Pubblicato da: faustocolombo | 22, gennaio, 2009

Irrazionalpopolare? Note su un libro di Mastrantonio e Bonami

La collega e amica Daniela Cardini mi ha segnalato qualche giorno fa una recensione di Berselli su Repubblica, in cui si presentava elogiativamente un recente volume edito da Einaudi, Irrazionalpopolare, di Luca Mastrantonio e Francesco Bonami, due penne (tra le altre cose) de Il Riformista. Ho letto la recensione, ho comprato il libro, e vi ho subito trovato una serie di riferimenti, da Debord (leggere il recente commento su questo blog di Debora Viviani) a Macdonald, da Gramsci a Pasolini. Mi è parso che la cassetta degli attrezzi fosse buona, e ottima la volontà di applicarla al presente, , Moccia, Benigni, Bonolis, Sgarbi, il reality, Striscia la notizia, eccetera, Pavarotti, Napoli, il Billionaire, Celentano, eccetera.

Dunque ho compulsato il libro con entusiasmo, ma l’ho letto con una certa delusione, di cui non so rendere ragione. Quindi faccio una breve fenomenologia della mia lettura, da condividere con voi naviganti, magari per discutere un po’.

La tesi di fondo, espressa nell’introduzione, è che l’Italia sia diventato un Paese abitato dai feticci, logorato da una progressiva massificazione e midcultizzazione, pieno di oggetti pseudoculturali. Lo stile  è quello del pamphlet, della critica a metà fra la militanza (d’altronde bisognerebbe avere un luogo in cui militare) e lo sdegno morale (ma d’altronde, bisognerebbe avere a disposizione un’etica definita).

Le analisi e le parole usate sono spesso spietate, del tipo di quelle che usa nella sua critica televisiva Aldo Grasso quando usa il bastone e sostituisce con il risentimento e lo sprezzo le analisi razionali, coprendo i primi due con lo stile. 

Solo che alla fine mi sono chiesto: so what? Ok che tutto questo è molto volgare, ma perché? Perché siamo arrivati a questo? Ci sono responsabilità individuali o collettive? 

E poi: cui prodest questa analisi se Benigni è trattato come Bonolis, perché le sue letture non sono quelle di Carmelo Bene? Benigni è come Bonolis? Stessa banalità, stesso vuoto pneumatico? Mah. E soprattutto, tutte queste minuziose analisi di singoli casi certo emblematici, hanno un senso nella lettura complessiva? Studiare la Ventura e il suo vuoto mi avvicina o mi allontana dalla comprensione dei processi in corso? E se non lo fa, soprattutto, questo libro non è forse un po’ ma solo un po’, irrazionalpopolare, perché sostituisce l’effetto (lo sdegno, la preoccupazione eccetera) all’argomentazione? Perchè fa esattamente quello che dice il vecchio Mac, ossia ti dà già pronte le emozioni e pacifica la tua coscienza invece di renderti chiare delle cose rispetto alle quali sta a te comprendere e mettere in azione le tue emozioni?

Dico così. Poi magari è un libro ammirevole nelle intenzioni e anche nella difficile realizzazione di una compiuta scrittura à deux. Ma discutiamone, se vi va.

Buon vento.


Responses

  1. ciao fausto,

    non ho letto il libro, ma ho ben presente l’articolo di berselli e un post di giuseppe genna apparso sul suo blog:

    http://www.la7.it/blog/post_dettaglio.asp?idblog=GIUSEPPE_GENNA_-_Il_Miserabile_31&id=3046

    già questi due scritti mi avevano debitamente tenuto lontano da questo pamphlet che si spaccia per saggio. dopotutto, “scrivendo un saggio, si cerca una qualche scientificità. Scrivendo un romanzo, no. Ma forse Irrazionalpopolare intende essere un racconto, non un saggio. Se si passa dall’i-Pod alla testata di Zidane contro lo sterno di Materazzi, forse si sta raccontando una storia. E’ il presente che narra la sua storia.” è stata questa frase riportata nel post di genna a farmi definitivamente scuotere la testa e allontanare il libro dal campo dell’attenzione.

    la cosa che più mi faceva problema stava già nel titolo, che tra l’altro, come direbbe debord, è un detournement di un concetto gramsciano, concetto che da nazionalpopolare diventa irrazionalpopolare.

    la domanda è: siamo sicuri che questi fenomeni sociali e collettivi siano irrazionali? non può essere invece che dietro e intorno a questi fatti si celino logiche storiche e sociali precise? più che raccontare e dare addosso al presente, cosa che sa di moralismo esasperato come tanti interventi di grasso sul corriere, non sarebbe il caso di fare un’archeologia dei saperi e dei poteri e delle reti sociali che hanno spinto questa particolare forma di società che abitiamo a darsi e/o imporsi i propri miti e i propri valori?

    e, solo per fare un’esempio: se weber non avesse elencato alcuni smottamenti epocali che hanno permesso l’avvento del capitalismo, anche questo sarebbe risultato un fenomeno irrazionale e magico? e che tipo di effetto ermeneutico ha l’uso nelle scienze sociali del concetto di irrazionale? può essere che l’uso dell’irrazionale nelle scienze sociali e nel racconto dei fatti contemporanei e/o storici portino completamente fuori strada?

    (a questo proposito mi vengono in mente certi documentari di rai 3 andati in onda in prima serata in cui si dava conto della nascita del nazismo sottolineando soprattutto le sue radici esoteriche, magiche, misteriche, massoniche, di cui alcune cose sono state provate, altre hanno dato avvio solo all’innesco di leggende…).

    non sono così ingenuo da definire tutto ciò che avviene completamente razionale, ci mancherebbe altro. non ripeto l’errore di hegel che affermava che “ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale è reale”. ma sono convinto che dietro i fenomeni sociali ci sia più razionalità che illogicità, almeno è nostro compito dimostrarlo.

    e poi: se proprio voglio una storia del nostro presente, voglio che lo sia dall’inizio alla fine, e non che il libro spacci pretese di scientificità sparando sul mucchio e confondendo il proprio gusto come metro di misura degli accadimenti.

    per questo ritengo oggi gli scrittori italiani contamporanei, coloro che stanno raccontando e animando il nostro presente, molto più forti e dirompenti di qualsiasi saggista e studioso: perche scavano il passato, lo riportano a galla nel presente, e lo rendono vivo nell’invenzione di storie che diramano e ramificano idee sulla nostra storia e su ciò che definiamo “umanità”.

    consiglio così un romanzo, e quindi uno scrittore che mi ha colpito molto: il romanzo si intitola “occidente per principianti”, pubblicato sotto silenzio nel 2004 da einaudi, lo scrittore è nicola lagioia.

    a presto

    giuseppe

  2. Caro Giuseppe, grazie come al solito per il tuo commento in forma di saggio, o per il tuo saggio in forma di commento. Dai sempre delle indicazioni di lettura preziose, che come ho sempre detto mi aiutano a orientarmi nelle nuove generazioni di libri e di autori. Sulla questione della razionalità e dell’irrazionalità occorrerà tornare. Ma intanto ti voglio dire che l’esperienza molto dialogica di questo blog e del suo equipaggio costituisce per me una (micro) risposta molto efficace alla questione della dimensione sempre al confine tra saggio e pamphlet. Perché qui, almeno, la conversazione a distanza aiuta a limitare i danni dell’egocentrismo, a chiarire i concetti, a pretendere una precisione in fieri.
    Buon vento


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