Pubblicato da: faustocolombo | 9, febbraio, 2009

Il caso Englaro e il declino della sfera pubblica

Come sapete,  sono stato molto, molto indeciso se intervenire o no sul tema delicatissimo del caso Englaro. Monitorando i forum sui quotidiani on-line, però, ho trovato la crescita consistente di un fenomeno che vale la pena di segnalare, e che indico all’attenzione soprattutto dei miei studenti di media e politica.

Ho trovato infatti, fra i molti interventi, e con frequenza crescente negli ultimissimi giorni, un utilizzo di argomenti ad personam. Farò due esempi fra i molti, che chiunque può trovare pubblicati su Repubblica.it, Corriere.it o LaStampa.it.

Il primo riguarda gli attacchi a Beppino Englaro, padre di Eluana. Lo si accusa di volere la fine dell’alimentazione e la conseguente morte della figlia per stanchezza, scarso amore paterno (sostenendo che non si sarebbe mai recato a visitare Eluana), ossia per limiti tutti umani, ma certo sconvolgenti nel caso specifico e per di più nascosti da affermazioni idealiste (fare la volontà della figlia).

Il secondo argomento riguarda invece il premier Silvio Berlusconi. Alcuni – per dimostrare l’incoerenza e la strumentalità delle sue posizioni – riportano alla luce una dichiarazione della consorte, Veronica Lario, che in un’intervista di qualche anno fa avrebbe ammesso di aver fatto ricorso all’aborto per un figlio malformato. In questo caso il Berlusconi paladino della vita di Eluana e gradito alla Chiesa avrebbe agito invece in un modo disapprovato dalla Chiesa stessa in altre circostanze.

Ecco. Si tratta appunto di argomenti ad personam. Per dare forza alle proprie opinioni sul caso si fa ricorso alla demonizzazione dell’avversario, o quantomeno alla messa in dubbio della sua attendibilità (Beppino Englaro non è un buon padre; Berlusconi è incoerente e le sue dichiarazioni sono strumentali). Naturalmente gli argomenti ad personam sono di solito sgradevoli e non sempre dimostrano quello che vorrebbero dimostrare.  Questi citati, in ogni caso, pretendono di interpretare stati d’animo di cui solo il singolo soggetto interessato può essere certo.

La cosa su cui mi vorrei soffermare è che gli argomenti ad personam non dimostrano nulla sulla questione di merito. Semmai svalutano l’attendibilità personale di un sostenitore di una certa tesi (posto che siano comprovati e accettabili, il che a volte non è), ma niente dicono della tesi in sé, visto che è chiaro che una tesi sostenuta anche dal peggior individuo della terra può esser giusta, e viceversa.

Perché allora si usa tanto in un dibattito pubblico la tesi ad personam? La mia tesi è che questo accada perché alcuni argomenti ormai entrati nella sfera pubblica come la stessa definizione di vita siano così complessi da generare o incertezza o polarizzazione o, meglio, entrambi i fenomeni. Messi davanti a questioni così serie, così grandi, in cui per dirla con il Cardinal Martini le cose non sono né bianche né nere, ma si tratta di decifrare una gamma di grigi, optiamo spesso aggrappandoci a delle convinzioni. Le convinzioni degli altri, se diverse dalle nostre, ci provocano. Accettare l’idea che altre posizioni siano rispettabili quanto la nostra accresce la nostra incertezza. Ecco allora l’argomento ad personam, che squalifica il parlante, e ci evita di accettare una indecidibilità della questione.

Il guaio, grave, è che questa prassi contraddice la natura stessa della sfera pubblica, che nasce da un confronto di opinioni,  e si fonda sull’accettabilità delle opinioni stesse (e quindi sull’idea di buona fede di chi le propone). L’argomento ad personam è un imbarbarimento della sfera pubblica, una crisi radicale del dialogo, il corrispondente dialettico dell’atto violento. Al suo opposto sta il dialogo, che cerca di fare leva sulla qualità intrinseca dell’argomentazione.

Spero di essere stato chiaro, e naturalmente la discussione è aperta.

