Pubblicato da: faustocolombo | 3, febbraio, 2009

Vita da barone, continua…

Ogni tanto mi capita di chiedermi perché faccio questo lavoro, e se lo so fare bene. Sono abbastanza vecchio da non fidarmi delle mie impressioni, e così elaboro semplici regole di riconoscimento di un lavoro accademico ben fatto e mal fatto. Ve ne socializzo qualcuna, tanto per tener viva la discussione.

Per il lavoro di ricerca. La ricerca o ti piace o non ti piace, se non ti piace difficilmente la farai bene. Cosa vuol dire fare ricerca? Innanzitutto avere un metodo, una disciplina che ti dai. Di solito viene appresa nell’arco della tua formazione, ma non è detto. Puoi impararla al duro contatto con la vita. O non impararla mai. Ci sono quelli che ironizzano sulle metodologie e le discipline. Non fidatevi. Possono essere anche straordinari intellettuali, ma non c’entrano nulla con l’accademia, in senso buono, perché se una analisi, un dato, una interpretazione non è confrontabile con gli altri non ha niente a che fare con un risultato scientifico. Poi, intendiamoci: meno male che c’è la poesia, che forse non ha a che vedere con il sapere accademico, ma richiede disciplina anche quella.

C’è anche chi in università fa l’errore opposto: ti straccia i cabasisi con un rigore metodologico da obitorio e mai, dico mai, che ti dia il becco di un risultato interessante. Ottimi soggetti per verificare le tue metodologie e le tue ricerche, naturalmente, ma se ogni tanto ti sottopongono dei risultati, sono più simpatici.

Per la didattica, alcune cose che mi sembra di aver capito sono le seguenti:

a) smettila di tirartela, con gli studenti, con i colleghi, persino con il tramviere. Facciamo qualcosa di simile all’artigianato e non si è mai visto un arrotino tirarsela con i suoi clienti (o con i tramvieri);

b) sii curioso. Se smetti di essere curioso pensi che le quattro cose di cui ti sei occupato nella vita siano fondamentali anche se sei l’unico a occupartene, e allora meglio leggere il punto a).

c) gli studenti non hanno sempre ragione: oltre a quelli sinceri e volonterosi ci sono anche (e meno male) i furbi, gli svelti. Inutile avercela con loro. Basta fargli capire che pagano solo l’intelligenza e l’impegno

d) gli studenti non hanno sempre torto: se ti criticano magari hanno dei buoni motivi e vale comunque la pena di starli ad ascoltare

e) i punti c) e d) si applicano anche ai colleghi… e a te.

f) cerca di essere chiaro quando spieghi, ma non semplicistico. E’ inutile far capire perfettamente un concetto se a forza di semplificarlo, lo hai trasformato nel concetto sbagliato

g) non essere così presuntuoso da sentirti legittimato a scrivere decaloghi o pentaloghi, o eptaloghi, su come fare il profes… ops

Buon vento

p.s. il dibattito comunque è aperto

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Responses

  1. Prof concordo sui punti che ha tracciato sul suo modo di intendere la didattica, provo ora a commentarli dalla prospettiva di noi alunni (o almeno, dalla mia prospettiva in quanto alunno…)

    a)un professore che se la tira viene subito inquadrato dalla matricola il suo primo giorno di università; che può considerarlo o un presuntuoso (si comporta da superiore..quindi..non lo sto ad ascoltare) oppure rivestirlo di un’ aura d’ importanza ( se se la tira dovrà essere uno importante, meglio ascoltarlo -ma lo ascolto perchè dice cose interessanti oppure perchè penso che ciò che dice un professore del genere debba essere interessante a priori?-)

    b)un professore non curioso dirà ai suoi alunni sempre le “quattro cose di cui si è occupato”, di conseguenza ogni anno dirà le stesse cose ai suoi studenti, nello stesso modo; d’ altra parte noi studenti non siamo sprovveduti, ci procuriamo gli appunti dei nostri colleghi più grandi…ed è cosi che la funzione della lezione viene a cadere…non è più un qualcosa in più, un valore aggiunto, ma dal nostro punto di vista una perdita di tempo.

