile”),
    ti ringrazio prima di tutto per l’attenzione che dedichi al mio libro, e per le cose eccessivamente laudatorie che dici di me; vorrei riprendere rapidamente le tue osservazioni e qualcuno dei commenti successivi, non per “rispondere” (trovo abbastanza insopportabile il gioco di recensioni-risposte che accompagna molto del dibattito culturale italiano) ma da un lato per precisare meglio quello che penso dall’altro per tenere vivo un filo di discussione che mi pare promettente.
    Prima di tutto: lasciamo un attimo da parte il termine modernità che mi sembra decisamente troppo onnicomprensivo, e potenzialmente deterministico. Io ho cercato di mettere a fuoco non tanto la storicità della narrazione, che è, sono d’accordo con Fausto, uno strumento essenziale per vivere consapevolmente le esperienze e per condividerle, e quindi un universale umano (su questo terreno la lezione di Ricoeur dovrebbe essere acquisita, Apel lo terrei più sullo sfondo ma può essere effettivamente interessante riprenderlo), quanto piuttosto la storicità della forma-notizia giornalistica, che è un modo specifico sia di selezionare gli oggetti del narrare sia del costruire il racconto. La notizia è una messa in forma dei fatti che prevede da un lato un loro inserimento in un mosaico, in quanto ogni giornale vive di una pluralità sistemica di notizie, da un lato la strutturazione del racconto dei fatti stessi secondo un numero limitato e ricorrente di schemi.
    Il “bisogno” richiamato da Hegel di leggere o comunque attingere alle notizie, così definite, per mettersi in contatto con il mondo e orientarsi, è maturato progressivamente nel corso del Settecento. Gli studi citati da Ferrandi sono da questo punto di vista utili ma parziali perché a mio vedere sottovalutano il processo evolutivo che nel corso del Settecento e della prima metà dell’Ottocento ha portato, scartando anche molti modelli informativi oggi dimenticati, al consolidarsi del giornale e si concentrano soprattutto su un momento già avanzato dell’evoluzione del giornalismo: quello che si afferma negli anni Trenta dell’Ottocento. Prima, e per almeno un secolo, ci sono stati giornali senza notizie (i grandi fogli letterari settecenteschi, a cui a mio vedere il modello attuale dei blog è spesso inconsapevolmente collegato) e notizie senza giornali, e la convergenza del medium-giornale e della forma-notizia è maturata attraverso fatti storici specifici, non riconducibili alla generica “modernità”: da un lato le rivoluzioni politiche e industriali dall’altro e successivamente il telegrafo da cui nasce il dispaccio che è stato essenziale nel costruire il modello moderno di notizia.
    La mia ipotesi sulle tendenze attuali non verte su una “scomparsa” della notizia che non credo prossima e neppure in astratto probabile; ma sulla caduta, in prospettiva, della centralità della notizia come strumento per orientarsi sul mondo.
    Il fatto che un numero crescente di persone come primo atto di contatto con il mondo al risveglio non accenda la radio o la TV ma si connetta alla propria posta elettronica e magari a facebook per poi eventualmente passare ai giornali on line, mi sembra un dato significativo: la mia sensazione è che lo “stare nel mondo” si presenti sempre di più come un inserirsi in una serie concentrica di relazioni (con tutti gli scambi di narrazioni spesso standardizzate quanto e più delle notizie giornalistiche che questo porta con sé) e sempre meno come un farsi raccontare da un soggetto di nostra fiducia quello che costui o la sua comunità professionale giudica importante. Mi pare tra l’altro che questi processi siano molto più interessanti che non le diatribe su quanto finiremo di leggere i giornali cartacei. In ogni caso non intendo tessere le lodi dei blog o dell’umanità reticolare né rimpiangere l’autorevolezza del giornalismo di notizie anglosassone: la la fretta di pronunciarsi sui cambiamenti del comunicare in termini di buono e cattivo mi sembra uno degli ostacoli maggiori a una riflessione seria
    Cari saluti
    Peppino Ortoleva


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