Quello che è importante è cogliere la pericolosità dell’argomento ad personam, da qualunque parte esso sia usato. Si potrà dire – per esempio – che una persona religiosa ha convinzioni che per loro natura non possono entrare nel dialogo pubblico con la stessa disponibilità al dialogo di tesi non sostenute da una fede. Mi pare che l’argomento sia debole. Intanto esistono posizioni laiche assolutiste tanto quanto ve ne sono di religiose, così come è vero il contrario. Ma sul tema del rapporto con la verità del credente basterebbe citare questo testo, cui sono molto affezionato, e che la dice lunga su quanto l’argomento ad personam dovrebbe essere escluso almeno dalla sfera del discorso cristiano: è  tratto dalla prima lettera a Corinti di San Paolo:

1 Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. 2 E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. 3 E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. 4 La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, 5 non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, 6 non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. 7 Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. 8 La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. 9 La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. 10 Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà. 11 Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato. 12 Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto. 13 Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

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Responses

  1. Quello che mi ha stupito (ma forse ormai non mi stupisco più di niente), oltre all’incapacità della sfera pubblica di trattare argomenti e argomentazioni complesse che giustamente sottolinei, è l’ennesimo tentativo del Presidente del Consiglio (più in generale della politica, ma suo in particolare) di generare una contrapposizione forzata su qualsiasi tema. “Da una parte la cultura della vita e dall’altra la cultura della morte”, ha dichiarato. Ecco, io credo che quando la politica (che per definizione ha un linguaggio e delle procedure lunghi, complessi, articolati) incontra, lasciandosene subordinare e inghiottire (attraverso l’ansia di dichiarazioni, agenzie, espressioni colorite, semplificazioni, sound bites, ecc.), i media che hanno invece per definizione linguaggi e procedure fatti di iper-semplificazione, di contrazione, di sintesi, di spettacolarizzazione e polarizzazione, allora la distorsione che si crea nell’opinione pubblica (la cittadinanza, il famoso terzo attore della comunicazione politica) è difficilmente recuperabile. Quando la politica accetta di abbassarsi a questo terreno e quando accetta di entrare in contatto con l’opinione pubblica attraverso simili modalità, si svilisce, perde la sua essenza e la sua autonomia, contribuisce essa stessa a ridurre la complessità della società (Luhmann) e viene meno alla sua funzione. Forse ho scoperto l’acqua calda, ma più o meno la penso così.

  2. d’accordo con Paolo. Aggiungo che come donna mi ha avvilito l’immoralità con cui si è polarizzata la cittadinanza e la politica su una donna inerme, comunque un soggetto, dopo che da più di 15 anni il Parlamento/Bicamerale/parititi liberali e progressisti promettono di cambiare la legge elettorale unico elemento democratico da cui partire per poter rendere il potere politico veramente rappresentativo.
    sottolineo che il fenomeno su facebook ha un’evidenza straordinaria, sia per l’utilizzo del nero oscurando l’immagine del profilo sia per la convocazione in tutta italia di mobilitazione che dal soggettivo (Eluana) si amplifica al civico (Costituzione).
    E’ evidente la strumentalizzazione mediatica e l’occupazione coatta del Parlamento e l’ingerenza del Vaticano.
    Insomma, da Vermicino al caso Eluana?
    A te la risposta Fausto.

  3. Rispondo con moderazione, avendo deciso di affrontare su questo blog solo le questioni rigorosamente mediatiche o mediatico-politiche. Credo che in qualche modo a Vermicino siano cominciate molte cose, di un ventennio di cui stiamo assistendo alla drammatica fine. E in effetti tutti i nodi vengono al pettine: dalla prima esibizione della diretta e dalla conseguente prima costituzione della sfera emotiva nazionale alla pura e semplice costruzione mediatica di un simbolo-feticcio, usando un corpo-persona che non può essere mostrato com’è, e quindi viene evocato solo attraverso immagini di ciò che è stato. In mezzo, forse, il declino di Giovanni Paolo II, fino al lungo addio mediatico-emotivo.
    Ma su questo e altro occorrerà tornare. Vorrei tacere, e insieme parlare, di questo caso, mescolando rispetto e angoscia. Trovo una soluzione nell’analizzare rispettosamente, prendendo e tenendomi a distanza, e insieme sentendomi coinvolto. Non so se è possibile, ma questi interventi mi dicono che vale sempre la pena di provarci.

  4. Apprendo adesso della morte di Eluana Englaro. Vorrei che finalmente scendesse il silenzio, ma sospetto che quanto ho cercato di descrivere e di capire non finirà. Rileggo le parole dell’apostolo Paolo. Mi serviranno. Ci serviranno.

