Pubblicato da: faustocolombo | 26, febbraio, 2009

Stato di primavera

Ok ok, il titolo non è nuovo. E’ il titolo di un bellissimo pezzo di Stefano Benni, anni Settanta, dopo la legge Reale, che introduceva seri limiti alla libertà di incontro pubblico per motivi di ordine e controllo antiterrorismo.

Cominciava, se non ricordo male, così: “E’ stato decretato lo Stato di Primavera”, e seguitava con un elenco di terribili prescrizioni, come la perquisizione obbligatoria dei cestini delle contadinelle e l’abbattimento delle farfalle troppo svolazzanti.

Più modestamente, vorrei ricordare cosa succede nelle università quando arriva la primavera, e il povero barone si infila in aula immaginando di tenere una lezione come un’altra. La sequenza, più o meno, è questa:

Atto unico, scena unica.

Aula universitaria, mediamente piena di studenti. Una cattedra, su uno schermo il flickerio del computer, con il logo salvaschermo che naviga tra i pixel.

Il prof entra. Brusio. “Buongiorno”. Brusio. “Ho detto buongiorno!” (tono vagamente risentito). Il brusio continua, ma è selettivo. Alcuni cominciano a guardare il docente e tacciono. Altri non si avvedono di nulla, e imperterriti continuano a chiacchierare del più e del meno.

Il docente tace. E’ convinto che questo lo renda più visibile, come se il suo corpo e la sua autorità esprimessero un’aura magica e vagamente luminosa, in grado di manifestarsi con l’evidenza delle apparizioni divine.

Il brusio continua.

Il docente, ferito nell’orgoglio del suo corpo, della sua autorità e della sua aura luminosa, si irrita sul serio e comincia a fare a voce bassissima (ma c’è la variante della voce altissima e perciò stridula e gallinesca) alcune pesantissime considerazioni sulla sua importanza e sul fatto che non ha tempo da perdere.

Lentamente, ma molto lentamente, il brusio cala. Ma viene sostituito da un altro sentimento circolante: il timore e l’imbarazzo. Gli studenti non sono contriti, ma preoccupati che il prof si sia risentito terribilmente e che magari se ne ricordi  all’esame.

Il docente, che è un democratico e che ha vissuto gli anni Settanta, si sente ferito dal sospetto studentesco. In fondo – pensa –  sono ragazzi. E’ primavera e loro, ragazzi e ragazze sono così belli nella loro giovinezza e nella loro improntitudine. Allora, fiero di aver ottenuto il silenzio cercato, ottimista sull’attenzione per la lezione e ben deciso a non perdere la propria natura di fraterno amico dello studentato, sdrammatizza con una battuta.

Può per esempio fare zzzzzz simulando una mosca. Può dire: “adesso non esagerate con il silenzio che mi dà l’angoscia”. O altre cose analoghe.

Gli studenti non si fidano subito, ma poi qualcuno ride. Segue risata collettiva e liberatoria. Che si prolunga. Troppo. Il prof. si innervosisce di nuovo, soprattutto quando la risata si attenua e si trasforma esattamente nel brusio di prima…

Ad libitum…


Responses

  1. In questi casi io ricordo che abbiamo la fortuna di lavorare e studiare in una delle università più belle d’Europa e che, proprio perché è primavera, non hanno più bisogno di stare in aula per ripararsi dal freddo: meglio (e più affascinante romantico ecc…) chiacchierare sotto i portici del Bramante!!!!!

    Ciao!
    Marco


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