Pubblicato da: faustocolombo | 4, marzo, 2009

Too many things…

Ci sono interi giorni in cui riesco solo a dare un’occhiata a questo blog, e magari rispondere a qualche commento. Mi dispiace perché ormai mi funziona un po’ da terapia: butto giù metaforicamente gli appunti del mio processo di penstiero, mi faccio piccoli nodi al fazzoletto delle cose su cui mi piacerebbe lavorare. Attivo insomma meccanismi che poi i naviganti hanno la generosità di far funzionare regalandomi avanzamenti e suggestioni. Quindi, per farla breve, quando non riesco a scrivere per un po’ mi stresso. E infatti eccomi qui, in un momento in cui dovrei francamente fare altro. Oggi sono stato a un convegno sull’IPTV, e ho ascoltato cose veramente interessanti. Le prospettive, per esempio, sono che entro quattro-cinque anni il mercato delle Tv a pagamento sia praticamente equivalente a quello della pubblicità televisiva: una svolta epocale, no?

Domani ho il convegno su Comunicare la fiducia, il primo appuntamento (di cui vi ho già parlato, mi pare) di una serie di colloqui organizzati dalla Cattolica, dalla Statale di Milano e dalla rivista ComPol. Dunque sono doverosamente stressato.

Come se non bastasse, ieri ho fatto lezione su Vermicino, e ho letto il brano di Giuseppe Genna tratto da Dies Irae, di cui alcuni naviganti hanno parlato qualche tempo fa. Mi è piaciuto talmente che lo abbiamo inserito nella lettura di Boom a San Daniele, e il mio amico Roberto Assente ne ha dato una interpretazione magistrale. Infatti volevo usare quella, videoregistrata, in aula. Solo che il computer non leggeva il video (non so assolutamente perché), e quindi ho letto il brano personalmente. Quando ho finito i miei studenti di media e politica ed io eravamo fusi, tesi, immersi in tutto quel dolore e tutto quel circo. Altra cosa su cui dovremo tornare. Prometto o minaccio un post su quella lezione.

Poi c’è l’altra cosa di cui dovrei parlare, cioè l’idea geniale di inserire Gaber nei programmi scolastici. Sarai contento, potreste dirmi, visto che il signor G ti piace tanto. Invece no. Mi sembra un’altra delle iniziative situazioniste di questo potere: guardate come siamo moderni, come siamo avanti, come siamo aperti: il maestro unico, sì. Però poi Giorgio Gaber.

Dirò semplicemente così: ci sono autori che per essere apprezzati abbisognano di cultura precedente. Più sei colto più ami Gaber (e altri con lui). Se trasformi Gaber in cultura di base (ma forse non ho capito tanto bene la proposta), anche magari mettendolo in programma sperimentale al liceo, lo fai diventare come la tanta letteratura che gli studenti non amano perché gli viene imposta. Non glielo fai scoprire, glielo propini. E’ diverso.

Non so. Forse lo stress mi rende nervoso, ma non c’è niente di peggio che amare un autore e scoprire che lo vogliono uccidere. Lasciateci il signor G, per favore.

Buon vento

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Responses

  1. Sono molto d’accordo con quanto scrivi. Certi autori vanno scoperti. Si arriva piano piano ad assaporarli. Agire in modo diverso cercando di “imporli” agli studenti rischia di essere un’inutile operazione di facciata, oppure, e sarebbe ancora più grave, un modo, come dici tu, per distruggere il loro ruolo culturale.

  2. In effetti, mi capita di ripensare a quanti autori ho riscoperto per vie strane. Avevo studiato Montale al liceo, e solo quando mia figlia ho cominciato a studiarlo ho capito quanto la sua lettura mi entrava dentro… Le vie della cultura, voglio dire, sono sempre sottili…

  3. è proprio per questo che la scuola deve insegnare i classici, perché i classici non sono fossili da ammirare in una teca, sono chiavi di lettura: entrando da lì, si va dappertutto.
    Amando Euripide, si arriverà a Gaber, partendo da “Gaber obbligatorio” (che orrore: è un ossimoro!), ci si ferma lì e magari ci si illude di sapere già tutto…

  4. Confermo. A me è capitato con Seneca all’Università che mi ha illuminato su quanto fosse assettica e completamente inutile la didattica del latino al liceo, e con un corso di Theorie du cinema su Pier Paolo Pasolini alla Sorbonne e al Cinema Manzoni a Milano su una sua retrospettiva cinematografica nel 1993 a Milano per capire quanto i programmi di italiano siano privati di un apporto indispensabile come il cinema in generale e in particolare la poetica di PPP. La musica di Gaber l’ho scoperta grazie al blog tuo Fausto, oltre a comprendere come sia importante utilizzare tutti i canali di cui disponiamo per costruire e de-costruire, reinventare e reinventarsi, rovesciando sempre il punto di vista.

    buon vento

  5. E se, anzichè imporlo e sminuirlo (una sorta di “promuoverlo per rimuoverlo”), volessero semplicemente appropriarsene? A me sembra che ci sia in gioco un importante rimescolamento dei riferimenti culturali da parte di chi detiene il potere (ricordate il “riscriveremo i libri di testo”…?). Chi meglio di Gaber, riluttante alle etichette, profondamente critico verso la deriva e gli effetti del ’68, può “essere utile” a chi intende riscrivere gli ultimi quarant’anni di cultura di base del Paese? Certo è che riappropriandosene e servendolo a un pubblico scolastico (ma occorre capire bene fino a che livelli) finirebbero con il ridurlo e semplificarlo notevolmente. Questo rischio di “volgarizzazione” di Gaber è davvero un tentativo di rimozione del suo ruolo culturale (come sostiene qualcuno) oppure più semplicemente di “egemonizzazione” dello stesso? Magari è interessante anche capire e vedere quali testi di Gaber verranno scelti e inseriti nei programmi ministeriali. Quale Gaber, insomma, vogliono somministrare agli scolari e studenti.

  6. La scelta di un canone è sempre un’indicazione di un sistema, d’accordissimo con Paolo

    che bella questa navigazione anche se delle volte navigo veramente senza bussola! In balia del capitano e della ciurma selezionatissima…


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