  5. Ammetto che mi è parecchio difficile esprimermi in merito; mi sento di associarmi a tutte le opinioni espresse finora su questo blog.
    In particolare faccio riferimento a quelle di Paolo e del prof. Credo che tocchino un pò tutti gli argomenti “caldi”, che peraltro sono ripresi in più parti da Debord ne “La società dello spettacolo”, in cui viene sottolineata la necessità sfrenata di crearsi un “nemico” per evitare di parlare dei contenuti e creando l’illusione che non ve ne siano; infilando una dietro l’altra immagini di una storia che appare solo per la sua forma e non per la sua essenza; ciascun “opinion leader” (possiamo chiamarli così?!?!) che si sente titolato (parafrasando Debord) a rappresentare illusoriamente il non-vissuto nella società dello spettacolo integrato e, come se non bastasse, giudicando ideologicamente questo vissuto “privo dell’esperienza”, come se fosse verità assoluta.

    Prof, Lei scrive “Il guaio, grave, è che questa prassi contraddice la natura stessa della sfera pubblica, che nasce da un confronto di opinioni, e si fonda sull’accettabilità delle opinioni stesse (e quindi sull’idea di buona fede di chi le propone). L’argomento ad personam è un imbarbarimento della sfera pubblica, una crisi radicale del dialogo”.

    Come potranno mai essere accettabili delle opinioni “vincolanti”, che ci vengono presentate come delle verità? Come potrà mai affermarsi il dialogo costruttivo quando la comunicazione sparisce, quando il confronto è azzerato? Ma allora cosa significa oggi opinione pubblica?

  6. @lara, e tutti gli altri naviganti. Il momento è duro, difficile. Come se non bastasse c’è la forte impressione che il dibattito, in sé molto complesso, sia ridotto e bipolarizzato su due opinioni, che chiameremo pro e contro (del tutto da definire pro e contro cosa). I sostenitori per così dire istituzionali delle due opinioni pro e contro esercitano contemporaneamente due azioni comunicative; da un lato demonizzano l’avversario (spesso con argomenti ad personam, come credo di aver mostrato), dall’altro lavorano a cancellare le posizioni intermedie (che pure esistono). Tutto questo azzera il dialogo, l’unico strumento umano, l’unico strumento civile. Allora, chiede Lara, che fare? Rispondo in piccolo, su questa nave che ora sembra piccolissima nel mare in tempesta. Possiamo nel nostro modesto vascello e in ogni nostro incontro tenere vivo il dialogo, il rispetto. Possiamo confrontarci nella diversità. Se volete, sono disposto a parlare a lezione della questione, provando nei fatti a lasciarvi discutere, esprimere le vostre opinioni, a patto s’intende che si accettino quelle degli altri, che partiate dal presupposto che non ci sono avversari, che siamo tutti sulla stessa barca e cerchiamo di capire quello che vediamo, “confusamente, come in uno specchio”. E’ cosa piccola, lo so. Ma credo davvero che sia un primo passo, e poi ciascuno farà da solo, con gli altri che incontrerà. Vale la pena di non arrendersi. Mai.

  7. Grazie prof per l’opportunità. Credo che questo tentativo sarà più che apprezzato da tutti… Forse così torniamo NOI ad essere i protagonisti, non solo gli spettatori… in questi anni Lei, come altri professori, ci ha insegnato che il pubblico, gli spettatori non sono passivi, ma attori attivi (sia che parliamo di media, sia di politica o quant’altro); ma se mi è permesso di sfogarmi un poco con queste righe, oggi più che mai mi pare di dover faticare, sgomitare per far sentire la mia voce, per parlare a qualcuno che mi ascolta e ascoltare qualcuno che abbia voglia di confrontarsi con me, al di là della cerchia familiare ed amicale.
    Sento di non essere più rappresentata da chi dovrebbe farsi portatore delle mie aspettative, da chi dovrebbe raccogliere la mia voce… In questo senso credo si debba ricominciare tutto da zero, rimboccandosi le maniche… Del resto tutti ci dicono che noi siamo i giovani, il futuro… Non è forse ora che ci riappropriamo dei nostri spazi?

    Detto ciò, io non mi arrendo e sono pronta per ripartire… A presto.


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