    c)noi studenti non abbiamo sempre ragione: me lo dicevano dalle elementari che solo l’ intelligenza e l’ impegno paga, un giorno lo capirai mi sentivo dire continuamente; beh ora penso di averlo capito….un po’ in ritardo forse..ma ci sono arrivato.

    d)noi studenti non abbiamo sempre torto, se avessimo sempre torto, saremmo l’ incarnazione dell’ ignoranza…e cosa ci faremmo allora in università?? l’ importante non è tanto essere nel torto o nella ragione, ma se si è nel primo caso di capire che stiamo sbagliando…se si è nel secondo di non tirarsela per questo -vedi punto a)-

    e) i punti c) d) si applicano ai colleghi e a te stesso, inoltre aggiungerei che vanno scritti facendo l’ esempio concreto su se stessi

    f) un professore non chiaro viene ascoltato per circa 5 minuti creando crisi isteriche negli studenti che decideranno di dare l’ esame da non frequentanti (sperando che il libro sia più chiaro), una spiegazione troppo semplicistica come ha detto lei potrebbe trasformare il concetto iniziale, in un altro sbagliato…si arriverebbe quindi in sede di esame dove il professore chiede una cosa e lo studente ne risponde un’ altra, conseguenze: diperazione del professore che si chiede che razza di studenti gli siano capitati; insulti a denti stretti degli studenti verso il professore.

    g) non è tanto il fatto di essere così preuntuosi da sentirsi legittimati a scrivere decaloghi, pentaloghi ecc ecc….ma il problema sarebbe trovare poi qualcuno che li legga… 🙂

    Buon vento a tutti

  2. @mattia: vedi, qualcuno legge… Mi sa che ci torno sul prox post… come al solito è una minaccia. Buon vento mattia. Intanto abbiamo capito che si naviga insieme.

  3. Caro Prof,
    una piccola riflessione a margine sulla metodologia.
    La metafora che mi è sempre sembrata la più adatta per descriverla (ovviamente non mia) è la “cassetta degli attrezzi”.
    La stessa che usano gli artigiani, ma anche gli artisti.
    Con la stessa “cassetta degli attrezzi” si possono fare piccole opere artistiche (fatte seriamente e con impegno); splendidi mobili artigianali o dozzinali riproduzioni.
    Qual è la differenza allora? La curiosità, l’immaginazione e la passione.
    Grazie del decalogo, pentalogo ecc. perché ci ricorda che il lavoro intellettuale è, appunto, un lavoro.
    Buon vento

  4. Salve Prof.
    Ho scoperto questo blog quasi per caso mentre cercavo varie informazioni per l’elaborato di Laurea che ho steso recentemente. Mi laureo settimana prossima e infatti ci siamo visti due giorni fa al suo ricevimento.

    Trovo molto interessante l’idea di un blog per così dire ‘informale’ tramite il quale studenti e professore possano scambiare impressioni su tematiche quali appunto il metodo e la continua ricerca, qualsiasi possa essere l’obiettivo per ognuno di noi..

    E’ un efficace spunto di riflessione, sia per le discussioni in sè sia per l’utilizzo di questi blog che spesso vengono sottovalutati ma sono invece uno strumento incredibile.

    La saluto.

    A presto

    F.

  5. Ciao Fausto

    come vedi colgo al volo il tuo invito a curiosare sul tuo blog.

    Ho finito l’università 15 anni fa (argh…) ma la sensazione dall’esterno è che ancora oggi pochi docenti seguano la tua strada di modestia e razionalità.

    Forse un giorno, quando la maggior parte dei docenti seguirà le tue indicazioni, il nostro sistema universitario uscirà dal pantano dove si è oggi arenato tra baroni e tromboni vari.

    In bocca al lupo per la “rivoluzione” interna.

    Davide

  6. Caro Davide, benvenuto a bordo. Ti rassicuro: conosco tanti colleghi meravigliosi che spendono con generosità e sapienza la propria vita nella ricerca e l’insegnamento. Poi ci sono gli altri, come in tutte le comunità. Mi spiace che oggi soprattutto i media portino alla superficie soltanto i secondi…


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