Pubblicato da: faustocolombo | 6, marzo, 2009

La (comunicazione) politica è una cosa seria

Ieri si è finalmente tenuto il primo colloquio di comunicazione politica, dedicato al tema della fiducia. Alla fine noi organizzatori (Patrizia Catellani, Damiano Palano, Gianpietro Mazzoleni, direttore di ComPol) eravamo ragionevolmente stremati, ma anche soddisfatti: i molti studiosi (Francesco Casetti, Guido Gili, Guido Legnante) i giornalisti (Filippo Ceccarelli, Mara Latella) e i politici che si occupano di comunicazione (Antonio Palmieri e Francesco Verducci) sono stati gentili e preparati, e il pubblico misto fra studenti, dottorandi e colleghi ha partecipato con dooande, osservazioni, obiezioni. Insomma, una bella giornata di dibattito.

Dal punto di vista dei contenuti, tuttavia, ne sono uscito con qualche perplessità. Ho dovuto sottolineare nelle conclusioni che gli studiosi hanno segnalato alcuni problemi che forse giornalisti e politici vedono da un punto di vista più interno, ottimistico e in fondo tradizionale. Questo punto di vista è quello della competizione tra le forze politiche per il consenso e la vittoria. Naturalmente, ciascuno dice la propria sulla maggiore o minore personalizzazione, sulla maggiore o minore violenza della comunicazione, eccetera, ma tutto sembra ridotto a una questione di sana gara entro la quale il cittadino liberamente fa la sua scelta eleggendo il vincitore.

Con molti colleghi, anch’io sospetto che la questione di fondo sia un’altra: che dietro a questa politica si nasconda un progressivo allontanamento della cittadinanza dalla politica stessa (allontanamento per così dire sia passivo che attivo: il primo si ha quando si cancellano le preferenze e quindi si dissuade il cittadino dal farsi un’idea di chi è peggio e meglio; il secondo quando è il cittadino stesso a dire uffa basta con questa democrazia, meglio delegare), e che questo allontanamento sia un male oscuro che distrugge la stessa politica in senso democratico.

Spero che abbiano ragione i nostri interlocutori, ma temo invece che abbiamo ragione noi accademici. Cosa che, ammettiamo, ogni tanto può anche succedere, ma in questo caso mi darebbe i brividi per la schiena.

Buon vento


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