Pubblicato da: faustocolombo | 24, febbraio, 2009

Alla fine

Non so perché ma oggi in aula con gli studenti di media e politica ho tirato fuori un tema che – sì – mi sta molto a cuore, ma che forse non era pane per i loro giovani denti.

Stavo parlando dei regimi di discorso. Ogni lingua è fascista – scrive Barthes – non perché non lascia dire, ma anzi, perché obbliga a dire, in un certo modo, secondo le convenzioni della società del tempo.

Ho fatto l’esempio con i discorsi sulla fine dalla vita. Oggi questo discorso riguarda il corpo. Quando è vivo e quando è morto. Quando avviene questo passaggio, e soprattutto quale tipo di coscienza c’è nel sempre più (potenzialmente) tempo del morire. Una intera narrazione avviene su questo. Almodovar ci ha fatto un film (ma forse andrebbe rispolverato anche il bellissimo E Johnny prese il fucile, di Dalton Trumbo). E fiumi di parole hanno speso i giornali, le persone, eccetera, su una donna che stava morendo da anni e anni.

Questo è il regime del discorso: imposto dalla tecnica, dalla politica, dal fanatismo delle opposte tifoserie.

Ne ho voluto citare un altro, di regime di discorso: quello che parla della morte come semplice fine della vita, quando ancora, tendenzialmente, l’atto del morire era così breve da non consentire una narrazione.

In un racconto di Borges, che credo si intitoli Il miracolo segreto, un condannato a morte chiede davanti al plotone di esecuzione il tempo per finire il proprio romanzo. Il miracolo è concesso. Per un anno, dentro la coscienza improvvisamente espansa dello scrittore, c’è il tempo di pensare, progettare, produrre e limare la storia. Al punto finale la vita riprende, e il plotone spara. Ma è un caso limite, un esercizio di stile.

Ma prima, durante e dopo, fino a quest’oggi violento, raccontare la morte significava cercare il senso della vita. Paolo di Tarso scrive, sul punto di essere giustiziato: ho combattuto la buona battaglia, ho conservato la fede. Dunque, sottintende, non sto per morire invano. Pasolini dirà secoli e secoli dopo che solo nella morte la vita svela il suo significato.

L’epica di sempre trova nella morte dell’eroe una testimonianza. Il romanticismo una conseguenza nobile, il machismo militarista una dimostrazione di coraggio.

Per quanto mi riguarda, io mi racconto la mia morte chiedendomi che cosa resterà nella memoria di chi mi ha amato, quali parole saranno spese, ma giusto così, per provare a capire chi sono per gli altri. Non è un regime di discorso, ma una simulazione (forse da ipocondriaco: sulla cui tomba, come tutti sanno, c’è scritto: ve l’avevo detto…). Solo una simulazione, anzi propriamente una finzione. Perché quando sarà, i discorsi riguarderanno finalmente solo gli altri. Per me ci sarà buio, o una grande luce.

Ma sì, forse non era pane per dei ragazzi.

Buon vento.

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Responses

  1. A volte ci son proprio coincidenze… nella similitudine dei temi e negli incipit. Parlo da me, e su Facebook, di contesto di difficoltà di identificazione del soggetto (lo faccio con approssimazione e istitinvità, per carità…) e qui trovo il regime del discorso. Ma, naturalmente, il tuo approccio è a un altro livello. Mi piace però questa coincidenza degli incipite questa assonanza tra regimi del discorso e contesto. Io faccio spesso chiacchiere e distintivo… però poi alla fine, da oggi ti linko: fa più bene a me che a te. Ciao

  2. “La morte, nel corso dell’età moderna, viene progressivamente espulsa dal mondo percettivo dei viventi. … Ma sta di fatto che non solo il sapere o la saggezza dell’uomo, ma soprattutto la sua vita vissuta – che è la materia da cui nascono le storie – assume forma tramandabile solo nel morente. Come, allo spirare della vita, si mette in moto, all’interno dell’uomo, una serie di immagini – le vedute della propria persona in cui ha incontrato se stesso senza accorgersene -, così l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle sue espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato.” (Benjamin, Il narratore)

    non a caso la modernità ha espulso insieme la morte e la narrazione, sauti

  3. A memoria

    Stanco

    Curvato da te stesso
    Soltanto l’ironia riluceva di te
    Rovesciando

    Tornavi te stesso lontano
    Gigante bambino poeta
    Amante incessante ubriaco di te
    Rinnegando

    La vita hai trovato la vita
    Divorando

    Annullavi dolore memoria e rimpianto
    Hai inventato una vita normale
    La famiglia ideale incoronandoti re
    Giocando

    La parte perfetta
    Hai scelto l’uscita in silenzio
    Reclinando

    Lo sguardo parlando di

    Me

    A Giuliano Bottino

    Giuliana Bottino
    In treno verso Roma, 22 febbraio 2009


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