Pubblicato da: faustocolombo | 15, gennaio, 2009

Triviale, masscult e midcult

Nell’ambito della mia sempre più incasinata ricerca sulla trivialità mi sono messo a rileggere Dwight Macdonald. Ho richiesto on line il libro alla nostra magnifica biblioteca della comunicazione di via Sant’Agnese, sono uscito dall’ufficio e sono andato a ritirarlo (ottima occasione di scambiare quattro chiacchiere con i due coltissimi bibliotecari – per la verità un bibliotecario e una mediatecaria, se così si può dire – che hanno sempre un mucchio di suggestioni da offrire). Perché uno rilegge un libro? Perché pensa di averlo letto, e invece non lo ha fatto, oppure l’ha letto male, oppure ancora l’ha letto quando era in corso una lettura prevalente a cui fatalmente si era uniformato. Così è per me con Macdonald. L’ho letto influenzato dalla lettura che ne aveva fatto Eco in Apocalittici e integrati, tanti anni fa, e ci ho trovato esattamente quello che ci trovava Eco: molto meraviglioso snobismo e una certa radicalità aristocratica.

Invece il libro Masscult e Midcult è molto di più. Ve ne scriverò a pezzi una recensione, nei prossimi post, ma intanto vi riporto questo brano: “Qualora un signore e padrone del Masscult (per l’autore questa definizione sta per un producer di una major cinematografica o televisiva, per esempio, ndr) venga biasimato per la bassa qualità della sua produzione, automaticamente risponde: ‘Ma è ciò che il pubblico vuole, che ci posso fare io?’. Si tratta, a prima vista, di una difesa semplice e conclusiva. Ma  a ben guardare essa rivela che: 1) nella misura in cui il pubblico ‘lo vuole’, il pubblico stesso è stato, entro certi limiti almeno, condizionato dalla produzione suddetta, e 2) gli sforzi del Signore e Padrone del Masscult hanno preso tale direzione perché a) anch’egli lo ‘vuole’ (mai sottovalutare l’ignoranza e la volgarità di editori, produttori cinematografici, dirigenti radiotelevisivi e altri architetti del Masscult) e b) la tecnologia della produzione di ‘divertimenti’ di massa … impone uno schema semplicistico, ripetitivo in modo che sia più facile dire che è il pubblico a volerlo, anziché dire la verità, ossia che il pubblico se lo vede offrire e perciò lo vuole. La Lepre Marzolina spiega ad Alice che: ‘Mi piace ciò che ho’ non è la stessa cosa di ‘Ho quel che mi piace’, ma le Lepri Marzoline non sono mai state benviste a Madison Avenue”.

Ecco, ci sono commenti? Io adoro le Lepri Marzoline.

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Responses

  1. ciao fausto, è un po’ che non mi paleso ma continuo a navigare nelle paludi … della rete. infatti prima della mia lezione mi sono aperta un profilo su facebook per capire oltre che per rivedere amici lontani del master che ci ha fatto conoscere (ti ricordi?a treviso nel 2000). Ora non so se ho capito bene la storia della lepre, ma sicuramente quello che dici di masscult.
    miei commenti: 1. su facebook si vive/comunica solo se hai qualcosa di forte da dire se no muori nella banalità del male (autoreferenzialità di bassa leva). 2. nel ns. Paese i media oggi rinforzano attraverso il loro schema semplicistico che israele è buono e hamas è cattivo. escluse alcune testimonianze orali che affermano che dentro il muro di gaza la presenza massiccia di orfani e donne che rifiutano di partorire per evitare complicazioni da parto e finire nei posti di blocco a morire. 3. non mi piace verificare ancora una volta che i più rappresentativi media “che ho” banalizzano il male, esattamente come successe mezzo secolo fa: da vittime a carnefici?
    buon vento nella tempesta

  2. Ciao Giuliana. Mi astengo per ora da commenti sulla tempesta. Sono obiettore di coscienza e ho sostituito la leva con il servizio civile tanti anni fa. Ho capito allora che la guerra e la violenza non risolvono niente mai. O almeno non risolvono nulla meglio del dialogo anche faticoso e della determinazione non violenta. Con quel che ne segue.
    Sulla lepre marzolina: io la interpreto così. L’industria della cultura dà qualcosa al pubblico presupponendo che sia quel che il pubblico vuole. Il pubblico impara a farsela andar bene (quindi dice: mi piace quello che ho). Ma magari lo stesso pubblico, o parte di esso, ha altri bisogni, cui l’industria non risponde. Da questo punto di vista, non ha quello che gli piace…

  3. Ritorno a scrivere su questo blog dopo un’ assenza di un paio di mesi…rivolgo perciò i miei migliori auguri di buon anno a tutti i naviganti…
    Prof, volevo porle una domanda: non pensa che il pubblico si stia rendendo piano piano indipendente dai signori del masscult grazie allo sviluppo tecnologico e dei nuovi media (in particolare internet), permettendo innanzitutto di personalizzare il proprio consumo e in alcuni casi di diventare produttore esso stesso di prodotti culturali?
    Secondo me piano piano stiamo iniziando a rifiutare i modelli che ci vengono imposti dall’ industria culturale, modelli che ormai ci vanno stretti, non ci soddisfano più. Quello che ci serve non è più qualcosa che vada bene anche per il nostro amico o per i nostri genitori… ma qualcosa costruito su misura intorno alla nostra immagine, ai nostri gusti, alla nostra identità.
    L’ industria culturale sta subendo lentamente ma inesorabilmente un processo di frammentazione, secondo me prima o poi non ci faremo più piacere quello che ci danno, ma saremo noi a dirgli ciò che ci piace….e loro dovranno darcelo….che gli piaccia o no…

    Buon vento a tutti….anche alla Lepre Marzolina

  4. Un bentornato a Mattia. Domani poserò la continuazione del discorso su Macdonald, che tocca alcune cose importanti cui accenni nel tuo commento. Intanto però mi preme farti un’osservazione. Sono d’accordo che la frammentazione dell’industria culturale comporti la riduzione degli stereotipi di massa. Ma ancora tutto questo non ci garantisce dai piccoli stereotipi di gruppo. Insomma, il discorso è a due livelli: da un lato i possibili processi quantitativi (e qui non c’è dubbio che la diversificazione dei pubblici e la loro miniaturizzazione comporti conseguenze importanti), dall’altro quelli qualitativi. E qui in cosa consiste il salto di qualità? Siamo sicuri di sapere cosa vogliamo? Come e da cosa ci facciamo guidare nelle nostre scelte culturali?


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