Pubblicato da: faustocolombo | 17, febbraio, 2009

Il nuovo valore del prodotto televisivo (2)

Il tema toccato dal mio articolo su Link (forse un po’ contratto, ma è un periodo in cui ho troppe cose da dire, tutte stipate nella testa) mi ha procurato una serie di commenti, non tutti sul blog. Oggi ne parlavo al bar con una collega, per esempio, che mi raccontava il suo progetto di volume sulla fiction Tv. 
Mi tocca qualche precisazione. In primo luogo il paragone con la musica, che mi sono sentito fare a Barcellona da colleghi europei, e anche in qualche modo da Denis McQuail, uno dei santoni delle nostre discipline. E’ vero, anche la musica, con la riproduzione, subisce un processo paragonabile a quello del prodotto Tv, ma secondo me con qualche differenza, Intanto la musica o scorreva libera (cantata per le strade) o era testualizzata (nella fruizione dei festival, delle opere, ma anche nella ritualità familiare borghese) prima che si trovasse modo di riprodurla su supporto.

Invece il flusso televisivo della neotelevisione è per sua natura detestualizzato (come il lungo dibattito sulla neoTv ha ricordato). E’ la nuova ondata digitale che testualizza, ossia sgancia, astrae dal flusso e rende fruibile in diversi modi una cosa che prima poteva esserlo solo nell’effimero del palinsesto che scorre.

Secondo punto: la testualizzazione non è soltanto frutto della tecnologia a disposizione. Ma va detto che senza il digitale tutto ciò non sarebbe stato possibile. Semmai,  l’intero del circuito culturale si modifica, ed è per questo che la Tv smette di essere una parentesi, e si inserisce nella tradizione dei circuiti culturali (che è appunto quanto sostenevo nel pezzo di Link).

So di non aver chiarito gran che… Era così, tanto per mettere carne sul fuoco.


Responses

  1. ciao fausto,

    penso che la parte centrale del tuo saggio, sia quello di aver riportato a galla sulla superficie del discorso un argomento che già benjamin aveva centrato nel suo “l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”.

    per molti versi, la televisione analogica, ma non preistorica – come sappiamo dopo aver letto eco – aveva lo stesso statuto estetico dell’opera d’arte nell’ottocento. si realizzava solo in un “qui” (ubiquo: dipende dal numero e dalla collocazione dei televisori sintonizzati su un programma) e in un “ora” (determinato e normativo, perfino nel momento delle repliche dei programmi tv).

    soltanto che la tv, per tutta una serie di questioni culturali a cui tu accennavi, è sempre stata socializzata come cultura bassa, facile e volgare – in alcuni casi, considerata trivialità pura. la tv, così, al contrario delle opere d’arte, l'”aura” non l’ha mai perduta, perchè mai nessuno gliel’aveva assegnata.

    ma la tv, ridefinita e riformulata dentro i media digitali, setacciata e sminuzzata, assemblata e ricomposta, detestualizzata e risemantizzata, sembra adesso riprendersi l’aura – soprattutto nel momento in cui pezzi, parti, schegge, frattaglie televisive finiscono nel magma dei social network e vengono scambiate e viste compulsivamente.

    un piccolo esempio:

    mi viene da pensare allora, che se un tempo erano le elite a decidere chi o cosa possedeva l’aura, chi o cosa l’aura non la possedeva più, oggi dipende dai movimenti e dai processi mai chiari e mai definitivi di chi abita la rete, di chi agisce in rete.

    questo cambia le cose, e muta non solo i modi della fruzione televisiva, ma anche i modi di fare ricerca sociale sulla fruizione. per dire: uno studioso che cercherà di leggere i comportamenti degli adolescenti del 2000, potrà ancora usare come chiave ermeneutica il concetto di “generazione” – come per esempio avevi fatto tu un po’ di tempo nei tuoi studi sulla televisione? non sarà che da oggi in poi, potendo fruire in tempo reale di tutto, e del contrario di tutto, l’immaginario non è più condiviso e comunitario come un tempo, perchè ognuno è in grado (o meno) di scegliere ed esperire immaginari diversi?

    a presto

    giuseppe


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